Numero speciale di Études Traditionnelles del 1951 pubblicato in occasione della scomparsa di René Guénon
Indice
Presentazione 3
Ananda K. Coomaraswamy
Saggezza orientale e sapere occidentale 5
Leopold Ziegler
René Guénon e il superamento del mondo moderno 13
Michel Vâlsan
La funzione di
René Guénon e il destino dell’Occidente 16
Frithjof Schuon
L’opera 48
Luc Benoist
Prospettive generali 53
André Préau
René Guénon e l’idea metafisica 62
Jean Thamar
Come situare l’opera di René Guénon 67
J. C.
Alcune osservazioni
a proposito dell’opera di René Guénon 72
Marco Pallis
René Guénon e il Buddismo 86
Paul Chacornac
La vita semplice di René Guénon 93
Gonzague Truc
Ricordi e prospettive su René Guénon 105
Frans Vreede
In memoriam René Guénon 110
Mario Meunier
René Guénon precursore 112
Jean Reyor
L’ultima veglia della notte 114
Presentazione
Non appena fu nota la notizia della morte di René Guénon, molti ammiratori del nostro rimpianto collaboratore esprimettero il desiderio che dedicassimo
un numero speciale degli Études Traditionnelles alla sua persona e alla sua opera. I nostri abituali collaboratori e altri scrittori si mostrarono lieti di trovare con ciò un’opportunità di testimoniare la
loro stima e riconoscenza per colui che fu incontestabilmente nel nostro tempo
l’interprete autorizzato della dottrina tradizionale.
Vorremmo ringraziare tutti coloro che hanno gentilmente
contribuito al presente numero e in particolare gli scrittori che non fanno
parte della nostra redazione e cui siamo lieti di dare il benvenuto:
Sig. Leopold Ziegler, dottore honoris causa dell’Università di Marburg, membro dell’Accademia
delle scienze e lettere di Magonza, autore d’importanti opere d’ispirazione tradizionale: Gestaltwandel der Götter (Trasformazione degli Dei), che ha valso al suo autore il Premio Gœthe; Der ewige Buddha (Il Buddha eterno); Überlieferung (Tradizione); Menschwerdung (Divenire uomo), che il
noto storico Reinhold Schneider ha indicato come il più importante
libro tedesco pubblicato negli ultimi cent’anni.
Sig. Marco Pallis, il cui diario di viaggio in Tibet: Peaks and Lamas ha avuto diverse edizioni in Inghilterra e in America, e che ci ha gentilmente
permesso di pubblicare negli Études Traditionnelles un importante capitolo di quest’opera.
Sig. Frans Vreede, alto funzionario del Ministero dell’Istruzione
della Repubblica d’Indonesia e responsabile dell’insegnamento della filosofia
indù all’Accademia Nazionale di Giacarta.
Sig. Mario Meunier, il sapiente ellenista traduttore di
Platone, di Plutarco, di Sallustio, di Sinesio, ecc.
Sig. Gonzague Truc, critico e storico la cui opera Notre Temps con-corda nelle sue conclusioni con Orient et Occident e La crise du Monde moderne.
Sig. Luc Benoist, ben noto per i suoi lavori sulla storia
dell’Arte e i cui libri La cuisine des Anges e Art du
Monde sono fortemente segnati dal
pensiero tradizionale, e che ci ha gentilmente promesso una serie di studi per
la nostra rivista.
Desideriamo anche esprimere la nostra gratitudine agli
autori e alla direzione dei periodici che hanno reso omaggio a René Guénon. Ricorderemo
in particolare gli studi del sig. Paul Sérant apparsi in Combat del 10 gennaio e in Rivarol
del 25 gennaio; del sig. François Bruel, pubblicato in Carrefour del 16 gennaio; del sig. Olivier de Carfort
in Réforme; del sig. André Rousseaux
nel Figaro Littéraire del 3 febbraio;
del sig. Jacques Masui in Les Cahiers du Sud di giugno e del sig. G. de Saint-Jean in Le Symbolisme di giugno-luglio-agosto. Ringraziamo anche
la direzione della rivista inglese The speculative Mason, che ha riprodotto integralmente l’eccellente
studio del sig. François Bruel.
Abbiamo ancora solo una parola da dire sul contenuto del
presente numero. Non è l’espressione del pensiero di alcuna organizzazione o
gruppo. Gli autori di cui presentiamo i testi provengono dai più diversi
orizzonti spirituali e hanno in comune solo un uguale rispetto per la
Tradizione. Necessariamente, l’opera di René Guénon doveva risuonare su ognuno
di loro in un modo diverso e, d’accordo sui principi, possono differire su questioni,
anche importanti, che non sono dell’ordine dottrinale, ma è proprio la ragion
d’essere della nostra rivista quella di permettere che tutti i punti di vista siano
espressi nell’ambito dei principi tradizionali.
Paul Chacornac e Jean
Reyor
Saggezza
orientale e sapere occidentale *
Ananda K. Coomaraswamy
Orient et Occident e La Crise du Monde moderne sono, a eccezione
de L’Homme et son devenir che apparve sotto altri auspici (Londra, Rider, 1928), i primi volumi di
una serie in cui tutte le opere del sig. René Guénon già pubblicate in francese
appariranno in lingua inglese. Il sig. René Guénon non è un “orientalista”, ma
quel che gli Indù chiamerebbero un Guru.
Ha vissuto prima a Parigi, ora, da molti anni, in Egitto, dove le sue relazioni
sono islamiche.
La sua Introduction
générale à l’étude des doctrines hindoues apparve nel 1921. Come preliminare ai suoi successivi lavori sulla filosofia tradizionale, a volte chiamata philosophia
perennis (e si deve sottintendere universalis, giacché questa
“filosofia” è stata l’eredità comune di tutta l’umanità senza eccezione),
Guénon ha sgombrato il terreno da ogni falsa concezione in due importanti
volumi, di una lettura talvolta faticosa, ma in nessun modo inutile: L’Erreur spirite, un’opera alla quale la Bhagavad-Gîtâ XVII,
4 «sono uomini delle tenebre coloro che rendono un culto ai morti e agli spiriti» avrebbe potuto servire da epigrafe
(Parigi, 1923), e Le Théosophisme, histoire d’une pseudo-religion (Parigi, 1921). Sono stati seguiti da L’Homme et son devenir selon le Vêdânta e L’Ésotérisme de Dante (Parigi, 1925), Le Roi du Monde (Parigi, 1927), Saint
Bernard (Marsiglia, 1929), Autorité spirituelle et pouvoir temporel (Parigi, 1929), Le
Symbolisme de la Croix (Parigi, 1931), Les
États multiples
de l’Être (Parigi, 1932) e La Métaphysique orientale (Parigi, 1939), una conferenza tenuta alla Sorbona nel 1925.
Nel frattempo,
importanti articoli di René Guénon apparvero mensilmente ne Le Voile d’Isis, in seguito Études Traditionnelles, rivista che fu, sotto
molti aspetti, unica, ma il cui destino è sconosciuto a questo punto dopo il
numero apparso nel maggio 1940[1]. Questa rivista era consacrata alla
“tradizione perpetua e unanime rivelata tanto dai dogmi e dai riti delle
religioni ortodosse quanto dal linguaggio universale dei simboli iniziatici”.
Tra gli articoli
che sono apparsi altrove, attireremo l’attenzione su L’ésotérisme islamique pubblicato ne Les Cahiers du Sud dell’anno 1935. Estratti dell’opera di Guénon
con alcuni commenti sono apparsi in Triveni
(1935) e ne The Visva-bharati quarterly
(1935-1938).
Il linguaggio di Guénon è al tempo stesso preciso e
chiaro e perde inevitabilmente nella traduzione; la materia trattata è di un interesse
accattivante, almeno per chiunque tenga a quel che Platone chiama le cose realmente serie. Tuttavia, è stato spesso trovato poco
gradevole, in parte per le ragioni già date abbastanza paradossalmente da un
critico del Meister Eckhart di
Blakney nel Harvard Divinity School Bulletin (XXXIX, 1942, p. 107), che dice
che «in un’epoca in cui si crede alla personalità e al personalismo,
l’impersonalità del misticismo è sconcertante; e in un’epoca che si sforza di gettare
uno sguardo più acuto nella storia, l’indifferenza dei mistici per gli eventi del tempo è sconcertante».
Quanto alla
storia, le seguenti righe di Guénon: «colui che non può uscire dal punto di vista della successione temporale e considerare tutte
le cose in modo simultaneo è incapace della minima concezione dell’ordine
metafisico» (La
Métaphysique orientale, p. 17) completano in modo adeguato
la definizione di Jacob Böhme de «la storia che una volta avvenne» come «puramente
e semplicemente la forma (esteriore) del cristianesimo» (Sig. Rerum, XV,
24). Per gli Indù, gli eventi del Rig-Vêda
sono “ora-sempre” e senza data, e la Lîlâ
di Krishna “non è un evento storico”; la fiducia del Cristianesimo in presunti
“fatti” storici sembra essere la sua grande debolezza. Il valore della storia
letteraria è irrisorio per la dossografia ed è per questa ragione che tanti Indù
ortodossi hanno pensato che gli studi occidentali fossero un “crimine”: il loro
interesse non è in “ciò che gli uomini hanno creduto” ma nella verità.
Un’altra
difficoltà sta nello stile intransigente di Guénon: «La civiltà occidentale è
un’anomalia, per non dire una mostruosità». A questo proposito, un critico
(Betty Heimann in BSOAS, X, 1942, p. 1048)
ha detto che «delle vedute così radicali non possono essere
condivise nemmeno dai critici delle imprese occidentali». Avremmo creduto che
ora che il loro esito è sotto i nostri occhi, la verità del giudizio di Guénon
avrebbe potuto essere riconosciuta da tutti gli Europei senza pregiudizi; in
ogni caso, il professor La Piana ha detto che «quella che chiamiamo la nostra
civiltà è solo una macchina omicida senza coscienza e senza ideale” (Harvard Divinity School Bulletin, XXVII,
27) e avrebbe anche ben potuto dire “suicida” invece d’omicida. Sarebbe molto facile
citare le innumerevoli critiche dello stesso genere; Sir S. Radhakrishnan
sostiene, ad esempio, che «la civiltà non vale la pena d’essere salvata se continua
sulle stesse basi» (Eastern Religions and
Western thought, p. 257) e questo sarebbe difficile da negare; il professor
A. N. White Head ha parlato altrettanto vigorosamente: «Resta lo sfoggio della
civiltà senz’alcuna delle sue realtà» (Adventures
of ideas, 1933, p. 1358).
In ogni caso, se
vogliamo leggere Guénon, dobbiamo disfarci di questa prospettiva temporale e
ingenua che ha così lungamente e così compiacentemente considerato un progresso
continuo dell’umanità culminante nel XX secolo, e consentire almeno a chiederci
se non v’è stata una continua caduta “dall’età della pietra fino ad ora”, come
mi disse una volta uno degli uomini più eruditi degli Stati Uniti. Non è con la
“scienza” che possiamo essere salvati, «Il possesso delle scienze, se non ingloba
la migliore, sarà utile solo in alcuni rari casi, ma il più delle volte sarà
dannoso al suo possessore» (Platone, Alcibiade
II, 144 b.). «Siamo obbligati a
riconoscere che la nostra cultura europea è unicamente una cultura della
ragione e dei sensi» (Worrington, Form in
Gothic, p. 75); «la prostituzione della scienza può condurre a una catastrofe mondiale» (Leroy Waterman in JAOS,
LVIII, 410); «la nostra dignità e il nostro interesse esigono che noi siamo i dirigenti e non le
vittime del progresso tecnico e scientifico» (Herbert Morison in The British Association report, science and world order, gennaio 1942, p. 33); «pochi negheranno che il XX secolo ci abbia finora portato un’amara delusione» (professor J. M. Mecklin in The
Passing of the Saint, p. 197); «dobbiamo ora affrontare la bancarotta
completa in tutti gli ambiti della vita» (Lionel Giles in Luzac’s oriental list). Eric Gill parla della “mostruosa
disumanità” dell’industrialismo e del modo di vivere moderno come «né umano né
normale né cristiano … è il nostro modo di pensare che è bizzarro e snaturato»
(Autobiography, pp. 145-174-279).
Il nostro
sentimento di frustrazione è forse il segno più incoraggiante del nostro tempo.
Abbiamo insistito su queste cose perché è solo a coloro che sentono questa
frustrazione e non a coloro che credono ancora nel progresso che Guénon si
rivolge; per coloro che sono soddisfatti, tutto ciò ch’egli ha da dire parrà
assurdo.
Le reazioni dei Cattolici
romani sono molto istruttive. Uno di loro ha osservato che Guénon è un
“metafisico serio” convinto della verità che espone e ardente nel dimostrare
l’unanimità delle tradizioni orientali e scolastiche, e quest’autore osserva
che «in questioni simili, la fede e la comprensione devono andare di pari passo»
(Walter Shewring in Weekly review,
gennaio 1939). Crede ut intelligas è
un consiglio di cui gli studenti moderni farebbero bene a tener conto; è forse
proprio perché non abbiamo creduto che non abbiamo ancora capito l’Oriente. Lo
stesso autore scrive d’Orient et Occident: «René Guénon è uno dei rari scrittori del nostro tempo la cui opera sia
davvero importante … Egli difende il primato della pura metafisica su
tutte le altre forme di conoscenza e si presenta come l’interprete di una superiore
tradizione del pensiero, a predominanza orientale ma condivisa nel Medioevo
dagli scolastici dell’Occidente … È chiaro che la posizione di Guénon non
è quella dell’ortodossia cristiana ma molte, forse la maggior parte delle sue
tesi, sono, in realtà, più in accordo con l’autentica dottrina tomista di
quanto non lo siano molte opinioni di cristiani pii ma malinformati» (Weekly review, 28 agosto 1941). Faremmo
bene a ricordarci che anche san Tommaso d’Aquino non disdegnava di fare uso di
“prove intrinseche e probabili” provenienti da filosofi “pagani”.
Gérald Vann, peraltro,
commette l’errore annunciato nel titolo del suo articolo The Orientalism of René Guénon (in New English Weekly, settembre 1941) giacché non si tratta di un
nuovo “ismo” né di un’antitesi geografica, ma di un’antitesi tra la teoria
tradizionale e l’empirismo moderno. Vann si lancia in difesa di quello stesso Cristianesimo
in cui Guénon vede quasi l’unica possibilità di salvezza dell’Occidente; unica
possibilità, non perché non vi siano altri corpi di verità, ma perché la
mentalità dell’Occidente è adattata a una religione esattamente di questo tipo e perché ne ha bisogno. Ma se il cristianesimo doveva fallire, è semplicemente perché
le sue prospettive intellettuali sono state sommerse ed esso è divenuto un
codice morale piuttosto che una dottrina dalla quale tutte le applicazioni
possono e debbono essere derivate. A malapena due frasi consecutive di certi
sermoni di Meister Eckhart sarebbero comprensibili in un’ordinaria
congregazione moderna, che non si aspetta dottrina ma attende solo che gli si
dica come comportarsi. Se Guénon vuole che l’Occidente studi la metafisica
orientale, non è perché è orientale, ma perché è la metafisica. Se la
metafisica orientale differisse dalla metafisica occidentale – come la vera
filosofia differisce da quella che viene spesso così definita nelle nostre
università moderne – l’una o l’altra non sarebbe la metafisica. È dalla
metafisica che l’Occidente s’è allontanato nella sua disperata impresa per
vivere di solo pane, un’impresa i cui frutti da Mar morto sono sotto i nostri
occhi. È solo perché quella metafisica si mantiene ancora come una potenza di
vita nelle società orientali – nella misura in cui non sono state corrotte dal
disseccante contatto con la civiltà occidentale o piuttosto con la civiltà
moderna (giacché l’opposizione non è tra Oriente e Occidente come tali, ma tra
“quelle vie che il resto dell’umanità segue in modo del tutto naturale” e quei
cammini che dal Rinascimento ci hanno portato nell’impasse presente) – e non
per orientalizzare l’Occidente ma per riportarlo alla coscienza delle radici
della propria vita e dei valori che sono stati svalutati nel senso più sinistro
che Guénon ci chiede di rivolgersi a Oriente. Non vuol dire, e mostra chiaramente
che non vuol dire, che gli Europei dovrebbero diventare Indù o Buddisti, ma
piuttosto che essi, che non arrivano a nulla con lo studio della “Bibbia quale
letteratura” o lo studio di Dante “come poeta” dovrebbero riscoprire il loro Cristianesimo
o, il che è lo stesso, Platone (“Questo Sommo Sacerdote” come lo chiama Meister
Eckhart). Siamo sovente stupiti dell’immunità degli uomini nei confronti dell’Apologia o del settimo capitolo della Repubblica; supponiamo che sia perché
non vogliono sentire la parola: «Sebbene ve ne fu uno che resuscitò dai morti».
La pubblicazione d’Orient
et Occident non pone solo un problema teorico (dobbiamo ricordare al lettore moderno
che, dal punto di vista della filosofia tradizionale, “teorico” non è per
niente un termine spregiativo) ma anche un problema pratico urgente. Pearl
Buck domanda: «Perché i pregiudizi sono così forti attualmente? La risposta, a me sembra,
è facile. I mezzi di trasporto e altre circostanze hanno costretto parti del
mondo una volta lontane le une dalle altre a entrare attualmente in uno
stretto contatto cui i popoli non sono né psichicamente né spiritualmente
preparati … Non è necessario credere che questa fase iniziale debba
continuare. Se coloro che sono preparati a fare da interpreti vogliono fare il
proprio lavoro, troveremo forse da qui a una generazione o due, o anche prima,
che l’avversione e il partito preso saranno scomparsi. Questo è possibile solo
se misure forti e tempestive sono prese dai popoli per rimanere mentalmente all’altezza
del problema posto della crescente prossimità cui la guerra ci costringe» (Asia, marzo 1942). Ma se ciò dovesse accadere,
l’Occidente dovrà abbandonare ciò che Guénon chiama “la sua furia di
proselitismo”, espressione che non va riferita soltanto all’attività dei
missionari cristiani, per quanto deplorevole a volte sia, ma all’attività di
tutti i distributori di “civiltà” moderna e a quella di quasi tutti gli
“educatori” che pensano d’avere più da dare che da ricevere da quelli che sono spesso
chiamati i popoli “arretrati” o “che non progrediscono”; all’attività di tutti
coloro ai quali non viene in mente che si può non volere il progresso o non averne
bisogno quando si sia raggiunto uno stato d’equilibrio che contribuisce già
alla realizzazione di quelli che si considerano come i più grandi scopi della
vita.
È in quanto
manifestazione di buona volontà e delle migliori intenzioni che questa furia
di proselitismo assume gli aspetti più pericolosi. Proprio quest’anno, il Vicepresidente
Wallace ha detto che «le nazioni più antiche[2] avranno il privilegio d’aiutare le
nazioni più giovani ad avanzare nel cammino dell’industrializzazione … Man
mano che le loro masse imparano a leggere e a scrivere e a diventare dei meccanici
produttivi (quel che Aristotele chiama “utensili viventi” e noi “schiavi prezzolati”
o “braccia”!) il loro tenore di vita raddoppierà e triplicherà». Per molti,
questo non può che ricordare la favola della volpe che perse la coda e convinse
le altre a tagliare la loro … L’industrializzazione dell’Oriente può
essere inevitabile ma non diamo il nome di benedizione al fatto che un uomo sia
ridotto al livello del proletariato e non affermiamo per di più che un tenore di
vita materiale più elevato comporta necessariamente una maggiore felicità.
L’Occidente scopre solo ora, con suo grande stupore,
che le «attrattive materiali, vale a dire il denaro e le cose che il denaro può
comprare non sono in alcun modo una forza tanto irresistibile quanto s’era supposto»; «Al
di là del livello di mantenimento, la teoria secondo cui questo stimolo sarebbe categorico è largamente un’illusione» (National Research Council, Fatigue of Workers, 1942, p. 143). Quanto all’Oriente, come dice Guénon: «L’unica impressione che le invenzioni
meccaniche, ad esempio, producono sulla generalità degli Orientali, è
un’impressione di profonda repulsione; tutto questo pare loro sicuramente
molto più fastidioso che vantaggioso e, se si trovano costretti ad accettare certe
necessità dell’epoca attuale, è con la speranza di sbarazzarsene un giorno o
l’altro … Ciò che gli Occidentali chiamano elevarsi, vi sono alcuni che,
per quanto li riguarda, lo chiamerebbero abbassarsi; questo è ciò che ne pensano
tutti gli Orientali» (Orient et Occident, pp. 38, 64).
Non bisognerebbe
supporre perché, per legittima difesa, tanti popoli orientali ci hanno imitato,
che abbiano con ciò accettato i nostri valori; al contrario, è proprio perché l’Oriente
conservatore nega ancora tutti i pregiudizi sui quali riposa la nostra
illusione di progresso che merita la nostra più seria considerazione.
Non v’è nulla nei
contatti economici che sia capace di ridurre automaticamente il pregiudizio o
di provocare la reciproca comprensione. Anche quando gli Europei vivono in
mezzo agli Orientali, «il contatto economico tra Orientali e Occidentali è
praticamente l’unico contatto che vi sia. Vi sono scarsissimi scambi sociali o
religiosi tra i due. Cia-scuno vive in un mondo interamente chiuso all’altro, e
per “chiuso” intendiamo non solo “sconosciuto” ma di più: incomprensibile e inaccessibile» (J. H. Boeke, Structure
of Netherlands Indian Economy, 1942, 68). Ciò costituisce un’alleanza disumana con cui entrambe le parti sono
disonorate.
Non bisogna neanche
supporre che l’Oriente creda importante che le masse imparino a leggere e a scrivere.
L’istruzione è praticamente una necessità in una società
industriale, in cui la tenuta dei conti è di grande importanza. Ma in India,
nella misura in cui i metodi d’educazione occidentali non sono stati imposti
dall’esterno, qualsiasi istruzione superiore è impartita oralmente, e l’avere
ascoltato è molto più importante d’aver letto. Nello stesso tempo, il
contadino, impedito dalla sua ignoranza e dalla sua povertà a divorare
giornali e riviste che formano la lettura quotidiana e quasi l’unica lettura
della grande maggioranza dei “letterati” occidentali, è, come i fattori Beoti d’Esiodo,
e ancor più come gli Highlander che
parlavano gaelico prima dell’era delle scuole primarie, del tutto edotti della
letteratura epica di profondo significato spirituale, e di tutta una poesia e
musica di valore incalcolabile; e non si può che rimpiangere l’estensione di un’“educazione”
che comporta la distruzione di tutte queste cose o le conserva solo come
curiosità sotto la copertina dei libri. Per dei bisogni culturali, non è
importante che la massa sia alfabetizzata; non è necessario che chiunque sia
alfabetizzato; è necessario solo che tra il popolo vi siano dei filosofi (nel
senso tradizionale, non nel senso moderno della parola) e che il profano
conservi un profondo rispetto per la vera conoscenza, il che è all’opposto dell’atteggiamento
americano nei confronti di un “Professore”. Sotto quest’aspetto, l’intero Oriente
è ancora di gran lunga avanti all’Occidente e di conseguenza la cultura dell’élite esercita sulla società in generale
un’influenza ben più profonda di quella che il “pensatore” specializzato dell’Occidente
potrebbe mai sperare d’esercitare.
Tuttavia, ciò che
interessa soprattutto Guénon, non è la protezione dell’Oriente contro le
incursioni sovversive della “cultura” occidentale, ma piuttosto questa questione:
quale possibilità di qualche rigenerazione può essere considerata per
l’Occidente? La possibilità esiste solo nel caso di un ritorno ai principi originari
e ai modi di vivere normali che procedono dall’applicazione dei principi originari
alle circostanze contingenti; e poiché è solo in Oriente che
le cose sono ancora viventi, è verso l’Oriente
che l’Occidente deve voltarsi … «È l’Occidente che deve prendere
l’iniziativa, ma per andare veramente verso l’Oriente, non per cercare di tirare
l’Oriente a sé come ha fatto finora. Quest’iniziativa, l’Oriente, non ha alcuna
ragione di prenderla, anche se le condizioni del mondo occidentale non fossero tali da
rendere inutile qualsiasi sforzo in
questo senso … Ci rimane ora da indicare come tale tentativo può essere
considerato» (Orient
et Occident, pp. 145-146).
Si appresta a
dimostrare che il lavoro dev’essere svolto nei due domini della metafisica e
della religione e può essere intrapreso solo al più alto livello intellettuale,
dove un accordo sui principi originari può essere raggiunto, lungi da qualsiasi
propaganda o addirittura da ogni apologia della “civiltà occidentale”.
Il lavoro dev’essere intrapreso, perciò,
da un’“élite”. Ora, siccome quello che Guénon vuol dire è qui, più che altrove,
suscettibile d’essere volontariamente frainteso, dobbiamo comprendere
chiaramente ciò che intende per
una tale élite. L’opposizione tra
Oriente e Occidente essendo solo “accidentale” il ravvicinamento di queste due porzioni
dell’umanità e il ritorno dell’Occidente a una civiltà normale sono una sola e
stessa cosa. «L’élite lavorerà prima per
se stessa, poiché, naturalmente, i suoi membri raccoglieranno dal proprio
sviluppo un beneficio immediato e indiscutibile» (Orient et Occident, p. 184). Un risultato indiretto,
“indiretto” perché, a questo livello intellettuale non si pensa a “fare del
bene” agli altri o a “servire” ma si cerca la verità perché se ne ha bisogno per
se stessi – potrebbe, in condizioni favorevoli, indurre un «ritorno
dell’Occidente a una civiltà tradizionale», cioè a una civiltà in cui «tutto
appare come l’applicazione e il prolungamento di una dottrina puramente
intellettuale o metafisica nella sua essenza» (Orient et Occident, pp. 215-216).
René Guénon
insiste ripetutamente sul fatto che con tale élite egli non intende un corpo di specialisti o di eruditi che
assorbirebbe e imporrebbe all’Occidente le forme di una cultura straniera o
addirittura che persuaderebbe l’Occidente a ritornare a una civiltà
tradizionale come quella che esisteva nel Medioevo. La cultura tradizionale si
sviluppa attraverso l’applicazione dei principi alle contingenze; i principi,
infatti, sono immutabili e universali, ma proprio come nulla può essere
conosciuto se non nel modo del conoscente, così nulla di valido può essere realizzato
socialmente senza tener conto delle caratteristiche degli interessati e in particolare delle circostanze del tempo in cui
vivono. Non v’è da
sperare in una “fusione” delle culture; un’élite
non avrebbe in vista niente di simile a un “eclettismo” o a un “sincretismo”.
Nello stesso modo, mai una tale élite
sarebbe organizzata in modo da esercitare un’influenza così diretta come
quella, ad esempio, che i tecnocrati vorrebbero esercitare per il bene
dell’umanità. Se una tale élite mai nascesse,
la stragrande maggioranza degli Occidentali non ne saprebbe nulla; essa agirebbe
soltanto come una sorta di lievito, e certamente a favore di, e non contro ciò
che può sopravvivere d’essenza tradizionale nei domini dell’Ortodossia greca e
del cattolicesimo romano, per esempio. È, infatti, una cosa curiosa che alcuni
dei più potenti difensori del dogma cristiano si trovino tra gli Orientali che
non sono essi stessi cristiani o suscettibili di divenire mai cristiani, ma
riconoscono nella tradizione cristiana un’incarnazione della verità universale
che Dio non ha mai, né da nessuna parte, lasciato senza testimonianza.
Nel frattempo,
René Guénon domanda: «… questo sarebbe veramente il “principio della fine” per
la civiltà moderna? … perlomeno, molti indizi devono dar da riflettere a
coloro che ne sono ancora capaci; l’Occidente arriverà a riprendersi in tempo?».
Pochi negheranno che non siamo di fronte alla possibilità di una totale
disintegrazione della cultura. Siamo in guerra con noi stessi e perciò in
guerra gli uni contro gli altri. L’Occidentale è squilibrato e la domanda: può riprendersi?
è di un’impellenza assai reale. Nessuno di coloro cui la domanda si presenta
può permettersi d’ignorare gli scritti del miglior interprete contemporaneo
della Saggezza tradizionale, che non è più essenzialmente orientale di quanto
non sia occidentale, sebbene forse sia solo nelle parti più lontane della terra
che ci si ricorda ancora d’essa e che dev’essere ricercata.
René Guénon e il superamento del mondo moderno *
Leopold Ziegler
Con René Guénon,
strappato così prematuramente al mondo, perdiamo uno di quei rari uomini che
hanno stabilito e fissato nella loro stessa opera la misura che permette di
determinarne l’importanza. Fondatore o rinnovatore della dottrina della
tradizione integrale, quella che abbiamo chiamato la “tradizione sana” (heile Überlieferung), Guénon, di fronte al processo di declino che travolge
irresistibilmente la nostra generazione, fa appello all’unica forza contraria da
cui possa ancora venire la salvezza. Disprezzando i tanti progetti di
trasformazione economica e sociale, i quali quasi tutti non fanno che
prolungare la serie delle rivoluzioni che si sono scaglionate dalla fine del
Medioevo, Guénon, fin dall’inizio della sua opera, va dritto alla soluzione
che riguarda l’uomo nella sua interezza: c’impone, come compito imperioso, il
ritorno al bene comune ed
ereditario dell’umanità – a quella tradizione integrale, precisamente, che
potremmo anche chiamare il “sapere primordiale”, quello che eleva l’uomo al di
sopra dell’animalità, o ancora la “rivelazione primordiale”, a dire il vero
perduta, ma non definitivamente scomparsa.
Infatti, sebbene invitarci
così a ricordare la tradizione sana significhi riconoscere ch’essa è stata
dimenticata, è anche d’altra parte ammettere che possa essere ritrovata e
vivificata. Ma come riuscirvi? Per Guénon, come per noi stessi, va da sé che occorre
rinunciare ad applicare i metodi scientifici, i metodi razionali ereditati dai Greci,
che qui non possono che fallire. Bisogna quindi ritornare a dei modi di
conoscenza pre- ed extra-scientifici; e, quel che conferisce nuovamente a
Guénon una posizione unica, è il mezzo che attua nel suo grande sforzo per
superare la “crisi del mondo moderno” – ammesso che per questo non sia già
troppo tardi. Questo mezzo si presenta sotto un aspetto duplice. In primo luogo
Guénon si reca in un paese in cui parti importanti della tradizione sana sono
ancora trasmesse oralmente di generazione in generazione nelle organizzazioni,
confraternite, ordini più o meno segreti dell’Oriente. È da questo punto di
vista che devono essere compresi e apprezzati sia il suo ricollegamento
all’Islam sia il suo ingresso nella branca egiziana di un ordine sufi. Egli trova
così la possibilità, di cui sa così ben servirsi, di penetrare per così dire
organicamente nei due immensi domini delle tradizioni arabo-musulmane e
indo-brahmaniche e diventare così egli stesso uno di quei mediatori tra l’Oriente
e l’Occidente che ormai non possono essere trascurati.
Tutto ciò nondimeno
rappresenta solo le condizioni esteriori di un processo interno di
trasformazione, mediante il quale l’uomo qualificato, seguendo una via
meditativa, poi contemplativa, è iniziato di grado in grado ai misteri della
tradizione sana. Per chi unisce così in una stessa visione l’Essere e il Non-Essere,
in modo iniziatico e “operativo”, la conoscenza coincide con la realizzazione,
così come per lui s’identificano, nella loro base, ontologia, metafisica e
teologia. Solo l’avvenire potrà esprimere un giudizio definitivo su quest’irruzione
di una modalità di conoscenza pre-, extra- e sovra-scientifica nel nostro
presente perplesso e travagliato, che conosce solo le scienze specializzate e
indipendenti. Bisogna lasciare all’avvenire la cura di confrontare questo
tentativo con analoghi sforzi della nostra epoca, tentativi di ritornare a una
conoscenza che sia essenzialmente una realizzazione. Sotto quest’aspetto, mi
limiterò qui a menzionare il modo in cui, nel corso degli ultimi anni,
Heidegger, riallacciandosi ai presocratici, ha richiamato una
conoscenza pre- e sovra-scientifica sia – si può ben dirlo – a partire dal
linguaggio sia dalla manifestazione immediata che dà dell’Essere. Nello stesso modo bisognerebbe esaminare
attentamente i punti di contatto, inevitabili nel nostro tempo, tra Guénon e
l’antroposofia, e anche, proprio dove s’avvicinano l’uno all’altra, le loro divergenze
su ciò che è tradizione autentica e falsa tradizione. Infine, per coloro che,
restando fedeli al Cristianesimo, cercano quel che è al di sopra delle
opposizioni dogmatiche e delle scissioni tra Chiese, per costoro si tratta di
definire l’esatta relazione da stabilire tra la tradizione integrale e la
tradizione propriamente cristiana, sia essa evangelica, cattolica o ortodossa.
Quando nel 1934
mi è stato chiesto di presentare René Guénon al pubblico tedesco[3]
– nessuno l’aveva ancora fatto –, ho creduto di poter parlare di lui come del rappresentante
autorizzato di una “Francia segreta”. Ero allora perfettamente consapevole di quanto quest’espressione fosse arrischiata. Giacché, mentre almeno
dall’epoca romantica, c’è sempre stata una “Germania segreta”, l’idea di una
“Francia segreta” pareva inconciliabile con il fatto, antico e importante, che
la Francia, in questo anche più favorita di noi, concede naturalmente a ogni
scrittore un pubblico tale che lo scrittore tedesco stenta a conoscere nel suo
paese. Questo resta vero per la Francia di Valery, di Gide e di Claudel. Guénon,
anche a questo riguardo, apporterà qualcosa di nuovo, che sarebbe nello stesso tempo
qualcosa di molto antico?
Molti indizi nel
frattempo suggeriscono che a questa Francia segreta corrispondono un’Austria
segreta, un’Italia segreta e di nuovo una Germania segreta, che, a mano a mano
che maturano, s’accostano senza rumore l’una all’altra. Così la scuola di
Vienna, fondata da quello stesso Othmar Spann che ha preceduto Guénon nella
morte, ha menzionato recentemente il gruppo di coloro che chiama i
tradizionalisti (Guénon, Evola, Ziegler), stabilendo un accostamento molto
stretto tra loro e la “dottrina della totalità” (Ganzheitslehre), oggi predominante in Austria. Supponendo che sia
lecito parlare di un gruppo simile, si potrebbe forse trovare nella sua
esistenza un ultimo e debole raggio di speranza per l’Occidente, nella lotta
che sostiene per non morire. Per troppo tempo l’Europa ha bevuto l’oblio alle
acque infernali del Lete, così ha sempre più dimenticato ciò che non avrebbe
mai dovuto esserlo. Il naturale rimedio per questa perdita di memoria, se già
non ne manca il tempo, è l’anamnêsis.
In prima linea tra coloro che ne hanno fatto ricorso combatteva René Guénon.
Oggi, davanti alle sue spoglie mortali, coloro che lottano per la stessa causa abbrunano
rispettosamente le comuni bandiere.
La funzione di René Guénon e il destino dell’Occidente *
Michel Vâlsan
«E gli stolti
diranno: “Chi li ha sviati dalla qibla che
avevano prima?” Dì: “Ad Allah appartiene l’Oriente e l’Occidente,
Egli guida chi vuole sulla Retta Via”».
E così facemmo di
voi una comunità mediatrice, affinché siate testimoni presso
i popoli e l’Inviato sia testimone presso di voi. …
Corano, II, 142-143.
La scomparsa
dell’uomo permette di considerare l’insieme dell’opera sotto prospettive
diverse da quelle che si potevano avere quando era ancora in vita. Fintantoché
svolgeva la sua attività e dunque non si poteva assegnare un termine alla sua
funzione, né una forma definitiva al suo lavoro che, come si sa, non si
limitava alla redazione dei suoi libri, ma s’esprimeva ancora mediante la sua
molteplice collaborazione regolare agli Études
Traditionnelles (per non parlare delle riviste alle quali aveva collaborato
anteriormente) come pure attraverso la sua abbondante corrispondenza d’ordine
tradizionale, la sua opera si trovava in una certa misura solidale con la sua
incommensurabile presenza, discreta e impersonale, ieratica e naturale, ma
sensibile e attiva. Ora, tutto questo insieme fissato può essere considerato in
certo qual modo in simultaneità: la stessa frattura che segna la fine sigilla
la sua portata con un nuovo significato generale. In realtà la prospettiva così
aperta ha già occasionato la manifestazione di reazioni che non s’erano prodotte
finora. Una notorietà nuova venne persino a segnare la morte dell’uomo. Taluni
hanno creduto di vedere in certi casi la rottura di una sorta di “cospirazione
del silenzio” che, in certi ambienti, sembrava impedire l’attualizzazione di
reali virtualità di partecipazione allo spirito del suo insegnamento. Comunque
sia, siamo costretti a constatare che, se ci si decide così a prendere atto
dell’importanza dell’opera di René Guénon, il modo in cui lo si è fatto non ha
rivelato la crescita di comprensione che era auspicabile. Pare persino, in
questi casi, che l’interesse nei suoi confronti derivasse piuttosto da un
desiderio di prevenire opportunamente un reale sviluppo di tale comprensione e
di limitare le conseguenze che ne sarebbero potute derivare. È per questo che
tali reazioni sono ora importanti soprattutto da un punto di vista ciclico. E
se non vogliamo qui rilevare errori nuovi o già conosciuti, né patenti inesattezze
materiali, siano esse dovute all’incapacità dei loro autori o semplicemente
alla loro malafede nel momento in cui, tuttavia, l’opera di René Guénon è
presente in tutta la sua ampiezza e fissata nel modo più esplicito, ci par
necessario precisare il significato che esse acquistano in questo momento. Si
può, infatti, trovarvi la più precisa indicazione che certi limiti sono stati
raggiunti e che una sorta di “giudizio” v’è implicato.
Tale è precisamente
l’impressione che deriva della lettura degli articoli e degli studi comparsi
quest’anno nelle pubblicazioni cattoliche e massoniche. Sappiamo tuttavia che,
per grande fortuna, in questi due ambienti non mancano i casi di una migliore e
persino di un’eccellente comprensione, ma una certa riserva, disciplinare
diremo, impedisce che quest’eccezioni, da parte cattolica soprattutto, cambino il
tono generale. Eppure questa sorta di censura potrebbe solo scoraggiare ancora
le ultime speranze di un allargamento dell’orizzonte
spirituale di questi stessi ambienti; e i limiti che appaiono così non sfuggono
a coloro che sanno quali sono le condizioni per una rivivificazione
dell’intellettualità occidentale in generale e per una conclusione della profonda
crisi del mondo moderno.
Ma, per fortuna, vi
sono ancora altri ambienti intellettuali in cui l’opera di René Guénon, in modo
imprevisto, ora penetra, e questo apre persino nuove prospettive
sull’estensione dell’influenza che essa può esercitare nel futuro.
L’occasione
riassuntiva in cui facciamo queste constatazioni, ci permette di rievocare qui
le prospettive generali formulate da René Guénon dall’inizio della serie
coerente e graduata di espressioni dottrinali con cui egli aveva contrassegnato
la posizione dell’Occidente, le sue possibilità future e le manifestazioni
successive di fattori e di circostanze che aprivano possibilità positive o le
annullavano. Pur supponendo nei nostri lettori la conoscenza dell’insieme
delle idee che dominano la questione occidentale, ne ricorderemo qui, in pochi
cenni, i punti cardinali necessari all’orientamento del nostro esame.
La condizione suprema
dell’essere umano è la conoscenza metafisica, che è quella delle verità eterne
e universali. Il valore di una civiltà risiede nel grado d’integrazione in essa
di tale conoscenza e nelle conseguenze che essa ne trae per l’applicazione nei
diversi domini della sua costituzione; una tale integrazione e irradiazione
interiore è possibile solo nelle civiltà dette tradizionali, che sono quelle che
procedono da principi non umani e sovrindividuali e si fondano su forme d’organizzazione
che sono esse stesse l’espressione preveniente delle verità cui debbono far
partecipare. Il compito di qualsiasi forma tradizionale è infatti d’offrire
all’umanità da essa ordinata l’insegnamento e i mezzi che permettano di
realizzare quella conoscenza o di parteciparvi da presso o da lungi, in
conformità con le diverse possibilità degli individui e delle specifiche nature.
La misura in cui una forma tradizionale, sia essa di tipo puramente
intellettuale o di tipo religioso, detiene questi elementi dottrinali e i
corrispondenti metodi, è quindi il criterio sufficiente e decisivo della sua effettiva
verità, così come la misura nella quale i suoi membri avranno realizzato le
proprie possibilità in quest’ordine sarà il solo titolo che la generazione
spirituale di questa forma tradizionale potrebbe presentare in un “giudizio”
che riguardasse quest’ultima e l’insieme della sua umanità.
L’Occidente moderno, con la sua civiltà
individualista e materialista, è per sé stesso la negazione d’ogni verità
intellettuale propriamente detta, come d’ogni ordine tradizionale normale, e come
tale presenta il più patente stato d’ignoranza spirituale che l’umanità abbia
mai raggiunto finora, tanto nel suo insieme quanto in una qualunque delle sue
parti. Questa situazione si spiega con l’abbandono dei principi non umani e
universali sui quali si fonda l’ordine umano e cosmico, e si caratterizza in
modo speciale con la rottura dei normali rapporti con l’Oriente tradizionale e
la sua imprescrittibile saggezza.
Il processo secondo cui si compie la decadenza
dell’Occidente nell’epoca moderna deve, in conformità tanto con la natura
delle cose quanto con gli unanimi dati tradizionali, finire normalmente con il raggiungimento
di un certo limite, segnato verosimilmente da una catastrofe di civiltà. A
partire da quel momento un cambiamento di direzione appare come
inevitabile e i dati tradizionali, tanto d’Oriente quanto
d’Occidente, indicano che si produrrà allora una restaurazione di tutte le
possibilità tradizionali che l’attuale umanità ancora comprende, il che
coinciderà con una rimanifestazione della spiritualità primordiale e, nello
stesso tempo, le possibilità antitradizionali e gli elementi umani che le
incarnano saranno respinti fuori da quest’ordine e definitivamente degradati.
Ma se la forma generale di questi avvenimenti futuri appare come certa, il
destino che in questo “giudizio” sarebbe riservato al mondo occidentale e la
parte che esso potrebbe avere nella restaurazione finale dipenderanno dallo
stato mentale che l’umanità occidentale avrà nel momento in cui quel
cambiamento si produrrà, ed è comprensibile che l’Occidente potrà essere
incluso in tale restaurazione solo nella misura in cui avrà ripreso coscienza
delle verità fondamentali comuni a ogni civiltà tradizionale.
L’attuale situazione dell’umanità considerata
nel suo insieme impone la convinzione che il risveglio delle possibilità
intellettuali dell’Occidente possa realizzarsi solo sotto l’influenza
dell’insegnamento dell’Oriente tradizionale, che conserva sempre intatto il
deposito delle verità sacre. Nel nostro tempo quest’insegnamento fu formulato a
vantaggio della coscienza occidentale mediante l’opera provvidenziale di René
Guénon, che fu l’eletto strumento di un appello supremo e di un sostegno estremo
della spiritualità orientale. Emerge così che è in rapporto a tale presenza di
verità che dovrà definirsi l’esatta posizione dell’Occidente in generale e del
Cattolicesimo in particolare, in quanto possibile base tradizionale per un’intera
civiltà. È nella misura in cui tale testimonianza dell’Oriente sarà stata compresa
e ritenuta per il beneficio proprio dell’Occidente, che quest’ultimo avrà
risposto a questa “convocazione”, che contiene a un tempo una promessa e un
avvertimento.
Nella
fattispecie, è bene precisare che lo speciale privilegio
che quest’opera ha di fungere da criterio di verità, di regolarità e di
pienezza tradizionale dinanzi alla civiltà occidentale deriva dal carattere
sacro e non individuale che ha rivestito la funzione di René Guénon. L’uomo che
doveva adempiere tale funzione fu certamente preparato da lontano e non
improvvisato. Le matrici della Saggezza avevano predisposto e formato la sua
entità secondo un’economia precisa, e la sua carriera si compì nel tempo con
una costante correlazione tra le sue possibilità e le condizioni cicliche
esterne.
È così che, su un essere di una statura e di
una potenza intellettuale del tutto eccezionali, che attingeva le sue certezze
fondamentali direttamente alla fonte principiale, dotato di una sensibilità
spirituale prodigiosa che doveva servire per un compito di riconoscimento e d’identificazione
universale della moltitudine di simboli e di significati, caratterizzato da
una forma di pensiero e una maestria d’espressione che appaiono come la diretta
traduzione, sul loro piano, della santità e dell’armonia delle verità
universali realizzate in sé, su un tale essere dunque, unico, come lo è in un
altro senso lo stesso mondo cui doveva rivolgersi e il momento ciclico che gli
corrispondeva, le funzioni dottrinali e spirituali dell’Oriente tradizionale
si concentrarono per così dire per una suprema espressione. L’Induismo, il
Taoismo e l’Islam, queste tre principali forme dell’attuale mondo tradizionale,
rappresentanti rispettivamente il Medio Oriente, l’Estremo Oriente e il Vicino
Oriente, che sono, nel loro ordine e sotto un certo aspetto, come i riflessi
dei tre aspetti di quel misterioso Re del Mondo di cui proprio René Guénon
doveva, per primo, dare la definizione rivelatrice, proiettarono i fasci convergenti
di una luce unica e indivisibile che mai opera di dottore ebbe a manifestare
tanto integralmente e ampiamente su un piano che domina l’insieme delle forme e
delle idee tradizionali. Al di là della sua intrinseca veridicità, la bellezza,
la maestà e la perfezione di quel monumento all’Intelletto Universale che è la
sua opera attestano il dono più generoso nel suo ordine e costituiscono il
miracolo intellettuale più abbagliante prodotto dinanzi alla coscienza moderna.
La testimonianza dell’Oriente ha così rivestito la forma più prestigiosa e
nello stesso tempo più adeguata, il che era d’altronde la condizione della sua
maggiore efficacia. È nella considerazione di questa presenza trascendente e
nello stesso tempo vicina che deve riconoscersi lo spirito dell’uomo d’Occidente,
e prendere coscienza delle sue possibilità di verità in rapporto a un ordine
umano totale.
Le idee fondamentali di questa testimonianza
sono le seguenti: innanzitutto, nell’ordine puramente intellettuale e
spirituale, la supremazia della conoscenza metafisica su tutti gli altri
ordini di conoscenza, della contemplazione sull’azione, della Liberazione sulla
Salvezza; da lì, distinzione tra via iniziatica ed intellettuale, da una parte,
e via exoterica, dall’altra, questa con il suo corollario “mistico”
nell’ultima fase tradizionale dell’Occidente. Sul piano d’insieme del mondo
tradizionale: l’identità essenziale di tutte le dottrine sacre, l’universalità
intelligibile del simbolismo iniziatico e religioso, e l’unità fondamentale di
tutte le forme tradizionali.
Quest’unanimità tradizionale non esclude
l’esistenza di differenti gradi di partecipazione al comune spirito: questo è
meglio rappresentato, e anche meglio conservato, dalle tradizioni in cui
predomina il punto di vista puramente intellettuale e metafisico: da lì, normale
preminenza dell’Oriente nell’ordine spirituale. Da questo punto di vista vi
sono dunque normalmente, sotto certi aspetti, una gerarchia e dei rap-porti
susseguenti tra le diverse tradizioni, come tra le civiltà che loro
corrispondono. Il mondo occidentale, da tempi che risalgono ancora più lontano
dell’inizio dell’epoca detta storica, e quali che siano state le forme
tradizionali che l’organizzavano, generalmente aveva sempre mantenuto con
l’Oriente dei rapporti normali, correttamente tradizionali, basati su un fondamentale
accordo di principi di civiltà. Tale è stato il caso della civiltà cristiana
del Medioevo. Questi rapporti sono stati rotti dall’Occidente nell’epoca
moderna, di cui René Guénon fa risalire l’inizio molto prima di quanto non si
faccia solitamente, cioè al XIV secolo, quando, tra altri fatti caratteristici
di questo cambiamento di direzione, l’Ordine del Tempio, che era il principale strumento
di quel contatto nel Medioevo cristiano, fu distrutto: ed è interessante notare
che uno dei rimproveri che sono stati fatti a quest’Ordine era proprio d’aver mantenuto
delle relazioni segrete con l’Islam, relazioni della cui natura ci si faceva d’altronde
un’idea inesatta, giacché erano essenzialmente iniziatiche e intellettuali.
Questo stato di cose è andato sempre aggravandosi man mano che la civiltà
occidentale perdeva i suoi caratteri tradizionali fino a diventare quella che è
al giorno d’oggi, una civiltà completamente anormale in tutti i campi,
agnostica e materialista quanto ai principi, negatrice e distruttrice quanto
alle istituzioni tradizionali, anarchica e caotica quanto alla propria costituzione,
invadente e dissolvente quanto al suo ruolo verso l’insieme dell’umanità: il
mondo occidentale, dopo aver distrutto la propria civiltà tradizionale, si è
volto «ora brutalmente, ora insidiosamente»[4]
contro tutto l’ordine tradizionale esistente, e particolarmente
contro le civiltà orientali. È così che l’insegnamento puramente intellettuale
esposto da René Guénon si completa con una critica di
tutti gli aspetti dell’Occidente attuale. Non sarà qui necessario ricordare in che
cosa consista questa critica
a un tempo profonda ed estesa, poiché interessa meno il nostro intento, e d’altronde questa parte dell’opera di René
Guénon ha incontrato generalmente un’accoglienza più facile, molti occidentali
essendosi sbarazzati da soli delle abituali illusioni sul valore della civiltà
moderna.
Vogliamo precisare ora che, in considerazione
della funzione ciclica di René Guénon, le diverse situazioni da lui considerate
quanto allo stato dell’Occidente nel momento in cui la sua civiltà avrà
raggiunto il punto d’arresto, possono essere legittimamente ricollegate alla
reazione che l’intellettualità occidentale avrà davanti alla sua opera. È infatti
dal lato intellettuale che il raddrizzamento della mentalità generale poteva
realizzarsi, e l’opera di René Guénon si rivolge esclusivamente a coloro che sono
capaci innanzitutto di comprendere le verità principiali, poi di trarne le
conseguenze che s’impongono. L’intellettualità occidentale contemporanea assume
così in modo logico una dignità e una responsabilità rappresentative. A questo
proposito bisogna ricordare che, fin dal suo primo libro, pubblicato nel 1921,
l’Introduction générale à l’étude des
doctrines hindoues (Conclusione), René Guénon aveva formulato tre ipotesi
principali quanto al destino dell’Occidente. La prima «la più sfavorevole è
quella in cui nulla verrebbe a sostituire questa civiltà e, scomparendo questa,
l’Occidente, abbandonato d’altronde a se stesso, si troverebbe immerso nella barbarie
peggiore»[5].
Dopo averne sottolineato la possibilità, concludeva che «non è utile insistervi
più a lungo perché ci si renda conto di quanto sia inquietante questa prima
ipotesi»[6].
La seconda sarebbe quella in cui «i rappresentanti di altre civiltà, vale a
dire i popoli orientali, per salvare il mondo occidentale da questa
irrimediabile decadenza, se l’assimilerebbero con le buone o con le cattive, supponendo che la
cosa fosse possibile e che d’altronde l’Oriente vi
acconsenta nella sua totalità o in alcune delle sue componenti. Speriamo –
diceva – che nessuno sia così accecato dai pregiudizi occidentali da non
riconoscere quanto quest’ipotesi sarebbe preferibile alla precedente: in
simili circostanze, vi sarebbe sicuramente un periodo transitorio
contrassegnato da rivoluzioni etniche assai dolorose, di cui è difficile farsi
un’idea, ma il risultato finale sarebbe tale da compensare i danni causati fatalmente
da una simile catastrofe; l’Occidente dovrebbe però rinunciare alle proprie
caratteristiche e si troverebbe assorbito puramente e semplicemente. È per
questo – diceva poi René Guénon – che conviene considerare un terzo caso come
molto più favorevole dal punto di vista occidentale, quantunque equivalente, a
dire il vero, dal punto di vista dell’insieme dell’umanità terrestre, poiché se
arrivasse a realizzarsi, l’effetto sarebbe di far scomparire l’anomalia
occidentale, non per soppressione come nella prima ipotesi ma, come nella
seconda, per ritorno all’intellettualità vera e normale; ma tale ritorno, invece
d’essere imposto e forzato, o tutt’al più accettato e subito dall’esterno,
sarebbe effettuato allora volontariamente e come spontaneamente»[7].
Nel seguito della sua esposizione, René Guénon ritornava su queste tre ipotesi
«per sottolineare più precisamente le condizioni che determinerebbero la
realizzazione dell’una o dell’altra di esse; a questo riguardo – precisava – tutto
dipende evidentemente dallo stato mentale in cui si troverebbe il mondo
occidentale nel momento in cui raggiungerebbe il punto d’arresto della sua
attuale civiltà. Se tale stato mentale fosse allora quale è oggi, sarebbe la
prima ipotesi a doversi necessariamente realizzare, poiché non vi sarebbe nulla
che possa sostituire quello cui si rinuncerebbe e, d’altra parte,
l’assimilazione da parte di altre civiltà sarebbe impossibile, la differenza
delle mentalità arrivando alla contrapposizione. Quest’assimilazione, che
risponde alla nostra seconda ipotesi, supporrebbe, come condizioni minime,
l’esistenza in Occidente di un nucleo intellettuale, formato anche solo da un’élite poco numerosa, ma costituita
abbastanza fortemente da formare l’indispensabile intermediario per ricondurre
la mentalità generale verso le fonti della vera intellettualità, imprimendole
una direzione che non avrebbe d’altronde per niente bisogno d’essere cosciente per
la massa. Dal momento che si ritiene verosimile la supposizione di un arresto di
civiltà, la costituzione preliminare di quest’élite appare dunque come la sola capace di salvare l’Occidente, al
momento opportuno, dal caos e dalla dissoluzione; e, del resto, per
interessare al destino dell’Occidente i detentori delle tradizioni orientali,
sarebbe essenziale mostrare loro che, se i loro apprezzamenti più severi non
sono ingiusti verso l’intellettualità occidentale presa nel suo insieme, vi
possono essere almeno eccezioni onorevoli, indicanti che la decadenza di quest’intellettualità
non è assolutamente irrimediabile. Abbiamo detto che la realizzazione della
seconda ipotesi non sarebbe priva, transitoriamente perlomeno, di certi aspetti
spiacevoli, dal momento che il ruolo dell’élite
vi si ridurrebbe a servire da punto d’appoggio a un’azione in cui l’Occidente
non avrebbe l’iniziativa, ma questo ruolo sarebbe tutt’altro se gli eventi le
lasciassero il tempo d’esercitare una tale azione direttamente e da sola, il
che corrisponderebbe alla possibilità della terza ipotesi. Si può infatti immaginare
che l’élite intellettuale, una volta
costituita, agisca in certo qual modo come un “fermento” nel mondo occidentale,
per preparare la trasformazione che, divenendo effettiva, le permetterebbe di
trattare, se non da pari a pari, almeno come una potenza autonoma, con i rappresentanti
autorizzati delle civiltà orientali»[8].
Quanto al modo in cui si può intendere l’influenza
esercitata dall’élite, Guénon dava
più avanti in Orient et Occident
alcune precisazioni che è bene ricordare qui al fine d’impedire che ci si
fermi a delle rappresentazioni troppo grossolane. L’élite, pur lavorando per se stessa, «lavorerà anche
necessariamente per l’Occidente in generale, giac-ché è impossibile che un’elaborazione
come quella di cui si tratta s’effettui in un ambiente qualunque senza
produrvi presto o tardi delle modificazioni considerevoli. Per di più, le
correnti mentali sono sottoposte a leggi perfettamente definite, e la
conoscenza di queste leggi permette un’azione ben altrimenti efficace dell’uso
di mezzi solo empirici; ma qui, per arrivare all’applicazione e realizzarla in
tutta la sua ampiezza, bisogna potersi appoggiare su un’organizzazione fortemente
costituita, il che non vuol dire che dei risultati parziali, già apprezzabili,
non possano essere ottenuti prima che si sia arrivati a questo punto. Per
quanto difettosi e incompleti siano i mezzi di cui si dispone, bisogna tuttavia
cominciare con il metterli in opera tali quali, altrimenti non si giungerà mai
ad acquisirne di più perfetti; e noi aggiungeremo che la minima cosa compiuta
in conformità armonica con l’ordine dei principi porta virtualmente in sé delle
possibilità la cui espressione è capace di determinare le più prodigiose
conseguenze, e questo in tutti i domini, man mano che le sue ripercussioni vi
si estendono secondo la loro ripartizione gerarchica e in indefinita
progressione»[9].
Siamo obbligati a limitare all’essenziale le
nostre citazioni e bisognerà riferirsi al testo integrale dei capitoli qui
ricordati, così come a La Crise du Monde
moderne e a Le Règne de la Quantité,
per avere gli altri aspetti che comporta ancora la realizzazione dell’una o
dell’altra di queste tre ipotesi. Quel che va ricordato per il nostro intento,
è che tutta la questione del futuro destino dell’Occidente si trova ricondotta
attorno all’idea di un’élite
intellettuale. È a una tale entità spirituale e umana che incombe realizzare il
ritorno dell’Occidente alla Tradizione in una misura o in un’altra e come pure
d’accordarsi sui principi con l’Oriente tradizionale. È proprio questo, diremo,
che collega le prospettive spirituali, e in generale tradizionali,
dell’Occidente all’insegnamento di René Guénon, giacché è nella sua opera che
si trova in realtà il punto di partenza di un risveglio intellettuale e
l’ispirazione di tutto il lavoro da compiere in seguito. L’esposizione di certe
concezioni deve permettere innanzitutto, ai possibili elementi dell’élite, di prendere coscienza di se
stessi e di ciò che è loro necessario. La formazione mentale propriamente
detta deve cominciare con l’acquisizione di una conoscenza teorica dei principi
metafisici: è lo studio delle dottrine orientali che doveva permettere questo
e René Guénon, con tutta la serie delle sue esposizioni, principalmente delle
dottrine indù, aveva suscitato e illuminato tale studio da cui poteva risultare
l’assimilazione dei modi essenziali del pensiero orientale da parte dell’élite in formazione. Ricorderemo anche
che l’élite occidentale, per essere
tale, doveva restare legata alle forme tradizionali occidentali: è per questo
che essa poteva fare solo ciò che egli chiamava un’“assimilazione al secondo grado”
dell’insegnamento orientale[10].
È così che si manifestava la prima modalità dell’appoggio che l’Oriente offriva
all’Occidente; è il periodo che René Guénon designava come quello dell’“aiuto
indiretto” o delle “ispirazioni”: «queste ispirazioni – diceva – possono essere
trasmesse solo attraverso delle influenze individuali che servano da intermediari,
non mediante un’azione diretta di organizzazioni che, a meno di sconvolgenti
imprevisti, non assumeranno mai la loro responsabilità negli affari del mondo
occidentale»[11]. E aggiungeva questo,
che riguardava lui stesso prima d’ogni altro: «coloro che hanno assimilato
direttamente l’intellettualità orientale possono solo pretendere di svolgere
quel ruolo d’intermediari di cui parlavamo poco fa; essi sono, per il solo
fatto di quest’assimilazione, troppo vicini all’Oriente per fare di più;
possono suggerire delle idee, esporre dei concetti, indicare ciò che
converrebbe fare, ma non prendere da soli l’iniziativa di un’organizzazione
che, provenendo da loro, non sarebbe veramente occidentale»[12].
Sottolineeremo con l’occasione quest’aspetto caratteristico della funzione di
René Guénon, giacché alcuni potrebbero essere tentati di vedere in lui solo un
semplice autore di libri teorici: innanzitutto, il fatto che i suoi scritti
corrispondano precisamente, a un qualsiasi grado, a delle “ispirazioni” provenienti
da forze spirituali dell’Oriente ed esprimentesi attraverso le sue possibilità
e la sua influenza personale, dimostra che questi hanno, non soltanto nella
loro sostanza dottrinale ma pure nella loro intenzione primaria, un punto di
partenza che non è situato nella semplice comprensione intellettuale e nel desiderio individuale di far partecipare gli altri a tale comprensione, né nelle
sole
sollecitazioni dell’ambiente e nella pressione delle circostanze; poi, il suo ruolo non era solamente di fare delle esposizioni dottrinali,
ma anche, come diceva lui stesso, di “suggerire delle idee” e d’“indicare ciò
che converrebbe fare”, e noi sappiamo benissimo che, in realtà, egli ha
esercitato in tal senso un’attività molto estesa che è rivelata solo
indirettamente e parzialmente dai suoi libri quando vi annotava gli elementi
che potevano interessare i suoi lettori in generale.
Per ritornare a quanto riguarda i rapporti
dell’élite con l’Oriente, il secondo
periodo dell’appoggio che essa doveva riceverne è chiamato da René Guénon
quello dell’“appoggio diretto”: esso presuppone l’élite già costituita in un’organizzazione «capace d’entrare in relazione
con
le organizzazioni orientali che lavorano nel puro ordine intellettuale, e di ricevere da queste, per la sua azione, l’aiuto che possono procurare
delle forze accumulate da un tempo immemorabile»[13];
«quando un primo lavoro d’assimilazione sarà stato così compiuto, niente s’opporrebbe
a che la stessa élite (poiché è da
essa che dovrebbe venire l’iniziativa) facesse appello, in modo più immediato,
ai rappresentanti delle tradizioni orientali; e costoro, trovandosi interessati
al destino dell’Occidente per la presenza di tale élite, non mancherebbero di rispondere a quest’appello, giacché la
sola condizione che esigono è la comprensione … È nel secondo periodo che
l’appoggio degli Orientali potrebbe manifestarsi effettivamente»[14].
In questo periodo, che è quello dell’“azione effettiva”, l’élite deve realizzare degli adattamenti
alla condizione occidentale; non si tratta di considerare così la sostituzione
di una tradizione a un’altra e, per quanto riguarda la tradizione religiosa
dell’Occidente, si tratta soltanto dell’«aggiunta dell’elemento interiore che
le fa attualmente difetto, ma che può benissimo sovrapporvisi senza che nulla
sia cambiato esteriormente»[15].
«È solo nel caso in cui l’Occidente si mostrasse definitivamente impotente di
ritornare a una normale civiltà che una tradizione estranea potrebbe essergli
imposta; ma allora non vi sarebbe fusione, poiché niente di specificamente occidentale
sussisterebbe più; e non vi sarebbe neppure sostituzione, giacché, per
arrivare a un tale estremo, bisognerebbe che l’Occidente avesse perduto persino
la ultime vestigia dello spirito tradizionale, a eccezione di una piccola élite senza la quale, non potendo neppure
ricevere questa tradizione estranea, sprofonderebbe inevitabilmente nella peggiore
barbarie»[16].
Riassumendo così i rapporti possibili nella migliore ipotesi tra Oriente e Occidente, René Guénon precisava ancora: «Si tratta dunque non d’imporre
all’Occidente una tradizione orientale, le cui forme non corrispondono alla
sua mentalità, ma di restaurare una tradizione occidentale con l’aiuto
dell’Oriente, aiuto indiretto in un primo momento, diretto poi, o, se si vuole,
ispirazione nel primo periodo, effettivo appoggio nel secondo … Quando
l’Occidente sarà di nuovo in possesso di una civiltà regolare e tradizionale,
il ruolo dell’élite dovrà proseguire:
essa sarà allora il mezzo con cui la civiltà occidentale comunicherà in modo
permanente con le altre civiltà, giacché una tale comunicazione può stabilirsi
e mantenersi solo attraverso ciò che v’è di più elevato in ognuna di esse …
In altre parole, bisognerebbe che l’Occidente giungesse
finalmente ad avere dei rappresentanti in quello che è designato simbolicamente
come il “centro del mondo” o con qualsiasi altra espressione equivalente (il
che non dev’essere inteso letteralmente come espressione di un luogo
determinato, quale esso possa essere); ma, qui, si tratta di cose troppo
lontane, troppo inaccessibili allo stato presente e con ogni probabilità per
molto tempo ancora, perché possa essere veramente utile insistervi»[17].
Certamente quest’ipotesi, la più favorevole per
l’Occidente, quella di una restaurazione integrale della civiltà occidentale su
delle basi e in forme tradizionali proprie, era la meno probabile, e René
Guénon non si è mai fatto troppe illusioni a questo riguardo, e se considerava
una simile ipotesi, era in certo qual modo per principio, per non limitare
alcuna possibilità e non scoraggiare alcuna speranza, ogni sforzo in tal senso
avendo comunque dei risultati in un altro ordine, e innanzitutto per la stessa élite. Ma nella riedizione del 1948 d’Orient et Occident, prendendo atto, in
un Addendum, dell’aggravarsi del
disordine generale e dopo aver ripetuto che «il solo vero rimedio consiste in
una restaurazione»,
constatava che «disgraziatamente, da questo punto di vista, le possibilità di
una reazione proveniente dallo stesso Occidente sembrano diminuire ogni giorno
di più, giacché quanto sussiste come tradizione in Occidente è sempre più
minato dalla mentalità moderna e, di conseguenza, sempre meno capace di servire
da solida base a una simile restaurazione, sicché, senza scartare alcuna delle
possibilità che possono ancora esistere, pare
più che mai verosimile che l’Oriente debba intervenire più o meno
direttamente, nel modo che abbiamo spiegato, se questa restaurazione deve un
giorno realizzarsi … Se l’Occidente possiede ancora in sé stesso i mezzi
per ritornare alla sua tradizione e restaurarla
pienamente, è a esso che spetta provarlo. Nell’attesa, ci sentiamo
nell’obbligo di dichiarare che finora non abbiamo colto il minimo
indizio che ci autorizzerebbe a supporre che l’Occidente, abbandonato a se
stesso, sia realmente capace di adempiere questo compito, qualunque sia la
forza con cui gli s’imponga l’idea della sua necessità»[18].
Con queste conclusioni enuncianti la
probabilità che l’Oriente intervenga “più o meno direttamente” nella
restaurazione occidentale, Guénon evocava evidentemente la seconda ipotesi da
lui formulata, quella in cui «i popoli orientali, per salvare il mondo
occidentale da questa irrimediabile decadenza, se l’assimilerebbero con le
buone o con le cattive, supponendo che la cosa fosse possibile e che
d’altronde l’Oriente vi acconsenta nella sua totalità o in alcune delle sue
componenti», e questo, ricordiamolo, implicava la “rinuncia dell’Occidente ai
propri caratteri». Le condizioni minime per quest’ipotesi erano però «l’esistenza
in Occidente di un nucleo intellettuale, formato anche solo da un’élite poco numerosa, ma costituita
abbastanza fortemente da formare l’indispensabile intermediario per ricondurre
la mentalità generale». Ma in questo caso «il ruolo dell’élite vi si ridurrebbe a servire da punto d’appoggio a un’azione in
cui l’Occidente non avrebbe l’iniziativa». A questo proposito, potremmo far
notare che varie eventualità possono essere considerate all’interno della
seconda ipotesi in funzione dei fattori che vi debbono intervenire: da un
lato, l’importanza o l’effettività dell’élite
occidentale, dall’altro, i popoli orientali e le organizzazioni che potrebbero
trovare un interesse a una restaurazione occidentale. Queste eventualità sono
espresse, in un certo senso, dalle modalità di quell’assimilazione che sarebbe
fatta o “con le buone”, il che implica un consenso occidentale, almeno nei suoi
elementi etnici più importanti, o “con le cattive”, il che presuppone una
resistenza più o meno generalizzata. D’altronde, e soprattutto in quest’ultimo
caso, v’è ancora da considerare la possibilità che l’assimilazione riguardi l’insieme
occidentale o soltanto una parte, i popoli orientali in questione potendo intraprenderla
solo nella misura in cui riterranno che ciò corrisponda al proprio interesse,
per il resto accontentandosi forse di prendere certe misure di sicurezza dell’ordine
stabilito, il che vuole anche dire che, in tal caso, delle parti dell’Occidente
potrebbero cadere in una situazione corrispondente alla prima ipotesi, quella
che prefigurava uno stato di barbarie pura e semplice. Se consideriamo queste diverse
eventualità secondarie, è per far capire che l’enunciazione di una probabilità
della seconda ipotesi non implica per forza la realizzazione degli aspetti migliori
di questa, e che anch’essa non esclude delle possibilità della prima, il tutto
dipendendo in primo luogo dalla capacità che quest’élite avrebbe di servire da punto d’appoggio dell’azione orientale.
Finora ci siamo tenuti molto sulle generali
parlando delle possibilità di raddrizzamento tradizionale dell’Occidente. Dobbiamo
considerare ora queste possibilità secondo i punti d’appoggio che gli elementi
occidentali, che dovrebbero compiere tale lavoro di restaurazione con l’aiuto
della conoscenza delle dottrine orientali, potrebbero trovare nello stesso mondo
occidentale.
Occorre dire innanzitutto che se in Occidente vi
fosse stato almeno un punto in cui si fosse conservato integralmente lo spirito
tradizionale, si sarebbe potuto vedere in ciò un motivo per sperare che l’Occidente
realizzasse un ritorno allo stato tradizionale per una sorta di «spontaneo risveglio
di possibilità latenti»[19];
è il fatto che una simile persistenza gli sembrasse, a dispetto di certe
pretese, “estremamente dubbia”, che autorizzava René Guénon a considerare un
nuovo modo di costituzione di un’élite
intellettuale, e in realtà finora niente è arrivato a invalidare la sua iniziale
supposizione. Per costituirsi, l’élite
in formazione aveva tutto l’interesse a prendere un punto d’appoggio in
un’organizzazione avente un’effettiva esistenza. In fatto d’organizza-zioni a carattere
tradizionale, tutto quel che l’Occidente ancora conserva sono, nell’ordine
religioso, la Chiesa cattolica, e nell’ordine iniziatico, alcune
organizzazioni in un avanzato stato di decadenza. Tuttavia sotto l’aspetto
dottrinale, solo la prima poteva essere considerata come una possibile base di
raddrizzamento complessivo per il mondo occidentale, e Guénon diceva pertanto
ne La Crise du Monde moderne: «sembra
proprio che in Occidente vi sia ormai solo un’unica organizzazione che
possieda un carattere tradizionale e che conservi una dottrina suscettibile di
fornire una base appropriata al lavoro in questione: è la Chiesa cattolica.
Basterebbe restituire alla sua dottrina, senza nulla cambiare nella forma
religiosa sotto cui si presenta all’esterno, il senso profondo che essa ha
realmente in se stessa, ma di cui i suoi attuali rappresentanti paiono non
avere più coscienza, come non ne hanno della sua unità essenziale con le altre
forme tradizionali; le due cose, d’altronde, sono inseparabili l’una
dall’altra. Sarebbe la realizzazione del Cattolicesimo nel vero senso della
parola, che, etimologicamente, esprime l’idea d’“universalità”, cosa che
dimenticano un po’ troppo quelli che vorrebbero farne solo la denominazione
esclusiva di una speciale forma puramente occidentale, senza alcun legame
effettivo con le altre tradizioni»[20].
Quanto a tale
questione dottrinale, che è evidentemente fondamentale, poiché l’accordo cercato
sui principi con l’Oriente l’antepone a ogni altra, egli diceva già in Orient et Occident: «L’accordo, retto essenzialmente
sui principi, può essere veramente cosciente solo per le dottrine che
racchiudono almeno una parte di metafisica o di pura intellettualità; non lo è
per quelle che sono limitate strettamente a una forma particolare, per esempio
alla forma religiosa. Tuttavia, tale accordo nondimeno esiste realmente in un
caso simile, nel senso che le verità teologiche possono essere considerate come
una traduzione, da uno speciale punto di vista, di certe verità metafisiche; ma
per far apparire tale accordo, bisogna allora effettuare la trasposizione che
restituisce a queste verità il loro senso profondo, e solo il metafisico può
farlo, poiché si pone al di là di tutte le forme particolari e di tutti gli speciali
punti di vista. Metafisica e religione non sono e non saranno mai sullo stesso
piano; ne risulta d’altronde che una dottrina puramente metafisica e una
dottrina religiosa non possono né farsi concorrenza né entrare in conflitto, poiché
i loro domini sono nettamente differenti. Ma, d’altra parte, ne risulta anche
che l’esistenza di una dottrina unicamente religiosa è
insufficiente per permettere di stabilire un’intesa profonda come quella che
abbiamo in vista quando parliamo del ravvicinamento intellettuale dell’Oriente
e dell’Occidente; è per questo che abbiamo insistito sulla necessità di
compiere in primo luogo un lavoro d’ordine metafisico, ed è solo in seguito che
la tradizione religiosa dell’Occidente, rivivificata e restaurata nella sua
pienezza, potrebbe diventare utilizzabile a tal fine, grazie all’aggiunta
dell’elemento interiore che attualmente le manca, ma che può benissimo venire
a sovrapporvisi senza che nulla sia cambiato esteriormente»[21].
Qui s’impone un’osservazione. Guénon considerava nei
suoi scritti soprattutto le possibilità tradizionali del mondo che la forma
cattolica del Cristianesimo un tempo copriva o, in ogni caso, di quello in cui
essa esiste attualmente, vale a dire le possibilità di un Occidente in senso
ristretto. Egli ravvisava meno il mondo ortodosso e, in modo generale, tutto
quello che restava fuori dall’ambito della Chiesa latina; e sappiamo
personalmente che da questo lato aveva impressioni sensibilmente diverse da
quelle che nutriva per il Cattolicesimo. È così del resto che nel suo articolo Christianisme et Initiation[22],
menzionando la sostituzione nell’Occidente moderno del “misticismo” all’iniziazione,
diceva in una nota: «Non vogliamo dire che certe forme d’iniziazione cristiana
non siano continuate più tardi, poiché abbiamo anche delle ragioni di pensare
che ne sussista ancora qualcosa attualmente, ma questo in ambienti talmente
ristretti che, in realtà, li si può considerare come praticamente
inaccessibili, oppure, come vedremo, in rami del Cristianesimo diversi dalla
Chiesa latina»[23]. Poi diceva
effettivamente nel corso dell’articolo a proposito della sostituzione in questione:
«Quello che diciamo qui s’applica d’altronde solo alla Chiesa latina e, cosa pure
notevolissima, nelle Chiese d’Oriente non v’è mai stato misticismo nel senso in
cui lo s’intende nel Cristianesimo occidentale dopo il XVI secolo; questo fatto
può far pensare che una certa iniziazione del genere di quelle cui alludevamo ha
dovuto mantenersi in queste Chiese e, effettivamente, è quanto vi si trova con l’esicasmo,
il cui carattere realmente iniziatico non sembra dubbio, anche se, qui come in
molti altri casi, si è più o meno impoverito nel corso dei tempi moderni, come
conseguenza delle condizioni generali di quest’epoca, cui possono al più sfuggire
solo le iniziazioni che sono estremamente poco diffuse, che lo siano
sempre state o che abbiano deciso volontariamente di “chiudersi” più che mai
per evitare qualsiasi degenerazione»[24].
Di fatto, tutta la questione del mondo ortodosso è ben
differente da quella del mondo cattolico. Eccezion fatta per la Russia, che
aveva subito da parte sua, dal XVII secolo, le deleterie conseguenze dei suoi
contatti con l’Occidente propriamente detto, il modernismo ha intaccato solo
da un secolo la mentalità e le istituzioni ortodosse; questo fatto è stato d’altronde
l’immediata conseguenza della dissoluzione dell’antico impero turco, al cui
riparo dopotutto si trovavano, con la sola eccezione russa, tutte le Chiese
d’Oriente. Il formarsi in queste regioni degli stati nazionali sul modello
democratico occidentale fu ben presto seguito dal costituirsi delle Chiese nazionali
autocefale che dissociarono l’unità ortodossa e consegnarono le sue diverse
frazioni indebolite all’influenza moderna. Si può notare che la situazione di
questa cristianità orientale assomiglia molto a quella dell’Islam nelle stesse
regioni. Il loro quadro storico e di civiltà era rimasto sensibilmente lo
stesso dal Medioevo fino al XIX secolo: è dall’Occidente propriamente detto che
doveva venire lo spirito antitradizionale per scuotere e alla fine sommergere
un mondo di civiltà tradizionale mista, islamica e cristiana, che aveva
costituito anche, fino allora, uno sbarramento protettivo per tutto l’Oriente.
Per tutte queste ragioni, d’altronde, malgrado l’estensione del disordine
moderno in tutto il mondo ortodosso e cristiano orientale in generale, le condizioni
di clima spirituale e di mentalità sono lo stesso rimaste un po’ particolari,
e questo permette di pensare che, da questo lato, le modalità di una futura restaurazione
saranno in una certa misura differenti, quale che sia d’altronde la portata
qualitativa che si potrebbe attribuire a tale differenza.
Per ritornare al lato propriamente occidentale, nell’ipotesi che la base considerata fosse irrealizzabile nella Chiesa cattolica, Guénon diceva
che
«l’élite, per costituirsi, dovrebbe
contare solo sullo sforzo di coloro che sarebbero
qualificati, per la loro capacità intellettuale, fuori da ogni ambito definito, e anche, beninteso, sull’appoggio dell’Oriente; il
suo lavoro ne sarebbe reso più difficile e la sua azione potrebbe esercitarsi
solo a più lunga scadenza, poiché dovrebbe crearne essa stessa tutti gli strumenti, invece
di trovarli già pronti come nell’altro caso; ma non pensiamo affatto che queste difficoltà, per quanto grandi possano essere, siano
tali da impedire ciò che dev’essere compiuto in un modo o nell’altro»[25].
E in quel momento, nel 1927, riteneva opportuno dichiarare quanto segue: «Vi
sono fin d’ora, nel mondo occidentale, sicuri indizi di un movimento che resta ancora
impreciso, ma che può e deve anzi normalmente condurre alla ricostituzione di un’élite intellettuale, a meno che un
cataclisma non sopravvenga troppo rapidamente per permettergli di svilupparsi
fino in fondo. È appena il caso di dire che la Chiesa avrebbe tutto l’interesse,
quanto al suo ruolo futuro, a precorrere in certo qual modo un simile movimento
piuttosto che lasciarlo compiere senza di essa ed essere costretta a seguirlo
tardivamente per mantenere un’influenza che minaccerebbe di sfuggirle …»[26].
Prima di segnalare un
punto particolare che riguarda certe necessità in cui potrebbe trovarsi ben
presto la Chiesa Cattolica, e che René Guénon ha formulato in un modo tutto
particolare, ci si può domandare quale sia stato finora l’effetto del suo
insegnamento e della conoscenza delle dottrine orientali sull’intellettualità
cattolica. Non potremo fare qui un vero e proprio esame della questione, giacché
vogliamo soltanto fissare certe constatazioni che hanno il loro interesse in
questo momento.
Innanzitutto, se pur molti Cattolici che hanno
conosciuto gli scritti di Guénon hanno acquisito così una vera comprensione di
che cosa sia lo spirito orientale e in generale tradizionale, non sembra
davvero che vi sia un cambiamento qualsiasi dal lato “rappresentativo” della stessa
Chiesa. Da questo lato, e più precisamente in certi ambienti che esercitano
una notevole influenza intellettuale sui dirigenti, si è vista costituirsi
molto presto, e abbastanza solidamente, una posizione dottrinale nettamente
“anti-orientale” che non ha neppure i naturali caratteri dell’abituale
incomprensione exoterista, poiché si fa notare nello stesso tempo per i tratti
di un accentuato modernismo. Sono gli ambienti in cui la speculazione
filosofica sostituisce l’intellettualità propriamente detta, in cui la scienza
profana e i suoi metodi esercitano un’incontestata autorità, e per i quali è
dovere della Chiesa integrare tutti gli aspetti della civiltà moderna: è così, tra
l’altro, che ci si sforza d’accaparrarsi il prestigio di ogni nuova concezione,
dalle teorie filosofiche come l’intuizionismo bergsoniano, o come un certo
“esistenzialismo” che viene presentato come una risorsa dottrinale cristiana,
fino ai metodi più sovversivi e propriamente infernali come la psicanalisi. Questo lavoro
d’assimilazione di tutte le opere dell’individualismo moderno è persino considerato come derivante dalla permanente attualità e
dall’universalità della Chiesa, mentre si spiega proprio con l’oblio di ciò che
produce questi caratteri: giacché la permanente attualità, che è atemporalità e
immutabile attività della verità rivelata non ha niente a che vedere con un
atteggiamento che s’accontenta dell’evoluzionismo e del relativismo del
pensiero moderno, sia esso razionalista, intuizionista o altro, e
l’universalità, che è illimitazione e sintesi spirituale, non ha niente in
comune con l’empirismo e il materialismo della scienza non tradizionale, né
con un’indifferenza verso tutto quello che separa il sacro dal profano. Per
contro, all’opera tradizionale e antimoderna di René Guénon, si riservò
un’accoglienza contrassegnata innanzitutto dal sospetto, poi dall’ostilità; si
cercò pure l’alleanza, del tutto naturale d’altronde in queste condizioni,
degli orientalisti, la cui competenza doveva avere il compito di contestare
ogni carattere non umano alle dottrine spirituali dell’Oriente e ogni reale concordanza
tra le dottrine tradizionali in generale. Si riconoscerà nella differenza di
reazione di fronte alle teorie moderne da un lato, e all’insegnamento
tradizionale di Guénon dall’altro, l’esatto significato di questa posizione
intellettuale che si vuoi dare per “cattolica”. La sintesi spirituale
formulata da Guénon fu così tacciata di “sincretismo” e il senso universale
della sua intellettualità dichiarato incompatibile con l’insegnamento cristiano.
Ma con l’implacabile sviluppo della funzione del testimone
dell’Oriente, l’autorità dei suoi scritti come delle idee che rappresentava, s’impose,
lentamente ma con fermezza: divenne dunque evidente che era più prudente
ignorarlo. E ora che, malgrado tutto, un buon numero di Cattolici e di Occidentali
in genere debbono l’effettiva qualità della loro coscienza tradizionale allo
studio dei suoi libri e il suo prestigio pare veramente innegabile, se ci si
decide a prendere atto di questa presenza intellettuale, non è alla verità
delle idee che ha insegnate né allo spirito che illustrava che si renderebbe
omaggio ma, tutt’al più, e persino questo fu in fondo abbastanza raro, al caso
individuale di uno scrittore molto “originale”, che impressiona anche per la
stabilità e la coerenza insolite della sua ideologia; eppure la sua “originalità”
è prima di tutto lo strano effetto che la verità provoca in mezzo all’ignoranza
e, quanto alla stabilità delle sue idee, essa è la conseguenza della loro
ispirazione non umana e sovra-individuale.
Se si considera ora più da vicino la comprensione che si
ha, dallo stesso lato, per le dottrine spirituali dell’Oriente, ci si trova in
presenza di una “contro-dottrina” la cui funzione è di confondere qualsiasi studio
intelligente e di scoraggiare ogni speranza di un reale ravvicinamento tra la
Chiesa Cattolica e le tradizioni orientali. Così, se in modo generale, s’attribuisce
una certa importanza al lato dottrinale delle altre civiltà, ciò è concepito in
un senso che mirerà sempre alla negazione di ogni similitudine o identità
essenziale con le dottrine cristiane, e dunque di ogni unità tra le diverse
forme tradizionali: le concordanze dottrinali e le analogie simboliche, quando
si è costretti a riconoscerle, vengono semplicemente attribuite a una certa naturale
unità del pensiero umano; perciò l’incontestabile carattere intellettuale
delle dottrine non cristiane, più in particolare quelle dell’Induismo e
dell’Islam, sono l’espressione di una “mistica naturale” cui si contrappone una
“mistica soprannaturale” del Cristianesimo, essa stessa concepita d’altronde in
un senso individualista e sentimentale; la realizzazione metafisica, che non si
arriva neppure a vedere nell’aspetto più alto dello stesso Cristianesimo, è
tacciata di “panteismo” e, nello stesso tempo, i dati puramente intellettuali
che nelle loro espressioni possono un poco somigliare alle concezioni del
misticismo moderno, sono ridotti alle speciali categorie di questo, per una
sorta di procedimento che Guénon ha qualificato giustamente come
“annessionismo” e che deve permettere di subordinare e sminuire il prestigio di
tutto ciò che è non cristiano.
Inoltre, per quanto concerne la stessa tradizione
cattolica, non si può davvero dire che si sia capito che l’ordine religioso
esistente è puramente exoterico e come tale insufficiente per avere una
tradizione completa e normale. Quando si tratta del dominio iniziatico e metafisico,
non si concepisce altro che il “misticismo”, e quando non si può più continuare
a negare, contro ogni evidenza, che vi fu un esoterismo cristiano, lo si
considera o come relativo a delle realtà che non hanno niente di profondo, o come
un semplice prolungamento delle normali possibilità del comune ordine
religioso, vale a dire dell’exoterismo[27].
Ma è quando si tratta dell’interpretazione delle dottrine e dei metodi esicasti
che l’incomprensione e l’ostilità raggiungono le forme più inattese, che
confinano addirittura con l’empietà; questo, tra l’altro, certamente perché si
tratta di qualcosa che rientra nell’Ortodossia e di cui il moderno Cattolicesimo
ha perso da molto tempo l’equivalente. Eppure, quando si tratta di sviluppo
intellettuale, si sarebbe potuto credere che la comprensione debba essere più
facile per cose che non tirano in ballo in nessun modo dei dogmi religiosi. Che
si può sperare, in queste condizioni, riguardo alla trasposizione intellettuale
e metafisica dei dogmi e dell’insegnamento teologico in vista di raggiungere
l’universalità del punto di vista dottrinale e d’arrivare a un accordo sui principi
con l’Oriente?
Ma potrebbero esserci fatte qui alcune obiezioni di metodo che, d’altronde,
riguarderebbero la tesi di Guénon stesso. Ci si dirà così che non è alle
autorità religiose, exoteriche per definizione, né ai teologi o altri
intellettuali ordinari, che incombe realizzare quella comprensione dottrinale e
il predetto accordo sui principi, e che, del resto, nei tempi migliori del
Medioevo, quando tale accordo esisteva, non erano né l’autorità religiosa né i
teologi ordinari a parteciparvi direttamente e a doverlo professare
apertamente. Queste osservazioni sono giuste, ma non corrispondono alla
situazione che abbiamo in vista, e ciò per diverse ragioni. Innanzitutto, la
posizione dottrinale modernista e anti-orientale di cui parliamo gioca
ugualmente, in una certa misura, sul piano contingente degli studi teorici in
cui appare in primo luogo la stessa opera di Guénon, e di conseguenza tale
posizione influisce sulla mentalità cattolica in generale; molti di quelli che
sarebbero disposti altrimenti ad affrontare un insegnamento tradizionale d’ispirazione
orientale vengono a trovarsi confusi e sviati. D’altra parte, quando si vede
con quale fretta e facilità sia accolta, come dicevamo, ogni sorta di
concezioni moderne che niente giustifica, né dal punto di vista intellettuale,
né da un punto di vista “cattolico” anche ristretto, e per cui evidentemente
neppure si può invocare un argomento d’analogia con quello che succedeva
all’epoca delle migliori condizioni tradizionali, si è tuttavia abbastanza
giustificati nel registrare certe reazioni a titolo di significativa tendenza
d’ordine generale, tanto più che le manifestazioni cattoliche di senso
contrario sono pressoché inesistenti. Infine, non è difficile ammettere che le
condizioni in cui sono poste attualmente certe questioni non hanno nulla in
comune con una situazione normale, e che non è possibile non tenerne conto in
una certa misura; ai nostri giorni si discute di tutto e da tutti i lati,
l’indifferenza pressoché generale quanto al fondo delle questioni e la libertà
d’opinione corrente che vediamo, d’altronde, esercitarsi nello stesso modernismo
cattolico, fanno sì che questioni, che normalmente potevano essere affrontate
solo in condizioni strettamente determinate e soltanto da quanti avessero le qualità
richieste per farlo, sono in realtà oggetto di discussione da parte degli
ambienti e delle categorie più diverse: è così che delle nozioni che un tempo,
nel Cristianesimo pre-moderno, erano inerenti a un insegnamento segreto di
carattere strettamente iniziatico, come quelle, ad esempio, che si riferiscono
alla realizzazione suprema e all’unità fondamentale delle forme tradizionali,
sono ugualmente in circolazione sotto forme spesso scorrette (poiché non sono
sempre state enunciate da persone realmente competenti), accanto a tutte le
aberrazioni intellettuali del mondo contemporaneo, e sono d’altronde questa
confusione e questa reale indifferenza della mentalità generale a permettere e
giustificare la divulgazione, ai nostri giorni, delle stesse dottrine autentiche,
giacché altrimenti non vi sarebbe forse alcuna possibilità di raggiungere coloro
che hanno possibilità spirituali reali, ma mancano del necessario orientamento.
Del resto, riconosceremo volentieri che non bisogna accordare un’esagerata importanza
alle reazioni di quelli che, in ogni caso, possono rappresentare solo il punto
di vista più esteriore e le possibilità intellettuali più comuni, e che è
all’atteggiamento degli elementi d’élite
che bisogna attribuire una reale importanza. Ma questi, hanno veramente una
sufficiente realtà perché ci si disinteressi completamente di ciò che succede
sul piano generale? Pensiamo che da questo lato vi debbano essere per il
momento solo delle virtualità e delle speranze, giacché un’effettiva costituzione
di un’élite intellettuale si rivelerebbe
necessariamente in una certa misura all’esterno attraverso delle tendenze
diverse da quelle della mentalità generale, e finora non lo vediamo molto.
Basta guardare il dominio degli studi tradizionali del Cristianesimo per
vedere quanto le manifestazioni di una reale comprensione delle verità
metafisiche e iniziatiche siano rare e molto discrete. D’altronde, vi sarebbero
da fare anche alcune constatazioni di un ordine più particolare che non sono
maggiormente incoraggianti. Certe latenti possibilità iniziatiche del
Cattolicesimo di cui si poteva sperare il risveglio non hanno avuto seguito: si
tratta di quanto Guénon, che ne aveva conoscenza da molto tempo, indicava più
tardi nei suoi Aperçus sur l’Initiation
con l’espressione «possibile sopravvivenza di alcuni gruppi d’ermetismo
cristiano del Medioevo»[28].
Ora, finché le cose resteranno così, tanto nell’ordine dottrinale quanto
nell’ordine effettuale, e una speranza di restaurazione sussisterà, sarà
legittimo accordare un’importanza alle condizioni intellettuali generali da
cui dipende in qualche misura la realizzazione di tale raddrizzamento. Per
contro, se questa speranza non esistesse più, o se si trovasse ridotta a poca
cosa, e se le prospettive meno favorevoli della “seconda ipotesi” da noi
esaminate precedentemente sembrano dover essere considerate come probabili per
l’insieme occidentale, vi sarebbe, tanto più, interesse a sottolineare il
carattere rappresentativo generale di queste speciali manifestazioni dello
spirito moderno e antitradizionale, affinché ne derivi una certa chiarezza.
Una tale chiarezza produrrà verosimilmente molta disillusione da un lato, ma
permetterà anche di semplificare gli sforzi e il possibile orientamento. D’altra
parte, non si domanderebbe tanto ai rappresentanti della
Chiesa di pronunciarsi su delle questioni che sono al di fuori dei loro
normali attributi; sarebbe già molto, nelle attuali condizioni, se
esercitassero tali attributi nei riguardi della mentalità modernista, i cui
misfatti sono d’ordine generale e vanno così contro gli stessi interessi d’ordine
puramente religioso della Chiesa. Se, a parte ciò, tra i membri della
gerarchia cattolica, se ne trovassero le cui capacità e convinzioni
superassero l’ordine religioso, e non vediamo perché non potrebbe essere a
volte così, crediamo che saprebbero ben affermare la loro presenza e il loro
punto di vista quanto al necessario orientamento spirituale, giacché un’eccessiva
riserva da parte loro si rivolgerebbe contro il diritto e anche il dovere che
hanno di vivere in una comunità spirituale in cui la direzione spetti, non alla
più desolante mentalità moderna, né alle più grossolane superstizioni, ma allo
Spirito di Verità e alla santità intellettuale.
Ma René Guénon ha avvertito che, malgrado tutto, certi
avvenimenti potrebbero ben presto condurre la Chiesa cattolica (e, aggiungiamo
noi, pure le altre chiese) a considerare in modo molto particolare questa questione
di posizione tradizionale della Cristianità e anche i rapporti con le forze spirituali
dell’Oriente nelle quali essa potrà persino vedere, a un certo momento, un ultimo
sostegno per la sua esistenza messa in pericolo. È questo il particolare punto che
avevano accantonato precedentemente e che si capirà meglio ora dopo il
sommario esame che abbiamo appena fatto. Fu formulato nel 1927, ne La Crise du Monde moderne. Parlando
dell’interesse che la Chiesa avrebbe a prevenire il movimento che normalmente
dovrebbe condurre alla ricostituzione di un’élite intellettuale, «anziché lasciare che si compia senza di essa
ed essere costretta a seguirlo tardivamente onde mantenere un’influenza che
minaccerebbe di sfuggirle», René Guénon aggiungeva: «non è necessario porsi da
un punto di vista molto elevato e difficilmente accessibile per capire che, insomma,
è lei (la Chiesa) che riceverebbe i maggiori vantaggi nel ritrarsi da un
atteggiamento che, d’altronde, ben lungi dall’esigere da parte sua il minimo
compromesso d’ordine dottrinale, avrebbe al contrario il risultato di liberarla
da ogni infiltrazione dello spirito moderno e, per giunta, niente sarebbe
modificato esteriormente. Sarebbe alquanto paradossale vedere il Cattolicesimo
integrale realizzarsi senza il concorso della Chiesa cattolica, che si
troverebbe forse allora nel singolare obbligo d’accettare, contro i più
terribili assalti da essa mai subiti, la difesa di uomini che i suoi dirigenti,
o almeno quelli che fanno parlare in loro nome, avrebbero in un primo tempo cercato
di screditare facendoli oggetto dei più infondati sospetti; e, da parte nostra,
saremmo dispiaciuti se così fosse; ma se non si vuole che le cose giungano a
tal punto, è proprio ora, per coloro cui la loro posizione conferisce le
responsabilità più gravi, d’agire con piena cognizione di causa e di non permettere
più che dei tentativi che possono avere delle conseguenze della massima
importanza rischino di trovarsi frustrati dall’incomprensione o dalla
malevolenza di qualche individualità più o meno subalterna, il che s’è già verifìcato
e mostra una volta di più fino a qual punto il disordine regni oggi dappertutto.
Prevediamo che nessuno ci sarà grato di tali avvertimenti, da noi dati in piena
indipendenza e in modo del tutto disinteressato … Ciò che diciamo
presentemente è solo la sintesi delle conclusioni cui siamo stati condotti da
certe “esperienze” assai recenti, intraprese, è appena il caso di dirlo, su di
un piano puramente intellettuale; non dobbiamo, almeno per il momento, entrare
a tal proposito in dettagli che, del resto, sarebbero in se stessi poco
interessanti; ma possiamo affermare che, in quanto precede, non v’è una sola
parola che abbiamo scritto senza averci attentamente riflettuto»[29].
Emerge ora come questi avvertimenti non siano
serviti a nulla, giac-ché le cose sono continuate nello stesso spirito e, d’altronde,
è soprattutto dopo quella data che si consolidò e si estese quella posizione
“anti-orientale” e molto modernista di cui parlavano. Lo sviluppo delle faccende
occidentali ha ulteriormente aggravato la posizione della Chiesa;
l’inquietudine per i prossimi pericoli aumenta. In via di principio, le era
offerto il soccorso di una solidarietà spirituale con tutto ciò che è
tradizionale nel mondo, con il vero Oriente, giacché la presente minaccia grava
su tutto ciò che resta inerente alle sante verità e a un ordine normale, benché
essa gravi più in particolare su ciò che ancora sussiste della forma
tradizionale dell’Occidente.
La Chiesa avrebbe potuto avere tra sé e
l’Oriente il tramite di questa propria élite
intellettuale di cui avrebbe dovuto favorire la formazione se i suoi dirigenti
avessero ben compreso quale fosse l’interesse vero della Chiesa. Tra sé e
l’Oriente, essa ha solo quello sbarramento d’incomprensione e d’ostilità ora
aperta ora dissimulata costituita da quella posizione anti-orientale che l’isola
con i propri pericoli e che è l’opera di una sorta di “contro-élite”. Per farsi comprendere, avrebbe
avuto a disposizione il linguaggio appropriato di un intermediario
intellettuale consacrato, in cui le élite
tradizionali autentiche e le forze spirituali si sarebbero riconosciute senza
contraddizione e si sarebbero conciliate senza abdicazione, giacché
l’insegnamento espresso da René Guénon è nello stesso tempo luce intellettuale
e una forza coordinatrice. Essa ha ora solo degli interpreti ignoranti e incerti,
nella cui parola i veri Orientali non avranno alcuna
fiducia e che non possono esprimere alcuna verità riconoscibile; in ogni modo,
costoro non raggiungeranno mai i veri rappresentanti dell’Oriente tradizionale,
che resteranno fuori dal loro procedere; tali interpreti s’intenderanno più
facilmente con quelli che somigliano loro nell’attuale mondo orientale, vale a
dire con gli Orientali occidentalizzati e modernisti che sono, contro la
propria civiltà, degli alleati dell’Occidente moderno; ma questi ultimi non
avranno alcun titolo per intervenire nell’ordine profondo delle cose che c’interessa
qui, giacché saranno essi stessi esclusi da qualsiasi ruolo rappresentativo, foss’anche
nell’ordine più esteriore, quando s’effettuerà la restaurazione delle stesse civiltà
orientali sulle proprie basi tradizionali. E quando ci s’accorgerà così dell’inanità
della politica seguita fino allora, sarà forse troppo tardi per «arrivare a
ciò da cui si sarebbe dovuto normalmente cominciare, vale a dire a considerare
l’accordo sui principi»[30].
Quell’accordo potrebbe essere fatto, dal lato dell’Occidente, da un’élite che sarà stata obbligata a
costituirsi fuori dall’ambito della Chiesa.
Infatti, René Guénon ha considerato fin dall’inizio,
come ricordavamo più sopra, l’eventualità che quella costituzione avvenisse al
di fuori di ogni supporto offerto da un’organizzazione esistente, e al di fuori
d’ogni ambiente definito. Prima d’esaminare questo punto, dobbiamo considerare,
a titolo metodico, benché secondariamente, un’altra possibilità, che è quella
offerta dalle organizzazioni iniziatiche occidentali, esistenti fuori della
forma cattolica. In quest’ordine, non sussiste a dire il vero che ben poca
cosa, malgrado l’attuale pullulare d’ogni sorta di organizzazioni a pretesa
iniziatica. A questo proposito citiamo ancora le autorevoli precisazioni di
René Guénon, che si riferisce così all’insieme delle vestigia iniziatiche
dell’Occidente: «Certe indagini che abbiamo dovuto fare a tale riguardo, in tempi
ormai lontani, ci hanno condotto a una conclusione formale e indubitabile che
dobbiamo esprimere qui chiaramente, senza preoccuparci dei furori che potrà
suscitare da diverse parti; se si eccettua il caso della possibile sopravvivenza
di alcuni gruppi d’ermetismo cristiano del Medioevo, d’altronde estremamente
ristretti in ogni caso, è un fatto che di tutte le organizzazioni a pretesa
iniziatica che sono diffuse attualmente nel mondo occidentale, ve ne sono solo
due che, per quanto decadute siano entrambe in seguito all’ignoranza dei loro
membri, possono rivendicare un’autentica origine tradizionale e una reale trasmissione
iniziatica; queste due organizzazioni, che d’altronde, a dire il vero, furono
originariamente una sola, benché con ramificazioni multiple, sono il Compagnonaggio
e la Massoneria. Tutto il resto non è che fantasia e ciarlatanismo, pure quando
non serva a dissimulare qualcosa di peggio …»[31].
Ma, dal lato di queste due organizzazioni le possibilità di stabilire un punto
d’appoggio per una vera restaurazione intellettuale appaiono assai limitate.
Oltre al fatto stesso che la Massoneria, in particolar modo, è infestata dalla
mentalità moderna più deprecabile e da ogni sorta di preoccupazioni politiche e
sociali che l’hanno troppo spesso portata a giocare, soprattutto nelle sue branche
latine, un ruolo di strumento nettamente antitradizionale negli avvenimenti
delle epoche cosiddette “moderna” e “contemporanea”, queste due organizzazioni
costituiscono normalmente delle iniziazioni di mestiere (esclusivamente
maschili del resto) e come tali hanno un carattere essenzialmente cosmologico; pertanto,
esse non possono offrire una base appropriata per un lavoro intellettuale che
dovrebbe essere prima di tutto d’ordine metafisico per corrispondere allo scopo
di una restaurazione mediante i principi più universali. È questa d’altronde la
ragione per cui Guénon poteva considerare come organizzazione suscettibile in
Occidente d’offrire il punto di partenza voluto, solo la Chiesa cattolica, giacché
la dottrina teologica nella sua forma scolastica ha in sé, almeno
parzialmente, un punto di vista metafisico che, pur non essendo il più elevato
possibile, è tuttavia tale. Nondimeno, si potrebbe dire che, così come la
cosmologia può alla fine avere un punto di contatto con il dominio metafisico,
non sarebbe impossibile che, in un ambiente massonico costituito su delle basi
strettamente intellettuali, si operasse l’aggiunta di un punto di vista metafisico; ma se una tale aggiunta fosse possibile, ciò
costituirebbe, a dire il vero, una sovrapposizione in rapporto a quanto costituisce
veramente il punto di vista massonico e non un normale sviluppo delle
possibilità di questo. A parte questo, un’altra difficoltà sta nel fatto che
dalla sua modernizzazione, che coincide con la sua “uscita” sul piano visibile
della storia, vale a dire dal XVIII secolo in poi, la Massoneria ha perduto il
suo carattere “operativo” connesso all’effettivo esercizio del mestiere, per conservare
solo un punto di vista “speculativo”: così tutto ciò che concerne la dottrina e
i mezzi di realizzazione iniziatica è da ritrovare o da ricostituire, ed è
questa una difficoltà di prim’ordine; ma almeno la preoccupazione di tale
ricostituzione è sottintesa nell’idea di un risveglio intellettuale, di modo
che il punto d’appoggio massonico, con le restrizioni segnalate e senza bastare
per il tutto, potrebbe essere uno dei fattori della restaurazione tradizionale.
In realtà, in questi ultimi anni, v’è stato da questo lato un inizio in tal
senso, con la costituzione di un ambiente ristretto basato sull’insegnamento
di René Guénon. Si potrebbe dunque prevedere in ciò un certo sviluppo, se si arrivasse
anche a isolare il lavoro iniziato da ogni commistione e influenza
dell’ambiente generale, giacché nell’insieme la situazione della Massoneria è
peggiore che mai, la mancanza di coscienza tradizionale e iniziatica, o
piuttosto lo spirito profano, superando di gran lunga quel che si vede sul lato
della stessa Chiesa cattolica[32].
Ma insomma, per un’élite
nel pieno senso di tale nozione, René Guénon aveva considerato come possibile, in
mancanza della base cattolica, la costituzione al di fuori di ogni ambito
definito, giacché diceva che il punto d’appoggio in un’organizzazione
esistente non era un’assoluta necessità. In questo caso però, dovendo l’élite contare soltanto «sullo sforzo di
coloro che sarebbero qualificati in virtù della loro capacità intellettuale, …,
e anche, beninteso, sull’appoggio dell’Oriente; il suo lavoro ne sarebbe reso più
difficile e la sua azione potrebbe esercitarsi solo a più lunga scadenza,
poiché essa dovrebbe crearne da sola tutti gli strumenti …»[33].
Sul modo in cui poteva operarsi una simile costituzione, Guénon non ha mai dato
molte precisazioni. Per capire il suo atteggiamento e il suo metodo in quest’ordine
di cose, bisogna ricordare quel che diceva già in Orient et Occident, quindi prima ancora che considerasse in modo
particolare la possibilità cattolica: «se troppi punti restano imprecisi, è
perché non ci è possibile fare altrimenti, e solo le circostanze permetteranno in
seguito di chiarirli poco a poco. In tutto ciò che non è puramente e strettamente
dottrinale, le contingenze intervengono necessariamente ed è da esse che
possono essere tratti i mezzi secondari di qualsiasi realizzazione che
presupponga un adattamento preliminare … Se, in questioni di tal natura,
abbiamo lo scrupo-lo di non dirne troppo, né troppo poco, è perché, da una
parte, teniamo s farci capire nel modo più chiaro possibile e, dall’altra,
dobbiamo tuttavia sempre riservare delle possibilità, attualmente impreviste,
che le circostanze possono far emergere successivamente»[34].
In realtà, dalla pubblicazione della parte principale dell’opera dottrinale di
René Guénon, vari orientamenti si sono delineati successivamente, ma anche
parallelamente, tra coloro che hanno compreso il suo insegnamento e hanno
cercato di metterlo in pratica.
Questi diversi orientamenti sono stati incoraggiati e
aiutati da Guénon nella misura in cui gli interessati si sono rivolti a lui e,
nello stesso tempo, egli coglieva l’occasione per dare un insegnamento
specificamente iniziatico, per quanto d’ordine ancora generale, in un’importante
serie di articoli su Le Volle d’Isis,
divenuto più tardi Études Traditionnelles.
Bisogna sottolineare quest’altro lato del suo insegnamento, giacché anch’esso
esce dall’ambito degli studi semplicemente teorici, ed entra appunto in un
dominio tecnico: diremo addirittura, che se v’è ora un libro assolutamente unico
e insostituibile nella sua opera, e nel dominio iniziatico in generale, è quello
intitolato Aperçus sur l’Initiation,
che è proprio la sintesi della prima serie di quegli articoli di carattere
tecnico; la seconda serie andrà a costituire un volume postumo. Faremo anche
notare che un simile lavoro non ha equivalente in alcun altro scritto
tradizionale, e questo in qualsivoglia tradizione.
Senza
poter entrare nei particolari, diremo che tra questi orientamenti, uno si ricollegava alla speranza di una rivivificazione dell’esoterismo
cattolico, un altro alla ricostituzione massonica di cui abbiamo parlato. Altri elementi hanno deciso di
cercare un’iniziazione orientale, il che portava
alla costituzione di “prolungamenti delle élites
orientali” in Occidente, non alla formazione di un’élite occidentale propriamente detta.
Ma la nozione di costituzione di un’élite occidentale al di fuori di qualsiasi punto d’appoggio e d’ogni
ambito definito implica la possibilità che un’élite si costituisca con degli elementi che non abbiano alcun ricollegamento
con qualsivoglia organizzazione. Sotto questo rapporto, emerge come la
questione della costituzione di un’élite
occidentale sia rimasta senza risposta finora. Ma, ci si può domandare, che può
significare esattamente una simile costituzione? Tale questione presenta però
una certa difficoltà: posto, da una parte, che, secondo le precisazioni di
Guénon, con “costituzione dell’élite”
bisogna intendere non una semplice formazione dottrinale, ma un’effettiva realizzazione
nell’ordine della conoscenza iniziatica e metafisica, e inteso, d’altra parte, che
ogni realizzazione di questo genere presuppone un’iniziazione e la pratica di
certi mezzi che devono avere un’origine tradizionale, come si può concepire che
un’élite si costituisca
effettivamente, sotto tutti gli aspetti, senza che essa prenda il suo punto
d’appoggio in un’esistente organizzazione? Per rispondere a tale domanda
diremo, innanzitutto, che per noi, indubbiamente, tutto il lavoro effettivo
doveva cominciare con un’iniziazione e attraverso dei mezzi appropriati. Ma v’è
davvero qualche altra possibilità iniziatica al di fuori delle due precedentemente
menzionate? Risponderemo: sì. Rimane ancora la possibilità che un’iniziazione
propriamente occidentale, ma non più esistente in Occidente, si riattualizzi in
un ambiente intellettuale propizio, con dei mezzi appropriati. Quale sarebbe tale
iniziazione e dove si troverebbe? Potrebbe essere solo l’antica iniziazione
regolare ed effettiva dell’Occidente tradizionale ritiratasi da molto tempo là
dove si ritira ogni iniziazione che non ha più la possibilità di mantenersi nel
suo ambiente normale, quando le condizioni cicliche le sono sfavorevoli.
Aggiungiamo ancora, per meglio render conto del particolare stato dell’Occidente,
che un ritiro simile, quando riguarda la forma iniziatica fondamentale di una
tradizione, coincide con il ritiro del centro spirituale di tale tradizione, e
si fa verso il punto d’origine di ogni centro di una tradizione particolare,
vale a dire verso il centro spirituale supremo, in cui rimane allora allo
stato latente e da cui può rimanifestarsi talvolta quando le condizioni
cicliche glielo permettano. Tali rimanifestazioni sono facilitate, in una
certa misura, dalla presenza, nell’ambito tradizionale abbandonato, di
organizzazioni iniziatiche d’importanza secondaria che hanno soprattutto il
ruolo di mantenere una continuità della trasmissione iniziatica e di collegare
i loro membri, da lontano, senza neppure che ne abbiano coscienza,
all’influenza del centro ritirato. È per questo, d’altronde, che il primo
metodo da considerare per la costituzione dell’élite occidentale, era quello che prendeva un punto d’appoggio in
un’organizzazione esistente. Ma quando, per ragioni diverse, una
riattualizzazione non è più possibile nell’ambito delle organizzazioni
esistenti, mentre delle condizioni essenziali si trovano soddisfatte in un
ambito non definito, una rimanifestazione può prodursi, nei confronti di
quest’ultimo o di certe individualità “qualificate”, e allora l’iniziazione
necessaria e i mezzi corrispondenti possono riapparire. Tuttavia, in tal caso,
l’iniziazione e i mezzi del lavoro di realizzazione presenterebbero delle modalità
relativamente nuove, legate più particolarmente alle qualificazioni
dell’ambiente di riattualizzazione; è d’altronde attraverso queste
qualificazioni e a loro misura che sarebbero elaborati gli strumenti di lavoro
che apparirebbero così successivamente, come una sorta di creazione dovuta alla
stessa élite, secondo le opportunità
dell’effettivo sviluppo di questa. Tale possibilità, così difficilmente
realizzabile, ci sembra dover essere inclusa in ciò che Guénon aveva in mente
con l’idea di una costituzione dell’élite
occidentale al di fuori del punto d’appoggio in
un’organizzazione esistente e d’ogni ambiente definito. Abbiamo d’altronde
certe ragioni di pensare che Guénon sapesse per esperienza propria qualcosa su delle
possibilità di questo genere, giacché al suo esordio certi tentativi si sono
prodotti, a partire da interventi dell’antico centro ritirato della tradizione
occidentale. Per quanto gli avvenimenti che abbiamo in vista qui abbiano
toccato lo stesso Guénon, aggiungeremo che ciò non contraddice per niente la personale
“generazione orientale” di Guénon, giacché è possibile una coordinazione d’influenze
con l’azione di centri tradizionali non cristiani, per scopi d’ordine più
generale. A questo proposito ricorderemo che, «dopo la distruzione dell’Ordine
del Tempio, gli iniziati all’esoterismo cristiano si riorganizzarono, d’accordo
con gli iniziati all’esoterismo islamico, per mantenere, nella misura del possibile,
il legame che era stato apparentemente rotto da quella distruzione» e che tale
collaborazione tra degli iniziati ai due esoterismi menzionati «dovette
continuare pure in seguito, poiché si trattava appunto di mantenere il legame
tra le iniziazioni d’Oriente e d’Occidente»[35].
Il risveglio dell’iniziazione occidentale poteva dunque in principio essere
tentato da una tale congiunzione d’influenze e interventi, le sole difficoltà
ulteriori avendo potuto determinare in un senso più “orientale” l’appoggio che
poteva ancora essere offerto all’Occidente. Non vogliamo insistere qui di più
su questo punto, ma diremo che ciò dev’essere messo in relazione con gli
orientamenti spirituali più adeguati alle prospettive della “seconda ipotesi” quanto
al destino dell’Occidente.
Dobbiamo dire adesso che vi sono state
talvolta anche delle soluzioni con un carattere meno regolare, il che si
spiega con il fatto che esse non procedono da indicazioni dottrinali o altre,
date dall’insegnamento di Guénon. Tale è il caso di coloro che, talvolta addirittura
senza conoscenza alcuna di quest’insegnamento, si sono ricollegati a delle
organizzazioni aventi il loro punto di partenza nell’Oriente ma che René
Guénon dichiarava sprovviste delle condizioni di regolarità tradizionale, e
che si mostravano, del resto, inficiate di modernismo. Non esamineremo in
dettaglio queste organizzazioni, ma faremo soltanto alcune osservazioni d’insieme
che d’altronde vanno oltre questo caso speciale, poiché corrispondono a delle constatazioni
che si sono potute fare pure in certi casi in cui non v’era alcuna difficoltà
sotto l’aspetto della regolarità essenziale del ricollegamento. Due generi di
deviazioni di prospettiva tradizionale si accentuano generalmente presso coloro
che non hanno conosciuto o non hanno assimilato sufficientemente l’insegnamento
di René Guénon, e non hanno compreso perciò in quali condizioni una vera
realizzazione poteva essere intrapresa dagli Occidentali, si trattasse
d’altronde di coloro che si sono ricollegati, in modo illusorio o regolare, a delle
organizzazioni orientali, o ancora di coloro che sono rimasti senza alcun ricollegamento:
le chiameremo la deviazione “assolutista” e la deviazione “universalista”.
La prima è definita dalla volontà di raggiungere
una realizzazione, e persino la Conoscenza Suprema, fuori dalle normali condizioni
di un metodo e di una forma tradizionale particolare, mediante una semplice
partecipazione alla tecnica strettamente intellettuale della rispettiva via. La
seconda è definita dalla negligenza della regola d’omogeneità spirituale tra la
modalità iniziatica d’insieme cui si vuol partecipare e la forma tradizionale
praticata, o ancora dall’illusione di un metodo unico applicabile
indifferentemente a forme tradizionali diverse, e persino al di fuori
dell’esistenza di un ricollegamento iniziatico. Le diverse forme di queste
deviazioni, che talvolta si combinano tra loro in modo strano, procedono tutte dall’ignoranza
della relazione che deve esistere tra la natura delle influenze spirituali che
agiscono nell’iniziazione, i corrispondenti mezzi di realizzazione e le
qualificazioni degli esseri umani. Tale ignoranza è quasi sempre unita
all’orgoglio e alla sufficienza caratteristiche del moderno individualismo, e
anche alla pretesa d’adattare l’insegnamento e la tecnica tradizionale alle
esigenze dei tempi nuovi! Per gli intellettuali afflitti da questi difetti
spirituali, l’insegnamento e la disciplina iniziatiche di una forma
tradizionale sono delle cose inattuali, sia perché le trovano fastidiose per la
vita ordinaria, sia perché, semplicemente, le ignorano. Costoro tacceranno dunque
volentieri di “ritualismo” la pratica d’insieme dei mezzi sacri, sia ritenendo
che non è necessaria nel loro caso personale (e allora si è stupiti nel vedere
quanti si credono nella stessa condizione) sia preferendo in quest’ordine delle
combinazioni artificiali di propria invenzione, che dipendono dal
“sincretismo” o dalla “mescolanza delle forme tradizionali”. Riprendendo in un
senso più generale certi giudizi di Guénon, diremo dunque che queste cose, che
si constatano da diverse parti, sono più gravi quando si producono in
organizzazioni iniziatiche regolari che non quando sono proprie a persone che
insomma agiscono solo per conto proprio e non hanno nulla d’autentico da
trasmettere. Infine, un tratto caratteristico e significativo di queste scuole
è la loro ostilità, sia dichiarata sia dissimulata, alla funzione e all’insegnamento
di Guénon. È da temere adesso che, con la sua scomparsa, queste irregolarità diverse
s’accentuino ancora, giacché la sua presenza esercitava un certo effetto
censorio anche presso coloro che non erano in accordo con l’insieme del suo
insegnamento.
Ciò ci induce a dire una parola sul
significato generale che può avere la cessazione della sua personale funzione. Ci
si ricorderà qui che, parlando della speranza di un’intesa tra Oriente e
Occidente e del ruolo degli “intermediari”, egli diceva riguardo a questi
ultimi che «la loro presenza prova che qualsiasi speranza d’intesa non è
irrimediabilmente perduta»[36].
La sua improvvisa scomparsa sarebbe da interpretare come la perdita o la
diminuzione di tale speranza d’intesa? Non v’è dubbio che sotto questo aspetto
vi sia, in questo inatteso avvenimento, un certo senso negativo, e le
difficoltà diverse o limitazioni di possibilità che la sua funzione aveva
incontrate, e cui abbiamo fatto menzione, non farebbero d’altronde che rinforzare
tale significato. Ma dobbiamo determinare i limiti entro cui un’interpretazione
simile è possibile. Innanzitutto, la sua funzione doveva avere a un certo
momento, con l’età, un limite naturale. D’altra parte, benché niente facesse
pensare al momento a una fine, la sua attività si è
comunque estesa per una durata apprezzabile: una trentina d’anni separa la sua
morte dalla pubblicazione del suo primo libro; la sua produzione intellettuale
fu eccezionalmente ricca: 17 libri, più il materiale degli articoli da
ripubblicare in volumi, per un totale di almeno 8 opere; l’influenza di
quest’opera dovrà svilupparsi ancora di più in futuro. Data l’importanza che
noi stessi abbiamo attribuita alla funzione di Guénon, la sua opera non
potrebbe restare senza qualche conseguenza positiva per quanto riguarda i rapporti
con l’Oriente. D’altra parte, la fine della sua attività non è una ragione
sufficiente per arrivare alla conclusione che debba cessare l’appoggio
dell’Oriente, giacché Guénon stesso non ha mai legato tale appoggio alla sua
sola presenza e, testualmente, ha parlato sempre al plurale d’“intermediari”,
il che può benissimo non essere una semplice formula di stile impersonale,
tanto più che non poteva pronunciarsi su ciò che sarebbe successo dopo di lui.
La cosa certa è che la risorsa intellettuale che l’Oriente ha utilizzato con
lui è cessata, giacché era legata a delle qualità personali provvidenzialmente
disposte. Cosa certa è anche che, poiché la parte dottrinale generale del suo
messaggio appariva in larga misura realizzata per rendere possibile il
risveglio intellettuale voluto in Occidente, non è nello stesso ordine che si
potrebbe prevedere come probabile una continuazione dell’appoggio che l’Oriente
offriva. È piuttosto riguardo a delle forme dottrinali più circostanziate e alle
applicazioni contingenti d’ogni genere che il bisogno di una continuazione di
quell’appoggio si fa sentire. Ciò può essere legato d’altronde in modo
speciale a nuove necessità cicliche dell’orientamento tradizionale e, sotto
questo aspetto, si potrebbe pensare appunto a un più particolare sviluppo in
relazione con le circostanze e le modalità proprie alla “seconda ipotesi”, il
che d’altronde ci sembra esigere tanto un lato dottrinale quanto un lato d’orientamento
pratico, più determinati nella loro forma. Alle nostre riflessioni verrà rimproverato
un carattere troppo ipotetico e astratto, cosa che riconosceremo volentieri, ma
non ci è possibile evitarlo, tanto più che cerchiamo qui solo di circoscrivere
in modo molto generale il significato che può avere la cessazione in questo
momento della funzione personale di Guénon.
Ma l’opera intellettuale lasciata da Guénon
manterrà la sua presenza, così come tutto quello che è stato concepito per sua
ispirazione proseguirà l’iniziale orientamento dato da lui. La sua opera
comincia per-sino a essere conosciuta e compresa in certi ambienti d’Oriente,
là dove gli intellettuali, che hanno sperimentato l’attuale civiltà occidentale
e le dottrine profane e ne hanno provato tutte le conseguenze in loro stessi e
attorno a loro, non hanno altro mezzo per riprendere contatto con lo spirito
tradizionale se non attraverso un insegnamento che costituisce al contempo
un’efficace critica dello spirito moderno e una formulazione intelligibile
delle immutabili verità della tradizione. D’altra parte, coloro che, in
Occidente, costituiscono, per il loro ricollegamento orientale, ciò che Guénon
chiamava «un prolungamento delle élites
orientali, che potrebbe diventare un tramite fra queste e l’élite occidentale il giorno in cui
quest’ultima sarà arrivata a costituirsi»[37],
sono in modo naturale una ragione per non abbandonare la speranza di un’intesa dell’Occidente
con le forze salutari dell’Oriente tradizionale. Ma nelle condizioni d’esistenza
di un’epoca piena d’ogni sorta d’illusioni e di pericoli, questa speranza resta
fondata sulla perfetta fedeltà sotto tutti gli aspetti all’insegnamento di
colui che fu e sarà la “Bussola infallibile” e la “Corazza impenetrabile”.
Tutti coloro che sono partecipi della saggezza tradizionale e dello spirito di
vera riconciliazione divina del mondo incontreranno certamente la stessa
incomprensione del loro grande predecessore, e saranno anche loro oggetto della
stessa ostilità, o di un’ostilità ancora più grande di quella provata dal
Testimone della Verità Unica e Universale, ma è a loro che, nell’ordine delle
implicazioni umane, si ricorrerà alla fine per trovare un’intercessione che, al
di là degli errori e delle iniquità di un mondo che s’inabissa nel proprio
caos, deve aprire le porte della Luce e della Pace.
L’opera *
Frithjof Schuon
La definizione dell’opera
di René Guénon è racchiusa in quattro parole: intellettualità, universalità,
tradizione, teoria. L’opera è “intellettuale”, giacché riguarda la conoscenza –
nel senso profondo e integrale della parola – e la considera in conformità
alla sua natura, cioè alla luce dell’intelletto, che è essenzialmente
sovra-razionale; è “universale”, giacché considera tutte le forme tradizionali
in funzione del-l’unica Verità, pur adottando, secondo
i casi, il linguaggio di tale forma. D’altra parte, l’opera guénoniana è “tradizionale”, nel senso che i dati
fondamentali che trasmette sono rigorosamente conformi all’insegnamento delle grandi tradizioni, o una d’esse quando si tratta di
una forma particolare;
infine, quest’opera è “teorica”, giacché non ha direttamente in vista la
realizzazione spirituale; si guarda anzi dall’assumere quel ruolo di un
insegnamento pratico, di porsi, ad esempio, sul terreno degli insegnamenti di
un Râmakrishna[38].
E questo ci porta
alla questione del contenuto: questo converge essenzialmente sulla dottrina
metafisica – non su quanto può essere chiamato la “vita spirituale” – e si
suddivide in quattro grandi soggetti: la dottrina metafisica, i principi
tradizionali, il simbolismo, la critica del mondo moderno.
***
Parliamo in primo
luogo della dottrina metafisica. Qui, il merito di Guénon è, non soltanto
d’averla esposta, ma soprattutto d’averne spiegato la vera natura, distinguendola
chiaramente dalle “filosofie” nel senso corrente di questa parola; tale senso non
è probabilmente esclusivo, ma segna in ogni caso una forte predominanza del
raziocinio sull’intuizione intellettuale, al punto da ridurre questa a una
sorta d’“accidente” più o meno inconscio. Questo è il grande merito della tesi guénoniana:
aver ricordato ciò che il pensiero moderno, sull’esempio del pensiero
“classico”, ha dimenticato o voluto dimenticare, ossia l’essenziale distinzione tra l’intuizione intellettuale e l’operazione mentale o, in altri termini, tra l’intelletto,
che è universale, e la ragione, che è individuale e persino specificamente
umana. E ciò taglia corto a tutte le speculazioni prive di carattere
trascendente; infatti, per raggiungere la verità, occorre risvegliare in sé –
se possibile – la facoltà intellettiva, e non sforzarsi di “spiegare” con la
ragione delle realtà che non si “vedono”; ora, la maggior parte delle
filosofie parte da una sorta di cecità assiomatica, da cui le loro ipotesi, i
loro calcoli, le loro conclusioni, tutte cose sconosciute nella pura
metafisica, la cui dialettica è fondata sull’analogia e sul simbolismo.
La dottrina
metafisica non è altro, in fondo, che la scienza della Realtà e dell’illusione,
e si presenta, a partire dallo stato terreno – dunque con la sua estensione
cosmologica – come la scienza dei gradi esistenziali o principiali, secondo i
casi: essa distingue da una parte tra il Principio e la Manifestazione – o
“Dio” e il “Mondo” – e d’altra parte, nello stesso Principio, tra l’Essere e
il Non-Essere, o in altri termini, tra il Dio personale e la Divinità
impersonale; nella manifestazione, la metafisica – divenuta allora cosmologia –
distinguerà tra l’informale e il formale, quest’ultimo diviso a sua volta in
due stati, uno sottile o animico e grossolano o corporeo l’altro.
Il secondo grande tema
trattato da Guénon è la tradizione, o più precisamente l’insieme dei principi
che la costituiscono, qualunque ne sia la forma; si può dire che la tradizione
è ciò che ricollega ogni cosa umana alla Verità Divina. Guénon sottolinea, non
soltanto la distinzione tra ciò che è tradizionale e ciò che non lo è, ma
anche, sullo stesso piano della tradizione, la distinzione tra i suoi due
aspetti fondamentali, ossia l’exoterismo e l’esoterismo, e quest’ultimo si congiunge
in maniera diretta con la dottrina metafisica.
Quanto al terzo
grande tema dell’opera guénoniana, il simbolismo, s’impone perché l’espressione
naturale e universale della metafisica è il simbolo: espressione naturale
perché risiede nella natura delle cose, e universale perché suscettibile d’illimitate
applicazioni in tutti gli ordini del Reale. Il simbolismo ha due vantaggi sul
raziocinio: in primo luogo, lungi dall’opporsi artificialmente à ciò che
esprime, ne è, al contrario, un aspetto o un’“incarnazione”; in secondo luogo,
invece di suggerire un solo aspetto di tale realtà, ne manifesta diversi allo
stesso tempo e presenta le verità nelle loro varie connessioni metafisiche e
spirituali, aprendo così alla contemplazione delle “dimensioni” incommensurabili.
Infine, l’opera guénoniana
comporta, come quarto grande tema, la critica del mondo moderno; non può mancare,
data, da un parte la sua natura che è intellettuale e tradizionale, e d’altra
parte la sua sfera d’azione che è precisamente questo mondo privo d’intellettualità
e di tradizione quali fattori determinanti. Questa critica del modernismo si
presenta sotto due aspetti, uno generale e l’altro dettagliato; vale a dire che
l’autore critica, da un lato, le tendenze specifiche della civiltà in cui
viviamo, e dall’altro tali espressioni di questa civiltà, ad esempio le diverse
forme di “neo-spiritualismo”.
***
Come ogni opera di
levatura eccezionale, quella di René Guénon può dare luogo a varie
interpretazioni, non quanto alla sua verità globale, ma quanto al suo carattere
e alla sua portata; vi sono tuttavia dei punti sui quali tutti coloro che hanno
seguito quest’opera con interesse devono essere d’accordo, e sono proprio
questi punti soli che, a nostro parere, definiscono l’opera guénoniana.
Il ruolo di Guénon
era di stabilire dei principi piuttosto che mostrarne l’applicazione: è
nell’enunciazione dei principi che il suo genio intellettuale[39] si esercita con un’incontestabile maestria; ma che si ammettano senza
riserve tutti gli esempi e tutte le deduzioni che l’autore ci propone lungo i
suoi numerosi scritti, questo ci pare essere una questione d’opinione[40], per non dire di fede, tanto più che la conoscenza dei fatti
dipende da contingenze che non possono intervenire nella conoscenza principale[41]. Il piano dei fatti è, per certi aspetti, all’inverso di
quello dei principi, nel senso che comporta delle modalità e degli imponderabili
che si trovano all’estremo opposto del rigore tutto “matematico” delle leggi
universali; almeno così apparentemente, giacché va da sé che i principi
universali non si contraddicono affatto; persino sotto il velo
dell’inesauribile diversità del possibile, la loro immutabilità è sempre
riconoscibile, purché l’intelligenza si trovi nelle condizioni richieste per poterla
discernere.
Ora, se l’opera guénoniana
ha, sul piano dottrinale, un carattere d’unicità, potrebbe non essere inutile
specificare che questo non dipende da una natura più o meno “profetica” –
supposizione esclusa, che lo stesso Guénon ha già respinto in anticipo – ma da
una congiuntura ciclica eccezionale[42] il cui aspetto temporale è questa
“fine di un mondo” che stiamo vivendo, e il cui aspetto spaziale è – in
funzione d’altronde del primo – il ravvicinamento forzato delle civiltà; si può
quindi dire che per l’Occidente, Guénon è il provvidenziale interprete di tale
congiuntura, almeno sul piano dottrinale. Per gli uomini del Medioevo, una
tale opera sarebbe stata senza scopo, in primo luogo perché la “fine di un
mondo” era ancora troppo lontana e la saggezza non era ancora misconosciuta
come lo è a causa delle tendenze moderne, e in secondo luogo perché l’India era
praticamente inesistente per l’Occidente[43].
I modi di
partecipazione all’opera guénoniana sono per forza diversi: certi lettori se ne
sono ispirati in una maniera più o meno parziale o superficiale, mentre altri si
sono lasciati convincere dallo stesso merito dell’opera; certi sono stati
“convertiti” a partire dagli errori correnti della nostra epoca; altri ancora,
senza aver avuto bisogno di una “conversione”, hanno trovato presso Guénon quello
che pensavano loro stessi, salvo per la metafisica che nessuno può trarre da
sé, e che hanno ricevuto da Guénon – a parte altre possibili fonti, ma
praticamente troppo poco esplicite – come Guénon l’ha ricevuta dall’Oriente, e
come ogni Orientale la riceve da un altro Orientale. In ogni caso, il ruolo di
Guénon consiste essenzialmente in una funzione di trasmissione e commento e non
di riadattamento[44]: «Non ho altri meriti – ci ha detto in
una lettera – se non d’aver espresso al mio meglio alcune idee tradizionali».
Se questa definizione è, certo, troppo modesta in quanto passa sotto silenzio
l’elemento speculativo dell’opera guénoniana, e anche il carattere fondamentale
delle idee esposte, ne indica tuttavia l’intenzione e la natura.
Il teorico in
quanto tale, per definizione, scompare dietro la dottrina; nulla sarebbe più
ingiusto del rimproverarglielo, e aspettarsi da lui un argomento diverso dalla verità dottrinale. Ci pare senza scopo, pertanto, parlare della persona di Guénon, e ci
limiteremo a rilevare l’impressione di mancanza d’orgoglio e di semplicità che
ci fece in occasione di tutti i nostri incontri. L’uomo sembrava ignorare il
suo genio, come questo, inversamente, sembrava ignorare l’uomo.
Prospettive generali *
Luc Benoist
René Guénon è
morto all’età di sessantaquattro anni, avendo scritto dall’età di 23 anni una
quindicina libri e più di trecento articoli, in diverse lingue. Tutta l’“intelligenza”
francese e straniera conosceva la sua opera, la cui azione invisibile è stata
profonda. La nostra rivista Études
Traditionnelles s’adoperava per
far conoscere le sue idee. Da tutti gli angoli del mondo, dai continenti più
vecchi e nuovi, dall’India come dall’America, uomini preoccupati dalle più alte
questioni sollecitavano un parere o un chiarimento da parte sua. Eppure il suo
nome rimane quasi sconosciuto alla folla e aveva raggiunto la sua notorietà, senza
alcun intervento di questa moderna Fama che è la stampa. Durante la sua vita solo
due articoli gli erano stati dedicati in francese e questo in oscure riviste.
Nessuno sarà
stupito da un’avventura così banale, quella di uno degli spiriti più potenti
del nostro tempo misconosciuto nel paese che fu suo, nessuno tranne gli ingenui
che credono nella spontaneità dei modi e nella gratuità delle reputazioni,
anche quando si tratta di modi dello spirito e di reputazione intellettuale. A
occhi avvertiti, il mondo che è nostro non pare meno camuffato o truccato della
Svizzera di Tartarin. E se esistono a questo riguardo delle differenze tra i
popoli, si tratta soltanto di gradi nella suggestione subita.
Ora che non è più,
è il caso di gettare sulla sua opera uno sguardo d’insieme che permetta di inquadrarne
l’importanza e di conoscerne meglio la natura. Possiamo dire innanzitutto che
il punto di vista centrale e sintetico, quello che comprende tutto senza
sopprimere nulla, che consente il risparmio della memoria e dello sforzo, che
aiuta l’invenzione e la scoperta, che facilita il nesso tra le
discipline più estranee, il punto di vista dei principi
che uniscono idee e gli uomini, questo e nient’altro è stato il tema degli
scritti di René Guénon. A quest’idea di centro è intimamente connessa l’idea di
germe. Il germe è l’effettivo centro per eccellenza, quello che
già contiene nella sua misteriosa complessità tutti i suoi successivi sviluppi. L’idea di germe porta
con sé l’idea di collegamento con la sua origine, quindi quella di tradizione.
L’uomo moderno
deve capire che incarna il proprio passato e che non può andare avanti in
contraddizione con lui. Guarirà solo tornando al punto di vista dei principi,
l’unico che gli permetterà di sfuggire alle incertezze che l’opprimono e alle
catastrofi che lo minacciano.
La conoscenza tradizionale dei principi è un bene comune dell’umanità,
deposito ben anteriore alla storia, poiché è contemporaneo allo stesso uomo. Si
è poi realizzato nelle forme più alte e perfette del periodo storico. Si
comprende perché René Guénon si sia trovato obbligatoriamente orientato verso
il pensiero asiatico. Anche se, in parte, sembra essersi occidentalizzato, ciò
fu molto più per risponderci e difendersi, che per imitarci. In questo “orientamento”
del pensiero di René Guénon, non v’è alcuna rivalità di “punti cardinali”. La
verità non comincia a essere, nel momento in cui passa sotto questo o quel meridiano.
Ma così come per far luce su un fatto storico, si raccoglie la testimonianza di
coloro che l’hanno visto o che trasmettono la narrazione di coloro che l’hanno
visto, ci si deve iniziare alla conoscenza presso coloro che l’hanno conservata
come l’eredità più preziosa.
Questa conoscenza dei principi l’Occidente l’ha posseduta una volta. Si
chiamava la metafisica da una parola che significa “oltre la fisica”, cioè “oltre
la natura”. Tale conoscenza è infatti il dominio del soprannaturale; può
essere raggiunto solo dall’intuizione immediata dell’intelletto trascendente,
che non è una facoltà individuale ma universale, come lo stesso oggetto che
pretende di cogliere.
L’idea di tradizione, ci si dirà, è una vecchia luna. Senza dubbio! E la
preoccupazione per la novità è l’ultima che avrebbe potuto sfiorare l’animo di
René Guénon. Non si curava che della verità. Non bisognerebbe d’altronde
confondere la vera tradizione con le sue caricature umane, che servono così
bene a camuffare l’ignoranza e la cupidigia. Qui si tratta esclusivamente della
tradizione integrale e primordiale che tutti gli uomini al loro apparire sulla
terra hanno ricevuto in deposito con la vita stessa, poiché la vita è una
delle manifestazioni di questa verità.
Il carattere decisivo che distingue René Guénon da tutti i “profeti del
passato”, a parte l’impeccabilità della sua dottrina, è il suo metodo. Uno
degli scrittori che più hanno fatto per diffondere il suo pensiero, Leopold
Ziegler, l’ha espresso con grande forza: «Presso René Guénon v’è un’incrollabile
convinzione che la tradizione integrale non sarà mai colta con gli abituali strumenti
della scienza. Non v’è alcun risultato decisivo da aspettarsi né dalla vanga
dell’archeologo, né dai documenti dello storico, né dai simboli del mitografo, né
dai manoscritti del filologo, né dalle indagini dell’etnografo, né dalla “reminiscenza
ancestrale” del filosofo. Senza dubbio non si può fare del tutto a meno di un
apparato scientifico di quel genere o di qualsiasi altro analogo. Ma avanzerà
con sicurezza solo colui che sarà stato in grado d’ottenere un ricollegamento
diretto alla tradizione integrale, là dov’è ancor viva». Non si tratta,
infatti, di una conoscenza teorica e astratta, che è sempre indiretta e
simbolica, ma di un’effettiva realizzazione, di una reale presa di contatto, di
un’identificazione mediante la conoscenza.
Esponendo nelle sue opere e articoli la natura e la portata di questa
conoscenza, René Guénon ha illuminato come mai era stato prima i problemi decisivi
che si presentano alla nostra epoca e permette di risolverli nel modo più
chiaro. I suoi più esigenti lettori hanno la piacevole e riposante certezza di
“sorvolare” i diversi antagonismi che lacerano le menti d’oggi. Per molti
uomini i suoi libri furono i messaggeri della felicità, almeno quelli per cui
la felicità inizia nel momento in cui hanno potuto capire.
L’opera di René Guénon si divide naturalmente in quattro parti principali. La
prima potrebbe includere Le Théosophisme,
L’Erreur spirite e i suoi vari
articoli sul neo-spiritualismo moderno. Giacché prima d’esporre le forme
autentiche della tradizione, conveniva compiere il necessario e spiacevole bisogno
di stroncare le loro contraffazioni moderne. Guénon l’ha fatto e in tal
maniera che nessuno ha validamente risposto alle sue requisitorie.
Ha segnatamente dimostrato ne Le
Théosophisme, che il posto molto relativo che concedeva generalmente al
metodo detto “storico” non corrispondeva affatto a un’incapacità sua a
servirsene, se necessario, ma un’equa valutazione dei suoi limiti.
Per un residuo di creanza verso i circoli occultisti che, al tempo della
sua giovinezza, aveva attraversato, non aveva dato seguito al suo progetto di
scrivere un Erreur occultiste, ma
molti articoli sulla questione, e che potranno essere riuniti in volume,
testimoniano la sua instancabile vigilanza nel sottolineare le false verità
che potrebbero accecare le menti non avvertite.
Oltre ai loro valori negativi, queste opere contengono come contropartita degli
insegnamenti molto positivi. L’Erreur
spirite soprattutto possiede dei capitoli e delle pagine sugli stati
postumi, sulle differenze esistenti tra reincarnazione, trasmigrazione e
metempsicosi, delle definizioni decisive che sarebbe impossibile trovare
altrove. Già appariva nei suoi primi libri uno dei caratteri principali del suo
apporto, che si può ben chiamare personale. Si tratta di un allargamento degli
orizzonti mentali. Questo metafisico, che non s’è mai preoccupato che dell’invisibile,
si rivela il geografo delle terre sconosciute. Per un uomo medio d’oggi, tutto
ciò che va al di là della sperimentazione e dei fenomeni misurabili rimane nell’ambito
dell’immaginazione, della sensibilità, dell’intuizione, della spiritualità
religiosa, tutto ciò vagamente mescolato in un magma indefinibile, in cui
l’incertezza dei fatti e la vaghezza del vocabolario non recano a un cervello
esigente altro che una deludente pastura. Prima di René Guénon, si può dire
che, come per i fotografi, l’infinito cominciava a cinque metri. Il suo compito
a questo riguardo è stato immenso. Ci ha fatto toccare in ispirito i “limiti
della storia e della geografia”; ci ha fatto sentire tutti gli altri nostri
limiti. E nello stesso tempo ci ha rivelato la gerarchia dei mondi invisibili,
degli inferi e dei cieli, che non sono “altrove” ma “qui”, che non sono “luoghi”
ma “ stati”.
Applicando a ciascun livello di conoscenza il suo particolare modo di comprensione,
ha mostrato, nel nostro psichismo e nella nostra intuizione intellettuale, le
antenne ipersensibili del mondo informale, e ci ha restituito, nel dettaglio
delle sue modalità qualitative, la gerarchia, al tempo stesso molto precisa e affatto
delimitata, di questi “stati molteplici”.
Molto di più. Capovolgendo il consueto punto di vista della scienza moderna
e ponendosi da un punto di vista chiaramente anti-antropomorfico, René Guénon
ha disegnato con un tratto ineluttabile i limiti della sperimentazione quantitativa, nello stesso tempo in cui mostrava le connessioni corrispondenti che esistono
tra i diversi “mondi”, connessioni che rendono i risultati della nostra sperimentazione
fenomenica allo stesso tempo meno importanti in se stessi e più rivelatori al
di là.
Questo risultato, René Guénon l’ha in primo luogo fatto capire con la sue critica
dell’individualismo, restituendo alla personalità e al Sé, come dicono gli indù, il ruolo che l’individuo aveva ideologicamente usurpato.
Nei suoi libri critici, si potrebbe ugualmente includere il suo Principes du calcul infinitésimal,
poiché insomma, il punto di vista rimane lo stesso. L’errore spiritista e lo
pseudo-infinito matematico derivano entrambi dalla stessa incapacità di concezione
riguardo al vero infinito e alla possibilità universale.
In quel libro, che tutti possono comprendere senza una preliminare
preparazione matematica, ha meravigliosamente dimostrato che l’infinito dei
matematici non era, in realtà, che un indefinito e ha restituito, all’interno
se si può dire di quest’“indefinito”, la molteplicità dei suoi diversi ordini,
e cancellato la confusione tra la continuità quantitativa e la discontinuità
qualitativa degli ordini e degli stati.
All’inverso dei filosofi, che non avendo
niente di nuovo da dire lo dicono rivestendo la loro ripetizione di un nuovo
vocabolario, René Guénon ha ridotto, in apparenza, al minimo la novità del suo contributo.
Non ha avuto bisogno di ripetere il pensiero di Pascal in merito a “la verità
che non inizia a essere nel momento in cui comincia a essere conosciuta”, per manifestare
una modestia naturale. Ma, pur sottile e difficile da svelare agli occhi dei profani,
il suo ruolo non è stato meno eminente. E la restituzione dei veri
principi è andata in lui di pari passo con un raddrizzamento del vocabolario. Sarebbe troppo lungo enumerare le
lezioni di semantica e nello stesso tempo di logica che ha dato ai suoi lettori,
le sue rigorose definizioni di termini, tanto più necessarie perché le realtà
che qualificavano erano per loro natura più vaghe da cogliere. Chi non ha
presente queste coppie: spirito e anima, individuo e persona, infinito e
indefinito, dualismo e dualità, mentale e intelletto, salvezza e liberazione,
e tante altre di cui ha saputo così precisamente fissare gli intangibili
rapporti e che non si può evitare d’utilizzare poi come lui, tanto la verità
che trasmette pare priva d’accento individuale per restare piena di una realtà
che lo supera. Nessuno scrittore ha saputo assicurare la sopravvivenza del suo
pensiero in modo così poco singolare legando il suo dire alla verità complice.
La seconda parte
delle opere di René Guénon includerebbe la parte più accessibile del suo lavoro, quella in cui espone le ragioni
dell’attuale disordine e le
condizioni puramente spirituali di un raddrizzamento.
Questi sono Orient et Occident, La Crise du Monde moderne, Autorité spirituelle et pouvoir temporel e infine Le Règne de la Quantité et les Signes des Temps. Il più importante dal punto di vista
teorico, quello che dà in parte la chiave degli altri, è Autorité spirituelle et
pouvoir temporel. René Guénon vi
riduce i rapporti tra queste due potenze a quelli che esistono tra la
contemplazione e l’azione. Tutte le tradizioni autentiche insegnano la
subordinazione dell’azione verso la contemplazione e questo sia dal punto di
vista sociale che dal punto di vista individuale. Anche, beninteso, dal punto
di vista storico, e Guénon mostra che tutti i periodi di disordini sociali sono
contemporanei a una messa in discussione di quella gerarchia dei poteri. Si
tratta, insomma, in questo libro, di una filosofia della storia, vista dal lato
metafisico.
Le Règne de la
Quantité, scritto durante
la guerra, è l’opera più importante che René Guénon abbia scritto nel campo
delle applicazioni storiche. Le sue capacità di matematico e il gusto che
aveva per il simbolismo geometrico, gli permettono di dare un sorprendente scorcio
simbolico della storia, nel passaggio dalla sfera al cubo, in una continua progressione
verso una solidificazione del mondo, nell’apparizione finale della “Gerusalemme
celeste”. È d’altronde qui che ha risposto, senza forse esserne effettivamente
preoccupato, ad alcuni dei suoi critici. Poiché, dicevano questi, la Tradizione
prevede l’evoluzione del mondo in un determinismo intangibile, tutto ciò che
faremo per sfuggirvi sarà vano. La progressiva solidificazione del mondo è
voluta dalla Provvidenza e sarebbe empio opporvisi, giacché, come dice Léon
Bloy, «tutto ciò che accade è ammirevole».
È questo il tipo stesso d’obiezione ignorante, quella che considera ogni questione
solo da un unico punto di vista. La solidificazione del mondo si presenta, ci
dice René Guénon, sotto un senso duplice: considerata in se stessa, in un
frammento di ciclo, ha certamente un significato “sfavorevole” e persino “sinistro”,
contrario alla spiritualità. Ma d’altro lato è nondimeno necessaria per
preparare i risultati del ciclo nella forma della “Gerusalemme celeste”, dove
questi risultati diverranno i germi del ciclo futuro. Solo, affinché questa
fissazione diventi una restaurazione dello “stato primordiale”, occorre
l’intervento di un principio trascendente. Tale intervento produce il
capovolgimento finale e induce la riapparizione del “Paradiso terrestre”.
Così si comprende meglio il modo di procedere di questo spirito davanti al
quale ogni soggetto della sua meditazione pone ogni polo antagonista come
complementare e che risolve ogni problema mediante la realizzazione di un ciclo
completo. E siccome ogni complementare a un elemento del mondo manifestato è
necessariamente dell’ordine spirituale, si capisce che per lui l’essenziale
risiedeva in un permanente “orientamento” dello spirito. È lo
spirito che qualifica il mondo. Questo è il motivo per cui, per l’iniziato, “anche il Paradiso è una prigione” e
che, per la Provvidenza, pure la solidificazione è una purificazione. È
un’altra forma di sacrificio, il sacrificio della “materia”.
La seconda metà del libro è quasi interamente dedicata all’aspetto satanico
della dissoluzione, segnatamente alla deviazione dei simboli e alla grande
parodia della falsa spiritualità.
La terza parte del lavoro di René Guénon includerebbe meno libri che
articoli. È quella in cui mostra che l’Occidente possedeva una volta una
tradizione autentica, d’altronde nascosta e analoga a quella che sussiste in
Oriente. I libri che ne parlano sono L’Ésotérisme de Dante, Le Roi du Monde e molti articoli, tutti quelli ad esempio che ha un tempo dedicato alla Massoneria
e che costituiscono i migliori studi pubblicati sull’argomento.
Questa questione della Tradizione in Occidente era una di quelle, e forse persino
l’unica su cui René Guénon non amava pronunciarsi, e si capisce facilmente
perché. Aveva messo in imbarazzo troppe persone, in tutti i mondi, per arrischiarsi
ancora a offendere degli amor propri troppo sensibili. Eppure, per noi Occidentali,
la questione è importante. Non abbiamo la pretesa di risolverla qui in due
pagine, ma di porla. René Guénon, in gioventù, aveva attraversato tutti i
circoli occidentali in cui a torto o a ragione s’erano manifestate delle
pretese d’esoterismo. Ne aveva giustamente concluso che solo la Massoneria e il
Compagnonaggio possedevano il carattere di un’autentica tradizione, vale a
dire che non esistevano più in Occidente che iniziazioni di mestiere.
Tuttavia, i
lettori fedeli dei suoi articoli ricordano certamente ancora il suo studio su Christianisme et Initiation, in cui
affermava che «il Cristianesimo, alle origini, aveva tanto per i suoi riti
quanto per la sua dottrina, un carattere essenzialmente esoterico e pertanto
iniziatico». Ma questo carattere, a seguito del suo trionfo sociale, al tempo
di Costantino, e del suo adattamento necessario al maggior numero, l’ha ben
presto perduto e la permanenza dei riti non consente di pronunciarsi sulla
permanenza dell’esoterismo, poiché ogni rito è per natura del dominio
dell’azione e gioca nei riguardi della conoscenza solo un ruolo di supporto e
di simbolo. In verità, non vi sono riti “esoterici” in sé, ma soltanto nella
misura in cui il carattere iniziatico della tradizione contemplata, la sua
comprensione e la sua prospettiva sono stati mantenuti. Tale non pare essere il
caso del Cristianesimo occidentale.
Sfortunatamente,
René Guénon, trattando queste questioni, forse non ha insistito abbastanza
sulla differenza tra il Cristianesimo romano e il Cristianesimo ortodosso. Ora
v’è lì, proprio al contrario, una distinzione di primaria importanza. Già, in
un articolo degli Études Traditionnelles
dell’aprile 1935, dicevamo che gli esicasti greci costituivano «l’ultima scuola
di realizzazione metafisica storicamente accertata in una chiesa cristiana». I
recenti studi del sig. F. Schuon hanno mostrato ai nostri lettori come si potessero,
infatti, trovare nella tradizione patristica ortodossa degli indizi e persino delle
prescrizioni che permettono di concludere che il carattere iniziatico della
devozione monastica vi si è mantenuto meglio che nella chiesa romana. D’altronde
la storia segreta dell’esoterismo occidentale abbonda di tracce di una
corrente iniziatica che ancora sussiste e misconosciuta. In molteplici lavori,
René Guénon l’ha dimostrato: sia che evochi il Santo Graal e la tradizione druidica,
Dante e i Fedeli d’Amore, i Rosa-Croce e i Templari, o Martinez de Pasqually e
Fabre d’Olivet. Lui stesso, se così si può dire, costituisce il prestigioso “sigillo”
di quest’oscuro lignaggio. È come il fiore di quegli abbozzi e se deve
certamente il suo carattere eccezionale a un reale ricollegamento con diverse
tradizioni autentiche che non sono occidentali, i suoi mezzi d’espressione li
ha in parte presi dalle manifestazioni dell’esoterismo d’Occidente.
La quarta parte
delle opere di René Guénon includerebbe insomma tutte quelle che hanno fatto la
sua reputazione e l’hanno consacrato, di fronte al grosso pubblico, come indianista
e orientalista. È la parte più positiva e più ricca, che espone con inaspettata
chiarezza la vera metafisica orientale: Introduction générale à
l’étude des doctrines hindoues, L’Homme et son devenir selon le Vêdânta, Le Symbolisme de la Croix, Les États multiples de l’Être e il suo ultimo libro La Grande
Triade. In una panoramica che abbraccia con eguale scienza i libri sacri
della Cina e dell’India, dell’Egitto e del Medioevo, dell’Islam e d’Israele, René
Guénon ci fa penetrare con una profondità, una precisione e una (relativa) facilità
in egual misura stupefacenti, nel cuore delle più alte questioni che si siano
imposte alle più grandi menti di tutti i tempi, e le risolve, grazie alle
tradizioni che espone, con perfetta agiatezza. Questi problemi e queste menti
non paiono più arcani misteriosi riservati a degli specialisti più eruditi che comprensivi,
ma vivono di una vita effettiva ed eterna.
Giacché quel suo dominio soprannaturale può aprirsi all’animo di un
mendicante analfabeta forse più facilmente che a quello di un membro dell’Istituto. Il sovreminente valore dell’opera di cui parlo deriva soprattutto dal fatto che è assolutamente e totalmente
indipendente dall’individualità del suo autore. In quest’opera, non è un individuo, di qualsivoglia
livello, che ci parla, ma è l’umanità che c’istruisce, grazie al deposito
soprannaturale che ci ha preservato su delle realtà più antiche di tutta la
storia conosciuta. Ci porta la propria testimonianza su se stessa.
Se René Guénon si è servito più generalmente dell’alfabeto della tradizione
indù, fu per ragioni d’opportunità. Ma tutti i suoi libri, qualunque sia il
punto di vista temporaneo in cui si pongono, gettano luce su tutti gli altri. La Grande Triade si riferisce più
particolarmente alla tradizione cinese, Le Symbolisme de la Croix alla tradizione cristiana e musulmana. Nessuno è esclusivo degli
altri e si può dire al contrario che ciascuno completa ciò che negli altri rimane allo stato d’indicazione.
Il più originale di quei libri e quello che si pone inoltre al di sopra di
tutte le tradizioni è certamente: Les États multiples de l’Être.
L’Introduction rimetteva il
piccolo Occidente in un luogo molto relativo e diminuito, mostrando i misfatti
del “pregiudizio classico”.
L’Homme et son devenir allargava la condizione dell’uomo, lo mostrava in relazione agli stati
inferiori, come pure ai superiori, indicava i mezzi della liberazione e dell’Identità
Suprema. Le
Symbolisme de la Croix generalizzava questa prima visione della gerarchia degli stati, grazie al
simbolismo geometrico e alle varie corrispondenze dei tre gûna indù.
La Grande Triade, riprendendo la stessa divisione
ternaria da un punto di vista più cosmico, chiariva nello stesso tempo il
simbolismo alchemico.
Les États multiples, superando tutte le tradizioni e tutte
le forme, costituisce il pezzo principale, la chiave di volta dell’opera guénoniana,
quello di cui nessun altro testo può dare l’equivalente, e che, al contrario, è necessario per la perfetta comprensione di tutti gli
altri. Si tratta della più completa
delucidazione che sia mai stata data della geografia dell’invisibile,
dell’Infinito, del Non-Essere e del Possibile, di tutta la complessità
delle gerarchie spirituali. Tra l’Infinito e la Libertà, René Guénon mostra la
coscienza e il mentale umani sospesi e vaganti in un divenire senza fine
attraverso stati ben distinti e perfettamente qualificati.
Aggiungiamo per finire un’osservazione tecnica essenziale. La lettura, la
comprensione e lo studio dei suoi libri sono possibili e utili solo a coloro
che hanno familiarità con il simbolismo autentico. Non si tratta qui della
vaga iconografia letteraria del secolo scorso, che ha introdotto più errori
ideologici di quanto non abbia creato capolavori, ma del simbolo in quanto legge naturale e soprannaturale, di cui il rapporto matematico è solo un caso
particolare e di cui, all’estremo dei possibili, l’unione suprema costituisce un altro caso. Le leggi
naturali sono solo dei casi particolari delle leggi soprannaturali o, per
parlare il linguaggio quotidiano, l’assioma è un caso molto particolare del
miracolo.
Nessun altro pensiero è riuscito a darci una tale
armoniosa totalità. Qual è dunque l’ultima e
irriducibile differenza che separa René Guénon dai pensatori metafisici e orientalisti
occidentali? È che le sue formulazioni si riferiscono sempre a un’esperienza interiore delle realtà dell’esoterismo. È in questo che risiede, in ultima analisi, la
comprensione di un testo antico.
Comprendere significa realizzare nella coscienza dell’individuo e in tutti i
gradi degli stati dell’essere. È questo riferimento perpetuo che permette di
scegliere tra la verità e l’errore, che interpreta correttamente i simboli, che
rettifica i difetti dell’espressione, che supplisce alle mancanze, che esclude
i dettagli secondari o superflui.
Il mezzo di questa presa di possesso è il simbolo e, se riteniamo necessario
finire questo studio fin troppo sommario insistendo su quest’intermediario in
apparenza secondario, è perché costituisce in realtà la base stessa
dell’edificio. Il simbolismo è il filo continuo che collega le diverse realtà,
è attraverso di esso che ragioniamo, che pensiamo, che sogniamo, che siamo.
L’eredità a tutti i gradi è un caso di simbolismo e l’analogia delle leggi
fisiche e psichiche ne è un altro. Ogni manifestazione è un simbolo del suo
autore e della sua causa. È su questa vetta del pensiero che René Guénon, così poco
artista e poeta in apparenza, concorda molto facilmente con i poeti e gli artisti.
Giacché l’intuizione di questi ultimi, per quanto incompleta e inconscia sia talvolta, nondimeno possiede allo stato di germe gli stessi doni che, presso
i più compiuti iniziati, segnano il grado superiore che hanno raggiunto.
Senza dubbio è difficile dire quale sarà il destino storico di René Guénon.
Seguirà con ogni probabilità nel suo aspetto formale il destino della lingua e
della cultura di cui tale lingua fu l’espressione. Ma quel che è certo, è che
nessun’opera umana s’è assicurata in se stessa una garanzia più sicura di
sopravvivenza, per il suo integrale attaccamento a ciò che è la Verità.
René Guénon e l’idea metafisica *
André Préau
Qualunque siano le conseguenze pratiche
che sono state e potranno essere tratte dall’opera di René Guénon e quali che
possano essere gli apprezzamenti cui darà luogo, v’è un punto sul quale i suoi
fedeli lettori hanno sempre concordato: il loro attaccamento a quest’opera
viene prima di tutto da ciò che ha permesso loro di “comprendere”. Per loro, tutto
a un tratto, il caos intellettuale in cui vive l’uomo moderno s’è ordinato: hanno
avuto la fortissima impressione di “vedere” e, se non “vedevano” tutto, almeno
avevano la consapevolezza di possedere, per studiare qualsiasi questione, una
posizione nuova e, a loro avviso, superiore. Analizzare quest’impressione, questa
“sensazione” di chiarezza che il lavoro di
René Guénon dà è un compito più complesso di quanto paia a prima vista; e ci
limiteremo a chiarire l’elemento centrale, essenziale, della lucidità guénoniana
e che è, crediamo, l’idea metafisica.
Quest’idea che, come ciascuno sa, Guénon
ha presentato soprattutto nella sua forma indù, si riassume in poche parole:
identità del Sé e di Brahma, Infinito e
manifestazione, Essere e Non-Essere, stati molteplici.
Quest’idea è “metafisica” in quanto è “ultima”, vale a dire che assicura alla
mente la possibilità più grande: ora l’idea dell’Infinito apre all’intelligenza
un campo illimitato in cui ogni cosa, qualsiasi visione dell’animo, persino qualsiasi
errore, può trovare il suo posto. Permette così d’avvolgere tutto e di riportare
tutto all’unità, il che è la prima condizione d’ogni comprensione. E,
l’Infinito essendo in una volta Essere e Non-Essere, luce e tenebre,
affermazione e negazione, può essere l’origine di tutte le posizioni come di
tutte le esclusioni, avvicina e tiene a distanza, identifica e distingue, fa
brillare e spegne. Con ciò è principio d’unione e di separazione e, per gli
innumerevoli nessi, talvolta stranamente opposti, che implica tra tutte le
forme e tutte le idee, è l’origine allo stesso tempo di discordia e d’armonia, di
lotta e di conciliazione, vale a dire di vita intellettuale nel senso più elevato
della parola, vita “intelligibile” cui partecipiamo debolmente e che è in
definitiva quella della stabilità principale. Unità, non-limitazione, dualità
del sì e del no, gerarchia: in questa complessa idea, l’intelligenza trova
tutti gli elementi di un ordine universale, vale a dire che si ritrova essa
stessa e, con lei, tutti i modi, forme e “intenzioni” del pensiero, tutti i
possibili giochi di conoscenza e d’ignoranza.
Quest’idea, come Guénon ha ben visto,
non è puramente e semplicemente tradizionale, nel senso che vi sono delle
tradizioni che non sono metafisiche. La dottrina dell’identità del Sé e di Brahma, che ne è un aspetto essenziale,
è ignorata dal Buddismo e non è riconosciuta da alcuna delle tre tradizioni
monoteiste. È anzitutto una dottrina del Brâhmanesimo, ma anche del Taoismo e
del “Platonismo”; in realtà, allo stato attuale dei documenti accessibili, tali
sono proprio le tre grandi sorgenti metafisiche dell’umanità. Va anche aggiunto
che, pur lasciando da parte la negazione buddistica, la dottrina dell’identità
non è stata criticata in nessun luogo più aspramente che in India, proprio là
dove s’era affermata il più fortemente e dove poteva far valere numerosi testi
delle Upanishad; e questa critica non
è venuta soltanto dal vishnuismo, ma anche dallo shivaismo, segnatamente da
quell’importante branca dello Shaiva-Siddhânta.
Quest’atteggiamento di numerosi maestri indù è, in ultima analisi, con ogni
probabilità imputabile a un indebolimento dello spirito metafisico; ma, poiché
la dottrina dell’âtmâ è fondata su
dei testi formali della Shruti, è
ragionevole supporre che non avrebbe mai incontrato un’opposizione così forte
e così estesa se l’esperienza non avesse dimostrato che il suo insegnamento non
era privo di pericoli e che il suo senso vero era più sottile di quanto sembrasse
a prima vista. L’indù, che si sa identico a Brahma,
è tentato di considerare Brahma, che
risiede nel loto del suo cuore, come una sorta di gioiello nascosto che sarebbe
suo e di cui dovrebbe solo prendere possesso. La “realizzazione” spirituale,
con cui diventa ciò che è, viene allora intesa come una sorta d’“affare
personale”, per il quale i mezzi tradizionali sono solo procedimenti di
risveglio e dei coadiuvanti: l’essenziale per l’uomo è di far penetrare la
punta della sua coscienza attraverso tutti gli involucri che gli velano il Sé. Tale
realizzazione, in altre parole, rischia assai d’essere concepita semplicemente
come il ratto e l’assimilazione del Sé da parte dell’io, mentre essa è anche, e ancor più, il dono del Sé all’io e l’evizione dell’io
da parte del Sé. Il Sé universale non è un possesso dell’io individuale, è il
suo essere
nascosto, cioè si rivela a lui quando piace. Da qui l’insistenza dei maestri sugli atteggiamenti d’amore e di sottomissione e
sull’importanza della grazia (prasâda,
anugraha, shaktipâta), che non era d’altronde stata dimenticata dalle scuole
rimaste legate alla pura dottrina dell’identità, quali il vêdânta shankariano e
lo shivaismo del Kashmir.
In modo generale, una dottrina
spirituale è, in quanto tale, un’antropologia, cioè è d’ordine cosmologico. È
una dottrina della dualità, poiché insegna una via, una direzione, definita al
tempo stesso dal suo punto di partenza e dal suo punto d’arrivo: è mediatrice
tra jîvâtmâ e Paramâtmâ. La metafisica è per lei un’implicazione, non il suo
stesso corpo; e le difficoltà intellettuali che offrirà deriveranno spesso dalla
necessità d’armonizzare le formule, sovente contraddittorie, della metafisica
e della cosmologia. Una metafisica leggermente irrigidita minaccia la
spiritualità; e questa, per difendersi, s’è frequentemente rifugiata in
dottrine dualiste e pluraliste che, a loro volta, compromettevano la sua
fondamentale ispirazione dandole un carattere più o meno arbitrario.
Quest’ultima soluzione tuttavia non è
stata quella del buddismo, come se obbedisse suo malgrado a qualche secondo
fine metafisico. Partendo, come l’Induismo, della dualità del samsâra e della liberazione, distrugge il
primo termine con l’idea d’illusione, di vuoto; e, quanto al secondo, lo vela
in un’apofasi assoluta. Realizza l’unità in modo negativo, è l’unità del
Vuoto. Infine, per dare il colpo di grazie all’uomo e lasciarlo senz’alcuna
prospettiva di futuro, che diventerebbe velocemente per lui l’occasione di un
desiderio, rompe il sûtrâtmâ, che
riunisce tra loro i vari stati dell’essere, e non lascia più di fronte
all’asceta che un compito da adempiere. Alla lunga, come si sa, questa dottrina
non ha potuto mantenere il rigore della sua negazione originaria[45].
Nelle tradizioni monoteiste, al contrario, si è in pieno
“realismo” e la nozione scritturale di creazione è stata interpretata dogmaticamente
nel senso di un’irriducibile dualità del Creatore e della creatura. Senza dubbio
si potrebbe far osservare che questa dualità, essendo d’ordine cosmologico e
corrispondente a una prospettiva temporale, non contraddice la non-dualità
metafisica. Si può considerare la creazione come inclusa nell’Atto eterno e
infinito – Dio essendo e irraggiando per un solo e medesimo atto –; ma, dal
momento che non lo si fa, si traspone quest’idea su un piano puramente
razionale, temporale, la si “pensa” per mezzo di schemi la cui relatività è evidente
e che implicano in qualche modo una dualità: o, in relazione a Dio, quella di
un interno (il Creatore) e di un esterno vuoto che si tratta di riempire, o in
Dio stesso quello della potenza, corrispondente allo stato “anteriore” alla creazione,
e dell’atto, corrispondente allo stato “posteriore” o, se si preferisce, allo
stesso Fiat creatore. Gli Indù hanno
un Dio creatore, che è Brahmâ, ma il
suo atto rientra nel dominio della Shakti,
non in quello di Parama-Shiva. Senza
dubbio la differenza e la distanza hanno i loro analoghi in ciò che abbiamo
chiamato l’Atto eterno e infinito, che è l’unione, non la confusione, di Shiva e della Shakti: esse ne rappresentano dei “momenti” che una dottrina
monistica rischierebbe di dimenticare. Ma i “momenti” dell’unità e dell’identità
sono a loro volta, dal punto di vista in cui ci poniamo, un po’ troppo
trascurati nelle teologie monoteiste, in cui l’unità divina s’oppone puramente
e semplicemente alla diversità creata. L’esperienza degli spirituali, che ha
fatto temere che il Sé, riconosciuto come divino, non venisse a gonfiare l’io
invece di ridurlo e d’esaurirlo, ha con ogni probabilità giocato un ruolo
importante nella costante affermazione del dualismo; cui è venuto ad
aggiungersi, presso i teologi della Chiesa latina, l’influenza decisiva e ben
nota dell’aristotelismo.
Se dunque la dottrina dell’identità non
è accettata dalle tradizioni monoteiste, il minimo tuttavia che se ne può
asserire è che infesta tutto il pensiero “platonico”, incluso il “platonismo
cristiano”, per non parlare dei sufi, soggetti d’altronde alla duplice
influenza dell’India e del neoplatonismo. S’è espressa, talvolta in modo molto
chiaro, vuoi negli scritti di uomini naturalmente metafisici – ad esempio in
Plotino e Nicola Cusano – o in quelli di spirituali che cercano di tradurre le
loro illuminazioni. Ma, fondamentalmente estranea all’aristotelismo, è divenuta,
dalla fine del Rinascimento, che è stato anche quella del platonismo, e malgrado
certi sforzi dei cartesiani, e soprattutto dei filosofi romantici tedeschi,
quasi estranea al pensiero moderno. L’opinione di Cartesio, che l’idea
dell’Infinito fosse la prima di tutte, è rimasto per molti lettera morta e, in modo
generale, la filosofia degli ultimi secoli è mancata del campo necessario alla
sua speculazione. Sebbene reagisca oggi piuttosto fortemente contro il
razionalismo e il materialismo, resta nondimeno lo specchio del suo tempo, ossia
di un’epoca che trae dalle scienze positive la maggior parte del suo nutrimento
intellettuale; e il desiderio, abbastanza naturale, di rimanere sempre in piena
continuità con la scienza, di non abbandonare alcun punto di contatto con
essa, la ricollega in realtà ai modi di pensiero e di conoscenza propriamente
umani, razionali. Vorremmo quasi dire, se l’espressione non fosse così irriverente,
che la filosofia moderna ha una palla al piede: la palla del “pensiero
scientifico”, relativo per definizione. A parte alcune felici eccezioni, lo
stato della filosofia contemporanea – per riprendere un paragone molto usato –
è ancora sotto molti aspetti simile a quello dell’astronomia prima di
Copernico: le costruzioni più ingegnose sono accumulate attorno a un postulato
cui non si vuol rinunciare e che è qui la supremazia dell’uomo[46]. Se si indica la “terra” come la dimora
dell’uomo, il suo ambiente naturale, il “sole” come la verità che attrae le intelligenze,
si potrebbe dire che l’attuale situazione intellettuale richiede una
rivoluzione che faccia passare da un sistema geocentrico a un sistema
eliocentrico, che faccia preferire la verità all’uomo, o più precisamente la
verità in breve alla verità umana.
Questa rivoluzione, Guénon l’ha
compiuta per molti dei suoi lettori. Ha restituito loro le regioni ipercosmiche
e sovra-umane della realtà, quel che il pensiero moderno ha ritenuto di dover
trascurare e quel che si è dimostrato incapace di sostituire. Senza dubbio si
può giudicare che l’opposizione che Guénon ha stabilito tra le civiltà
tradizionali e il mondo moderno è la parte della sua opera più visibile e più
caratteristica; ma si sarebbe capita male senza il suo sfondo metafisico. Ecco
perché ciò che abbiamo chiamato l’idea metafisica, con i suoi diversi aspetti e
i suoi punti di partenza cosmologici, ci pare rappresentare la parte centrale
del suo messaggio, la verità più “vivente” e più importante che ci abbia
portato o richiamato. Siegfried Lang ha caratterizzato abbastanza bene la sua
opera come un “rifugio della metafisica”. Val appena la pena aggiungere che le
verità più alte sono, per loro natura, proprie al dominio dell’inesprimibile e
che non si rivelano con qualche formula, per quanto indovinata e opportuna
possa essere. Mal si concilierebbero con procedimenti affrettati, che
s’accontenterebbero d’opporre un dogmatismo a un altro dogmatismo. Come il
ghiaccio di cui parla lo Yi-king («Si
cammina sul ghiaccio. Grande circospezione»), i nostri concetti ci portano
sempre solo fino a un certo punto; e la dottrina più chiara giace a nostra
insaputa su un fondo yin, su un mistero,
proprio come dietro al Deus revelatus,
e velata dal suo splendore, si trova ancora il Deus absconditus che l’ha generato[47].
Si tratterebbe, dunque, non tanto di “trasmettere” un’idea quale ad esempio
quella dell’identità (se ne può solo trasmettere l’abito) quanto di studiarne
le diverse espressioni, di meditarla e di comprenderla, se possibile, nelle
sue più utili sfumature. Non è questione, beninteso, di cogliere lo spirito impercettibile
in alcuna rete concettuale, ma soltanto d’affinarne e orientare la concezione,
in modo che possa irradiare più liberamente in un dato ambiente mentale e, innanzitutto,
in noi stessi.
Come situare l’opera di René Guénon *
Jean Thamar
Prima che apparisse l’opera di René Guénon,
era generalmente facile classificare un autore d’opere di natura spirituale,
per quanto oscuro potesse essere il suo pensiero. Se s’atteneva alla teoria,
doveva essere un teologo, un filosofo o uno storico, e se trattava della
realizzazione, doveva trattarsi di una guida spirituale o di un contemplativo
che raccontava le sue esperienze interiori. Ora, l’eminente scrittore di cui deploriamo
la morte non era un teologo, giacché non parlava in nome di una particolare
tradizione, né un filosofo, poiché non esponeva un sistema, ma dei dati
tradizionali, e neppure uno storico delle dottrine metafisiche e religiose, dato
che le sue opere sono una sintesi nel senso proprio della
parola, e riflettono una prospettiva che il loro autore aveva fatto sua. Non rientra inoltre nella seconda categoria; i
suoi libri, infatti, non contengono la minima allusione
alla sua vita interiore, e ha d’altronde sempre declinato categoricamente il
titolo di maestro spirituale.
Così, una delle caratteristiche proprie
di quest’opera è precisamente d’essere inclassificabile. Non rientra nelle
prospettive classiche, ma le include tuttavia più ancora forse di quanto non le
escluda. Trattenendo ciò che ciascuna ha di più centrale e di più metafisico,
comincia in certo qual modo là dove esse finiscono e si congiungono. Così, per
fare un esempio, quel che René Guénon intende per conoscenza non corrisponde a
ciò che questa parola indica nelle suddette prospettive, nemmeno nel senso che
dava loro la scolastica, ma piuttosto a quel che il Medioevo
cristiano chiamava il “dono di saggezza”, la parola “dono”, che si riferisce allo Spirito Santo, rispondendo
all’origine non umana e al carattere universale che Guénon assegna alla
conoscenza, e la parola “saggezza”, che consiste nel giudicare secondo “le più
alte cause” in virtù di una certa “connaturalità” con esse (San Tommaso), traducendo
il fatto che la conoscenza metafisica è inseparabile da una certa realizzazione
corrispondente. Un altro esempio è la stessa idea di tradizione, con cui R.
Guénon intende, non le tradizioni come tali, ma un corpo di verità principiali
da cui le tradizioni derivano come da una comune radice e la cui forma
primordiale sfugge a qualunque indagine storica.
Se nessun epiteto ordinario conviene alle
opere in questione, si trova almeno nel passato qualcosa che assomigli loro sotto
certi aspetti? Si è tentati di pensare in primo luogo ai “tradizionalisti” del
primo Ottocento, segnatamente Lamennais, de Bonald, Joseph de Maistre, ai quali
potremmo aggiungere Fabre d’Olivet, Martinez de Pasqually, Louis-Claude de Saint-Martin[48].
Joseph
de Maistre soprattutto, cattolico e massone,
per il quale non v’è punto dogma «che abbia le sue radici nella natura intima e
in una tradizione tanto antica quanto il genere umano», ha parlato dei principi
metafisici, dell’esoterismo e dell’analogia universale in un modo che ricorda
René Guénon, e si ricollegava d’altronde a una corrente iniziatica cui
l’autore degli Aperçus sur l’Initiation
accordava una particolare attenzione. Tuttavia, mentre il tradizionalismo era esclusivamente
orientato, quanto all’avvenire, verso un “cristianesimo trascendente”, è il
destino dell’Oriente e dell’Occidente che abbraccia l’opera di Guénon, in cui la
prospettiva ciclica è trattata con un’ampiezza unica e in cui la nozione d’“ortodossia”
è applicata per la prima volta alle tradizioni dell’umanità considerate nel loro
insieme; e se le ultime parole di Joseph de Maistre sono state: «Io muoio con l’Europa»,
l’autore de Le Règne de la Quantité
et les Signes des Temps, 130 anni dopo, s’è
forse spento pensando che stava morendo con tutto il mondo tradizionale. Il
tradizionalismo era soprattutto una reazione contro il razionalismo e il
naturalismo dei secoli XVII e XVIII; R. Guénon aveva dietro di sé la
straordinaria accelerazione della caduta prodottasi nel corso del XIX secolo, secolo
mostruoso e “stupido” (soprattutto nella sua seconda metà), ma che fu nello
stesso tempo l’epoca della “riabilitazione” del Medioevo, delle grandi sintesi
storiche e della compenetrazione dell’Oriente e dell’Occidente su tutti i piani;
questa mescolanza senza precedenti del peggio e del meglio forma un caos che
Guénon è riuscito a “gerarchizzare” grazie a una larghezza di vedute che, anch’essa,
doveva essere senza precedenti[49].
È solo nelle epoche in cui la struttura di una civiltà
minaccia di spezzarsi che s’avverte il bisogno di cercare oltre i suoi limiti gli
elementi di una sintesi e di un rinnovamento. La crisi spirituale che fu il
Rinascimento offre degli scritti più o meno paragonabili a quelli di cui parliamo?
Non va dimenticato che l’allargamento dell’orizzonte materiale (segnatamente
astronomico e geografico) che caratterizza il Rinascimento s’è manifestato in due
correnti divergenti, da una parte, la tendenza naturalistica, scientifica, moralista e profana,
dall’altra un ritorno eminentemente “tradizionale” al platonismo,
un crescente interesse per l’Oriente e un insieme di “tentativi” miranti a
integrare la visione dell’universo, divenuta eliocentrica, in una gerarchia
cosmologica di cui Dio è il Centro metafisico. Nicola Cusano, Marsilio Ficino,
Pico della Mirandola, Giordano Bruno e Campanella mostrano come il mondo
“nascente”, che le nuove concezioni sembrano sottrarre per sempre al
teocentrismo medievale, sia perfettamente riducibile al punto di vista tradizionale,
a condizione d’applicargli convenientemente i principi delle corrispondenze, dell’identificazione
per conoscenza, dell’Unità e dell’Infinito, e d’affrancarsi dal razionalismo
che s’era impadronito della scolastica; e questo assomiglia, mutatis mutandis, a ciò che farà Guénon.
Il cardinal Cusano oppone alla conoscenza razionale, dominata dal principio di
contraddizione, la conoscenza intellettuale o intuizione, che regola il
principio della “coincidenza degli opposti”; la sua “matematica intellettuale”
o arte delle “trasmutazioni geometriche” e la sua nozione di passaggio al
limite – che tanta importanza avrà presso R. Guénon – sono più prossimi degli
scritti medievali a Le Symbolisme de la
Croix e a Les Principes du Calcul
infinitésimal. G. Bruno aspira a una “filosofia totale” che riconduce alla
“religione egiziana” e in cui l’uomo sa che Dio è “più interiore a lui di
quanto lui stesso possa essere”. Ritroviamo
dunque, dal XIV al XVI secolo, questo contrasto tra il tradizionale e
l’antitradizionale che segna il periodo romantico, ma mentre i tradizionalisti
cercavano il principio della loro sintesi in un ritorno “in profondità” alle
verità originarie, i platonici del Rinascimento – simili in ciò agli
intellettuali di cui si circondava in India, nella stessa epoca, l’imperatore
Akbar – lo cercano forse più nel senso dell’“ampiezza”, e si potrebbe dire che l’opera
di Guénon fonde in una sola queste due prospettive complementari.
Quanto al Medioevo, sarebbe inutile
cercarvi una formulazione didattica delle verità spirituali paragonabile a
quella di René Guénon, vale a dire indipendente dalla prospettiva monoteista. A
quale bisogno ciò
avrebbe potuto rispondere in un’epoca in cui le rivelazioni di forma religiosa offrivano alle più elevate aspirazioni
metafisiche di che realizzarsi integralmente? È d’altronde
proprio per quest’autonomia tradizionale, per questa coincidenza di fatto tra
la Tradizione primordiale e ciascuno dei suoi tre aspetti monoteistici, che il
volto interiore dell’Occidente era allora più prossimo che mai a quello
dell’Oriente, così vicino che qualsiasi
contatto “orizzontale” tra i due sarebbe stato superfluo e persino dannoso, a
meno che non fosse rimasto puramente esoterico e nascosto. È proprio vero che
tutte le forme tradizionali dell’umanità convergono nello stesso Principio, ma
non è necessario averne consapevolezza per accedere agli stati
sovra-individuali dell’essere.
Quindi bisogna risalire fino alla
precedente grande crisi della civiltà occidentale, fino a quel terzo secolo in
cui il cristianesimo s’apprestava a stabilirsi sulle rovine dell’impero
romano, per incontrare delle esposizioni metafisiche staccate da una
particolare via di realizzazione. Pensiamo infatti che sia nelle Enneadi di Plotino, più ancora che presso
gli autori citati precedentemente, che regna il clima intellettuale più vicino
a quello dell’opera guénoniana. Si trova la maggior parte delle idee centrali
di quest’ultimo presso il maestro del neoplatonismo, che era di filiazione pitagorica
e non ignorava le dottrine indù, ma seppe affrancarsi dal sincretismo
alessandrino: una prospettiva metafisica che supera l’ontologia; l’idea della
realizzazione attraverso la conoscenza; gli stati dell’essere concepiti come
simultanei e paralleli ai gradi dell’Esistenza universale; la corrispondenza
costitutiva del microcosmo e del macrocosmo; la dottrina della trasmigrazione
e quella dei cicli cosmici; la critica del razionalismo, del moralismo e delle fantasticherie
dottrinali degli “occultisti” d’allora: gli gnostici, gli astrologi e i maghi.
Plotino ha fatto per il platonismo, per certi aspetti, ciò che ha fatto per l’Induismo
l’autore de L’Homme
et son devenir selon le Vêdânta, ed è stata
d’altronde giustamente sottolineata la somiglianza delle ipostasi plotiniane
con i gradi dell’Esistenza nelle dottrine dell’India[50].
Il punto principale in cui i due
maestri paiono differire è quello del ruolo dei riti. Per Plotino hanno solo
una funzione negativa: ci “disincantano” dalle influenze malefiche che “infestano”
il mondo intero, ma restano senz’effetto nel dominio della pura contemplazione.
La nozione di riti iniziatici nel senso di positivo elemento della
realizzazione spirituale sembra quindi essergli estranea. Tuttavia, questa
divergenza si rivela meno profonda se si tien conto dell’affinità tra i “sortilegi”
plotiniani e la Mâyâ indù e del fatto
che R. Guénon ha adottato l’idea shankariana
che nessun rito conduce alla conoscenza, tanto che concorda con Plotino nel riconoscere che l’effetto di un rito,
consistente nell’allontanare un ostacolo, è essenzialmente negativo. D’altra
parte, senza voler in alcun modo sminuire la grandissima e ammirevole opera di
Plotino, che viveva in un’epoca senza i nostri mezzi d’informazione, si può
riconoscere a R. Guénon il merito d’aver riportato tutte le tradizioni
dell’umanità a un punto di vista che le riunisce senza diminuirle poiché le
illumina dall’interno. Senza la sua opera, l’incontro spirituale dell’Oriente
e dell’Occidente non avrebbe ancora trovato il livello intellettuale che gli
corrisponde.
L’enorme influenza dell’opera di
Plotino, vero testamento dell’antichità, è stata più reale che appariscente e
rimase indiretta per lungo tempo. Si può dire che solo oggi si misura quanto
gli devono i padri greci e i maestri sufi, gli scolastici e i “dionisiani” – segnatamente
Meister Eckhart –, l’ermetismo e in modo generale tutti i rappresentanti della
philosophia perennis. Questo ruolo,
l’attribuiamo segnatamente al fatto che questo “visionario” privo d’orgoglio
messianico ha saputo esprimere una dottrina essenzialmente “platonica” con una
precisione e un’oggettività di stampo “aristotelico”, il che rende il suo
stile in una volta impersonale e intenso, trasparente e penetrante, e situa il
suo insegnamento su un piano in cui la “teoria” metafisica s’unisce in certo
qual modo direttamente alla “contemplazione”, conformemente d’altronde al senso
originario della parola teoria. Questo tratto ci pare essere anche quello degli
scritti di R. Guénon. La loro lettura abolisce le partizioni stagne che certi
metodi occidentali d’educazione stabiliscono tra il “soprannaturale” e il
“naturale”. L’azione feconda e vivificante degli insegnamenti di colui che “riceveva
solo degli intimi” rimarrà con ogni probabilità più nascosta che visibile, ma non
sarà per questo meno profonda. Numerosi sono i teologi, i filosofi e i letterati
che se ne ispirano senza citarli. E, a parte coloro che accettano senza riserve
tutta la sua opera, v’è il numero molto più ingente degl’intellettuali, sconcertati
dal mondo moderno in cui non credevano più possibile “amare Dio con
intelligenza”, scossi nella loro fede dalla coesistenza di rivelazioni
ugualmente autentiche e che sembravano loro escludersi o contraddirsi, che deve
a René Guénon l’aver compreso una volta per tutte che quello che chiamavano
“Dio” ha delle dimensioni profonde, una ricchezza, una realtà e un “valore” universali
di cui non avevano idea alcuna.
Alcune osservazioni a proposito dell’opera di René Guénon *
J. C.
Prefazione
L’attuale crisi mondiale, considerata dal
punto di vista delle energie cosmiche che vi manifestano la loro azione,
comporta, tra le altre caratteristiche, un crescente spiegamento di questo
Potere di suggestione e d’illusione che i teologi cattolici chiamano “il
Diavolo”[51].
D’altronde, non è sorprendente per noi che
questo Potere eserciti la sua azione, anche nei domini da cui sembrerebbe che
dovesse essere più escluso, poiché sappiamo da secoli, e anche letteralmente da
millenni che il periodo precedente il “giudizio universale” deve vedere
l’apparente trionfo esteriore di tale Potere, che d’altronde avrà con ciò
stesso realizzato le condizioni della propria rovina.
Non abbiamo intenzione d’occuparci di tutte le
manifestazioni di quest’attività, alla quale è già abbastanza difficile
resistere per non ricevere il suo marchio e il suo segno sulla fronte o sulla
mano[52],
ma vi sono certi domini in cui non possiamo astenerci d’intervenire, non mossi
da un personale desiderio d’azione esteriore, ma per scrupolo di verità.
È così che certi fatti recenti, che mettono in
causa e in discussione l’opera e la personalità di René Guénon, ci fanno
obbligo di precisare certi punti di dottrina o di fatto, poiché le circostanze
esteriori escludono un intervento materiale dell’interessato.
I
Portata e carattere dell’opera di René Guénon
1. – Ogni esposizione intellettuale, in
qualunque campo, costituisce, in quanto manifestata esteriormente, un’autentica
“azione”, che s’inquadra nel divenire cosmico; generando nello sviluppo della
specie umana delle serie indefinite di conseguenze, d’importanza d’altronde
assai disuguale a seconda dei casi.
Quest’“azione”, come tale, si esercita quindi
evidentemente in accordo con le condizioni logiche e ontologiche di questo
divenire, e pertanto, una tal esposizione contiene pienamente, e contiene solamente,
ciò che corrisponde al posto cosmologico dove si situa l’individualità il cui
organo mentale assume il compito d’esprimere esteriormente ciò che è l’oggetto
dell’esposizione. È questo uno degli aspetti di ciò che si può chiamare la
funzione cosmica dell’individuo considerato nella Manifestazione Universale.
2. – L’opera di René Guénon, esaminata da questo punto di
vista, è essenzialmente dedicata a una corretta esposizione della Metafisica
pura, e gli aspetti cosmologici, biologici e pratici della Dottrina, non vi
sono considerati che accessoriamente, e nello stretto limite in cui era
necessario accennarne il normale ricollegamento ai principi metafisici da cui
questi aspetti subordinati dipendono.
È
che nello stato attuale del divenire della specie umana, era necessario, e di
conseguenza inevitabile, che fossero espressi in Occidente (dove ha sede
esteriormente la potenza materiale) in maniera precisa e che non lasciasse
posto a degli errori più o meno volontari, i dati fondamentali della pura
Conoscenza Metafisica, in modo tale che nella crisi presente e in quelle che
seguiranno, sia possibile a tutti gli uomini che dispongono di un “intelletto
sano” e di un’autentica “buona volontà” verificare se tale o talaltra attività
esteriore fosse, o non fosse, in accordo con questi dati.
Il posto cosmologico occupato da René Guénon
corrispondeva precisamente a questa funzione.
3. – Risulta d’altronde dalla natura come
dalla forma delle esposizioni di René Guénon, che queste non possono essere
deviate dal loro vero senso dagli schiavi dell’Anticristo, e utilizzate così
dalla Contro-Iniziazione, giacché, come scriveva giustamente lo stesso René Guénon parlando del Diavolo[53],
«non v’è che un dominio che gli sia rigorosamente interdetto, ed è quello
della pura metafisica».
Proprio al contrario, è sempre possibile
utilizzare una dottrina cosmologica per dei fini qualunque, e anche opposti, ed
è così che, ad esempio, dei gruppi d’uomini “più o meno mal ispirati”, hanno
potuto servirsi e rivendicare gli scritti di Saint-Yves d’Alveydre, mentre nel
caso di René Guénon, coloro che sono “mal ispirati” si trovano costretti a
tacciare di falso la sua opera e a opporsi ad essa.
II
René Guénon e gli Orientali occidentalizzati
1. – La funzione cosmica che s’è così espressa a mezzo di René
Guénon e che possiamo designare come l’“Iniziazione” (precisamente nel senso
cosmologico di questa parola), ha in questa maniera assicurato un efficace
contrappeso alle conseguenze dell’azione perseguita in senso inverso per
distruggere dappertutto (e specialmente in Oriente dove sussisteva ancora), la
struttura “regolare” delle società umane, facendo perdere di vista le
concezioni metafisiche sulle quali riposa questa struttura regolare, o alterando
la comprensione di questi concetti.
2.
– Infatti, dal momento dell’insediamento degli Europei in Oriente, uno sforzo
immenso e tenace s’è esercitato senza tregua, sotto l’influenza dei dirigenti
segreti del mondo occidentale, per ottenere che la mentalità dei popoli
d’Oriente sia – tanto quanto si potesse – distaccata dalle forme tradizionali
legittime da cui dipendevano, affinché il rovesciamento dei reali valori, che
caratterizza la mentalità occidentale moderna, possa essere estesa all’insieme
dell’umanità terrestre, il che è uno dei marchi e delle condizioni che devono
essere realizzate verso la fine del ciclo attuale.
Abbiamo qui l’occasione d’insistere sul fatto,
che l’estensione a tutta l’umanità di questo processo, differenzia
profondamente la crisi attuale da tutte le altre crisi analoghe già
attraversate nel corso delle epoche dette “storiche”, e che così si trova messo
in valore il suo speciale carattere di preparazione immediata al “Giudizio
Universale”, per impiegare il linguaggio del cristianesimo.
3. – Comunque sia di quest’ultimo punto, è un
fatto che quasi tutto – diciamo bene quasi tutto – ciò che è stato fatto in Oriente[54]
per avvicinare l’Oriente e l’Occidente, ha avuto in realtà per scopo di
sostituire alle concezioni proprie delle dottrine orientali, le “concezioni
intellettuali” del mondo occidentale moderno, rivestendo queste ultime con un
velo o una terminologia proprie a mascherarne la vera natura.
Così, è necessario affermare, per quanto sgradevole
possa essere per certuni, che gli Orientali che hanno preteso di mettere le dottrine orientali alla
portata degli Occidentali, sono stati in realtà solo i missionari
dell’Occidente. Queste persone, Orientali di fatto occidentalizzati,
non hanno potuto e non possono che ingannare coloro che gli accordano una
fiducia che non meritano in alcun modo, e la supposizione più favorevole si
possa fare a loro favore, è che impregnati a loro insaputa delle influenze
occidentali che hanno subito inconsciamente, essi s’ingannano da sé ingannando
gli altri.
Vi sono, a questo riguardo, certi criteri che non
tradiscono, come ad esempio l’uso del sostantivo “il Divino” che, sconosciuto
all’Oriente e preso in prestito dal pietismo protestante anglosassone[55],
costituisce uno di quei marchi d’antitradizionalismo e di debolezza
intellettuale che abbiamo in vista. Ci riferiamo qui in particolare a certi
testi pubblicati sotto il patronimico di Śrî Aurobindo,
senza voler d’altronde, in mancanza di sufficiente documentazione, formulare
qualsiasi giudizio su questa stessa personalità, e sulla sua azione, il che
richiederebbe numerose precisazioni e distinzioni, e insomma un lavoro che non
possiamo attualmente intraprendere. Avremmo delle osservazioni analoghe da
presentare a proposito di certe traduzioni commentate di testi tibetani, di una
mediocrità intellettuale lamentevole.
4. – Più precisamente, dobbiamo aggiungere ancora che il
processo con il quale degli Indù, facendosi forti di Śrî
Ramâkrishna vengono in Occidente a esporre un Vêdânta nettissimamente occidentalizzato, dipende in realtà dalle
manovre con le quali ci si sforza di dare agli Occidentali l’illusione
che essi penetrano nel dominio dell’Iniziazione, e anche che entrano nel campo
delle conoscenze conservate in Oriente, quando in realtà essi dimorano,
malgrado le apparenze, nel dominio mentale controllato strettamente dai veri
dirigenti dei popoli occidentali che dominano esteriormente, con la forza o
con l’inganno, i popoli dell’Oriente.
Per di
più, nello stesso Oriente, i dirigenti delle imprese pseudo-orientali che
abbiamo in vista hanno per compito reale, quali che siano le loro pretese e le
loro illusioni, di diffondere tra gli stessi Orientali, in tutta la misura in
cui ciò è possibile, la mentalità antitradizionale alla
quale abbiamo fatto allusione più sopra. Che lo si voglia o no, tutto ciò si
situa nel quadro delle attività cui ci siamo riferiti al punto 2, qui sopra.
5. – Per contro,
esistono in Occidente delle notevoli tracce di uno sforzo propriamente diretto
allo scopo di rendere possibile una preparazione intellettuale alla conoscenza
effettiva delle dottrine tradizionali, e noi ci riferiamo qui specialmente da
una parte alle traduzioni di Mohyiddîn ibn ‘Arabî, apparse nella rivista La Gnose[56],
e d’altra parte a certe traduzioni di testi orientali pubblicati dalla scuola
belga; la formazione intellettuale cattolica degli autori di quest’ultime traduzioni
avendoli preservati (malgrado le limitazioni alle quali essi erano
intellettualmente soggetti) dal prendere una direzione antitradizionale.
6. – Sarebbe tuttavia erroneo non
aggiungere alle affermazioni che precedono una controparte indispensabile,
notando che l’attività antitradizionale,
che si esercita nelle imprese pseudo-orientali, cui ci siamo riferiti, ha per contro
per effetto di preparare l’unificazione spirituale dell’umanità, abituando
delle categorie numerose d’esseri umani alle forme di linguaggio e ai simboli
che rivestono le dottrine orientali, e anche aprendo alla loro sensibilità (in
mancanza del loro intelletto) i cammini dell’Oriente, o almeno i dintorni di
questi cammini.
Si tratta lì di un
processo analogo a quello per il quale, in Occidente, le attività pseudo-tradizionali
(dunque in realtà antitradizionali) degli ambienti neo-spiritualisti
(occultisti in testa) arrivano a condurre certuni verso delle vie
intellettuali di cui senza ciò essi non avrebbero pensato a ricercare
l’entrata.
Il pericolo che noi segnaliamo sarebbe dunque
d’attardarsi in queste direzioni difettose o d’attribuire loro una portata e un
significato che esse non hanno.
Per adottare un
linguaggio impiegato qualche volta, si può dire che le diverse scuole o gruppi
che critichiamo duramente, dipendono, da certi punti di vista, da quel processo
che, nell’Iniziazione, è chiamato “discesa agli inferi”, di sorta che considerati
da un punto di vista molto più generale, s’inquadrano nell’armonia totale della
Manifestazione Universale e giocano, al loro posto, il ruolo che conviene, in
vista della realizzazione delle condizioni che marcheranno la fine del Kali-Yuga.
7. – Quel che tenevamo dunque
essenzialmente a precisare qui, è anzitutto il posto reale di tutte queste
manifestazioni con le quali si “occidentalizza l’Oriente”, e con le quali
s’illudono gli Occidentali che ricercano le “Chiavi dell’Oriente”.
Vogliamo anche precisare che ciascuno può situare
se stesso in rapporto alle diverse vie possibili, secondo la scelta che egli fa
tra un Occidentale orientalizzato come René Guénon, e un Orientale occidentalizzato,
come quelli cui ci riferiamo.
III
René Guénon e la realizzazione metafisica
1. – È abbastanza sorprendente constatare che la maggior
parte degli Occidentali che sono stati attratti dall’opera di René Guénon, e
che si credono sinceramente “guénoniani”, manifestano un’impazienza vivissima
d’essere messi in possesso di “procedimenti di realizzazione”, e che
manifestano una certa delusione, per il fatto che René Guénon ha
sistematicamente lasciato da parte questo punto la cui importanza è evidente.
Ora, è in ragione di condizioni molto generali, alle
quali non è in potere di nessuno sottrarsi, che René Guénon ha taciuto su
questo punto. Noi non possiamo trattare, neppure succintamente, una tale
questione, che esigerebbe una messa a punto eccedente di molto i limiti di una
breve nota; ma è tuttavia possibile cercarne certi aspetti, più particolarmente
in rapporto con le circostanze che ci hanno indotto a scrivere queste poche
pagine.
2. – Innanzitutto,
è necessario sottolineare che non si può sfuggire all’impressione che, quando
degli Occidentali parlano di “procedimenti di realizzazione”, essi hanno in
vista una sorta di “raccolta di ricette” tali che mettendole in opera in
maniera regolare, sistematica e progressiva, sotto la guida di un buon
professore, ne seguirebbe un avanzamento regolare nel cammino che conduce dallo
stato di profano a quello di Liberato. In questa concezione, la “trasmissione
iniziatica” sarebbe una sorta di rito preliminare, mediante il quale si
produrrebbe una trasformazione della biologia del recipiendario, assicurando lo
svolgimento del processo di cui parliamo.
3. –
Probabilmente, questa maniera di rappresentarsi le cose non è formulata in
maniera così schematica, che parrebbe sotto certi aspetti un po’ troppo
ingenua; eppure, inconsciamente, la maggior parte degli Occidentali si
rappresenta il processo iniziatico in maniera abbastanza analoga a quella che
abbiamo appena descritto.
Ora,
occorre proprio dire che questa descrizione molto generalmente diffusa non
corrisponde, se la si schematizza così, alla realtà e non è affatto con una
tale rappresentazione che si può trovare accesso alla Conoscenza effettiva
comportante la realizzazione degli stati d’esistenza nei due sensi
dell’ampiezza e dell’esaltazione, poi di Ciò che è di là degli stati
d’esistenza.
La descrizione
– (e non la definizione) – corretta di questo processo esige degli sviluppi
abbastanza estesi per essere intelligibili, e non possiamo pensare di
presentare attualmente questi sviluppi. Quindi ci limiteremo a presentare
un’analogia presa in prestito da un processo abbastanza paragonabile, benché
dipendente da un dominio differente, vogliamo dire il dominio religioso, che,
malgrado le caratteristiche del tempo presente, dimora ancora relativamente
abbastanza familiare a molti Occidentali.
4. – Nell’ordine d’idee e di realtà al quale corrisponde
la “religione”, lo scopo proposto all’individuo si presenta come la “salvezza”,
la “vita eterna”, la “santità”, ciascuna di queste designazioni corrispondendo
d’altronde a degli aspetti differenti della realtà di cui si tratta.
Ora, il “sacramento del battesimo”, con il quale si
diviene cristiani è ben una condizione necessaria[57]
per appartenere al Corpo della Chiesa, e pertanto per beneficiare in principio
delle possibilità inerenti allo stato di Cristiano.
Ma, da una parte, è possibile supplire al battesimo per
tutti coloro che nella pienezza del loro volere, desiderano perfettamente,
senza alcun miscuglio di frode interna, compiere quel che è o che essi credono
essere la volontà di Dio.
D’altra parte, il possesso di un buon insegnamento
concernente la dottrina cristiana, e la sottomissione alle direttive di un
prete dal quale si è stati battezzati, o di uno dei suoi confratelli, non
possono ad alcun grado garantire la conquista della “santità”.
5. - Allo stesso modo, va detto:
a) Che il possesso di un corpo di dottrine teoriche e
pratiche (o tecniche) comportanti dei metodi efficaci (in principio) per la
conquista degli stati superiori d’esistenza, non costituisce di per sé una
condizione sufficiente per realizzare l’effettivo possesso di questi stati, e
ancora assai meno per raggiungere Ciò che è di là di tutti gli stati
d’esistenza.
b) Che occorre, oltre a questo possesso, in qualche modo
esteriore, un insieme di qualificazioni interne, che ci si porta con sé venendo
in questo mondo, ma che sviluppano effettivamente i loro effetti solo nella
misura in cui gli insiemi di causalità interne inerenti alla serie
dell’individualità considerata, e di causalità cosmiche o esterne che si
spiegano in modo concomitante e rigorosamente correlativo, permettono
l’effettiva manifestazione di queste possibilità nel corso dell’esistenza
umana considerata.
c) Tra questi insiemi
di condizioni causali, la ricezione di certi riti speciali, costituisce una
necessità abituale, nel senso che questi riti portano alla partecipazione
(almeno in principio e virtualmente) a certi gruppi d’energie sottili e
spirituali in rapporto con certune delle modalità (in numero d’altronde
indefinitamente indefinito) di cui è suscettibile la biologia della specie
umana presa in tutta la sua estensione.
Con questa ricezione è dunque aperta in principio una
via che permette un’estensione individuale in rapporto con tutta l’estensione
di cui sono suscettibili le forme, energie, o modalità biologiche in questione.
Presa in tutta la generalità di cui è suscettibile,
questa nozione conduce all’Iniziazione ai Piccoli Misteri che porta alla
“restituzione dello Stato Primordiale” (la chiave d’argento di Dante, Purgatorio, Paradiso).
d) V’è naturalmente qui pluralità di riti, e persino
pluralità indefinita, siccome v’è pluralità di forme, di gruppi energetici e di
modalità biologiche, nell’ordine delle realizzazioni
cosmologiche in questione qui.
Inoltre esistono numerosi lignaggi iniziatici differenti
gli uni dagli altri, con dei riti che corrispondono a queste differenze. È
solamente alla piena realizzazione dello Stato Primordiale, vale a dire della
pienezza di tutta l’estensione delle possibilità incluse nello Stato umano,
che queste differenze cessano d’esistere.
D’altronde, se si considera il processo iniziatico nel
suo complesso, fino alla restituzione di cui parliamo, bisogna dire, adottando
il simbolismo di Dante, che la chiave con la quale è stata aperta la Porta
Santa è custodita da un “Angelo” qualunque siano d’altronde gli uomini per i
quali s’è espressa l’azione che ha portato alla realizzazione di questo
processo.
D’altra
parte, né la ricezione di un rito, né il possesso di una tecnica (nella sua
espressione con delle parole che per definizione non possono superare i limiti
del mentale) garantiscono un incamminarsi regolare nella via della
realizzazione effettiva della Conoscenza. In realtà, come diceva un rituale
martinista (che probabilmente noi interpretiamo in un senso più pieno di colui
che lo scrisse): «È da te stesso, in tutto il tuo isolamento, che tu devi
trarre il principio del tuo avanzamento». Vale a dire che la realizzazione,
essendo opera interna, che si compie in e attraverso l’Unità, non può essere
effettuata che con questo sforzo interiore in cui l’approfondimento dell’Unità
interna s’accompagna all’espansione indefinita nel suo ordine, delle possibilità
dell’essere umano.
e) Al di là della restituzione dello Stato Primordiale e
dell’apertura dei Grandi Misteri con la chiave d’oro (Dante), non è più
questione delle distinzioni che precedono, non più d’altronde che dei
riti nel senso che noi vogliamo solo considerare qui.
f) Come esplicitamente indicato da René Guénon in
diversi passaggi[58],
i riti costituiscono un aiuto e un normale punto d’appoggio, ma non una
condizione strettamente indispensabile. D’altronde come afferma da parte sua il
trattato di Mohyiddîn ibn ‘Arabî sulle Categorie
dell’Iniziazione, sono esistiti, esistono, esisteranno dei Solitari che non
dipendono dalla gerarchia che culmina nell’“Apogeo Spirituale”, ma
direttamente da questo spirito, di cui El-Khidr è l’espressione nella
formulazione musulmana della Tradizione, e i cui equivalenti, quantunque meno
conosciuti, sono ugualmente menzionati nelle altre forme tradizionali.
g) Infine, per terminare con quel che riguarda quest’ordine di questioni,
conviene sottolineare che l’incontro di detentori dell’insegnamento
tradizionale, vale a dire d’individualità ricollegate sotto una forma o sotto
un’altra a un’organizzazione conservante un effettivo contatto con il Centro
del Mondo, costituisce per colui al quale simile cosa succede la testimonianza
ch’egli perviene all’entrata del Cammino, quand’anche condizioni diverse
s’oppongano a una realizzazione effettiva delle corrispondenti possibilità.
D’altronde se in questo dominio qualsiasi impazienza sarebbe un ostacolo
all’avanzamento spirituale, per contro gli sforzi interni anche se non
producono effetti esteriori generano tuttavia i germi, o le possibilità, che si
svilupperanno del tutto naturalmente al momento opportuno.
6. – Aggiungeremo ancora un’osservazione che,
probabilmente, sarà poco gradita a certuni, ma che, precisamente, è opportuna
in ragione stessa di questo fatto.
L’inizio
del processo iniziatico, ha in realtà per risultato d’aprire nell’individuo
umano delle vie attraverso le quali egli entra in rapporto cosciente o no con
le potenze cosmologiche che abbiamo appena considerato nel paragrafo 5. Queste
potenze presentano evidentemente, tra altri campi di manifestazione, delle
attività nei domini intellettuali, politici, religiosi, economici, ecc, ecc.[59].
Vi
sono dunque in questo dominio, come in quello dei “poteri”, due pericoli da
evitare. Il primo sarebbe di misconoscere la realtà di questi legami, e, con il
pretesto d’indifferenza per “il punto di vista cosmologico”, di divenire lo
schiavo incosciente del complesso sistema d’azioni e di reazioni al quale
facciamo allusione qui, e nel quale il ricollegamento a una qualsiasi
organizzazione comporta inevitabilmente una partecipazione.
Vogliamo
dire molto esplicitamente che la forma stessa di un’organizzazione: giudaica,
massonica, cristiana, musulmana, indù, lamaista, taoista, ecc., comporta per
colui che vi si trova dei legami con il ruolo intellettuale, politico,
economico, ecc., della Forma in questione, nella biologia generale della specie
umana.
Il
secondo pericolo sarebbe al contrario d’accettare la servitù inerente questi
legami, con le limitazioni ch’essa comporta, il che comporterebbe dei pericoli
altrettanto gravi, benché di natura diversa, di quelli inerenti la ricerca dei
“poteri” per se stessi. Il processo iniziatico comporta infatti l’effettivo
riconoscimento dei legami di cui si tratta, così come la determinazione delle
rispettive funzioni delle diverse forme, e l’apertura del cammino attraverso il
quale ci si libera dalle servitù dalle quali si è trattenuti a distanza dal
Luogo Centrale in cui queste forme s’unificano nel loro comune Principio.
IV
René Guénon e la reincarnazione
1o. Nessuna questione pare aver dato luogo a
più malintesi e controversie di quelle della reincarnazione (se non quella di Atman e d’Iswara), non che essa presenti delle difficoltà eccezionali, ma
piuttosto perché per esporla correttamente nei suoi diversi aspetti,
occorrerebbe entrare in sviluppi abbastanza ampi, che vertono su nozioni che
paiono del tutto estranee agli Occidentali.
Non possiamo pensare di fare al presente un’esposizione
del genere e delle spiegazioni inevitabilmente molto succinte rischiano d’aumentare
ancor più la confusione che regna in questo dominio. Ci sembra tuttavia che
malgrado questi inconvenienti che non ignoriamo, non possiamo esimerci dal
presentare almeno alcune considerazioni fondamentali su certi punti
essenziali.
2o. Anzitutto, dobbiamo ben constatare questo
fatto (il cui significato richiederebbe uno studio speciale), che mentre le
religioni occidentali negano la reincarnazione, per contro le folle orientali,
particolarmente quelle ricollegate alla civiltà indiana, credono in una
successione d’esistenze sotto forma umana, animale, ecc. (i cinque destini).
Quest’opposizione è dello stesso ordine di quella che sembra esistere tra le tradizioni apparentemente “creazioniste” e
quelle apparentemente “emanazioniste”, o tra le tradizioni che evocano
l’“Attrazione Originale” (Nahash)
come origine dell’esistenza separata, e quelle che evocano l’Avidyâ, l’ignoranza o l’illusione.
In realtà, come sempre, in questi casi, si tratta di
“punti di vista” diversi sulla “Realtà totale” che ne comporta un’“indefinita
indefinità”, e non esiste né può esistere tra loro alcuna reale contraddizione.
Per contro, v’è il rischio di grave errore, se non si precisa a che corrisponde
ogni speciale punto di vista, vale a dire se non si fissano le sue limitazioni
(o i suoi limiti) e le sue relazioni con gli altri punti di vista.
3o. Come dicevamo iniziando questa nota, René
Guénon ha avuto per compito fondamentale l’esatta esposizione metafisica delle
dottrine tradizionali, ed egli ha affrontato la descrizione cosmologica della
Manifestazione Universale nei suoi rapporti con il divenire umano, solo nella
misura strettamente indispensabile a tal fine.
È così che nella sua opera fondamentale, L’Homme et son devenir selon le Vêdânta,
ha esposto completamente (benché in breve), le varie tappe che percorre quello
che al presente è l’uomo, quando questo segue una delle vie che conducono dallo
stato umano alla Liberazione; per contro, non ha affrontato, se non con
un’allusione alla teoria dei cicli, l’esposizione del divenire dell’Essere nel
passaggio da uno stato individuale umano a un altro stato individuale.
4o. Pertanto, egli ha metafisicamente
dimostrato (capitolo VI de L’Erreur
spirite) il carattere erroneo di ciò che gli Occidentali intendono con
“reincarnazione”, vale a dire: il passaggio di una stessa sostanza separata,
di natura spirituale, o anima (che forma una sorta di monade), attraverso una
successione di stati corporei successivi[60].
Dobbiamo d’altronde aggiungere subito che non conosciamo
alcun testo canonico, sia orientale, sia occidentale, in cui la reincarnazione,
intesa in questo modo, si trovi menzionata, e questo semplicemente per la buona
ragione che non ne conosciamo alcuno in cui la nozione d’anima, come credono di considerarla i moderni Occidentali (sostanza
+ unitaria + spirituale + individuale)[61],
si trovi associata sia all’idea di ritorno a uno stesso stato, sia anche
all’idea di una sopravvivenza dopo la morte.
Tutto ciò che è stato detto in contrasto con
quest’affermazione si basa su degli errori d’interpretazione o di traduzione, e
risulta da quest’infermità degli uomini del Kali-Yuga che rende loro così difficile concepire delle esistenze
senza forma o delle esistenze che non siano supportate da sostanze separate e
irriducibili.
Ora, né nel Giudaismo (dove né Nephesh, Ruach e Neschamah corrispondono a ciò che i
moderni chiamano anima e spirito), né nel Cristianesimo (in cui san Paolo s’è
naturalmente limitato a trasporre questi termini ebraici); né nel Brahmanesimo
(in cui Atman non ha niente in comune
con l’anima dei moderni), né nella Bhâgâvad-Gîta
(in cui la formula impiegata nel capitolo II, 22 designa la serie causale
individuale che genera una continuazione di vite su vite attraverso la corrente
delle forme), né ancor meno nel Buddhismo o nel Lamaismo (in cui l’Alaya Vîjnana corrisponde alla formula
della Bhâgâvad-Gîta), né
nell’esoterismo islamico *; in una parola in nessuna delle forme ortodosse, niente di simile è
mai esistito, e la concezione occidentale moderna è alle concezioni metafisiche
dell’Oriente quel che la viscerale devozione al Sacro Cuore è all’ardore
dell’amore informale del vero cristiano per il Verbo supremo, incarnato (quindi
manifesto) in Gesù Cristo, Colui che è per il Cristiano la fonte mediante la
quale si produce nell’uomo tutto ciò che è Amore e sussistono e si muovono nel
Cosmo, il Sole e le altre Stelle.
5o. Ma, precisamente, essendo le
questioni propriamente metafisiche trattate prima al loro rango primordiale
(che si tratti della Mahâprajnâ parâmita
nel Lamaismo, dei Brahma Sûtras nel
Brahmanesimo, ecc.) una sezione importante dell’insegnamento sacro dell’Oriente
verte sulla descrizione cosmologica della Manifestazione Universale nei suoi
rapporti con lo Stato umano (Abidharma
nel Lamaismo, ecc.), così come sui rapporti individuali e sulle corrispondenti
tecniche (Tantras o Rgyud).
Ora, questa descrizione puramente fenomenica mette in gioco tutti i
processi inglobati assai sommariamente in quello che gli antichi Pitagorici
chiamavano la metempsicosi e di cui vorremmo cercar di dare almeno un’idea
sommaria.
6o. Lo stato umano, caratterizzato dal possesso del Manas (organo mentale) (semplice
partecipazione d’altronde al Manu
cosmico) comporta un certo numero di caratteristiche psicologiche[62],
tra le quali la memoria.
Da una parte, la serie interna degli stati che un uomo percorre nel
corso della sua esistenza individuale genera la determinazione dello stato
d’esistenza che succederà a questo stato umano.
Dall’altra parte, la serie esterna (corrispondente alla
precedente) dei suoi atti nel corso della sua presente esistenza ha generato
nel mondo grossolano come nel mondo sottile, delle serie di causalità, tra le
quali un gran numero appartenenti a quei complessi psico-mentali che abbiamo
l’abitudine metafisicamente errata di ritenere come costituente l’essere individuale umano che conosciamo (mentre ne
sono solo degli elementi formanti aggregato, come gli elementi fisici che
entrano nella composizione del corpo grossolano e poi ne riescono nel corso dell’esistenza).
Queste serie di causalità si spiegano dopo la morte, generano delle sequenze
di stati psico-mentali, centralizzati (o aggregati) su una o più esistenze
individuali, che saranno a questo riguardo, entro tale limite e sotto tale
forma, la continuazione nel dominio psico-mentale dell’esistenza psicologica
dello scomparso.
Così si costituiscono le “reincarnazioni” del morto, che
non hanno davvero niente a che fare con la reincarnazione, poiché si tratta
esclusivamente di una metempsicosi.
7o. È questo il momento d’aggiungere che in
certi casi la concentrazione unificante della vita psicologica nel corso di
un’esistenza umana può essere tale, che quasi tutti gli elementi psicologici
che erano legati a quell’esistenza siano portati a raggrupparsi in una stessa
nuova esistenza umana, in modo tale che la continuità seriale così creata dà
l’illusione di una trasmissione sostanziale.
Nello stesso modo, nell’arcobaleno, delle gocce d’acqua
entrano nella zona in cui l’illusione colorata sembra localizzata per un
osservatore, poi ne escono, senza che in realtà vi sia alcun colore che
sussiste nel punto in cui la si vede, supportata da alcuna sostanza colorata.
8o.
D’altronde, in certi casi, la realizzazione di uno stato in cui degli elementi
non individuali, non umani, si manifestano attraverso la forma umana (vedere
qui sopra ciò che è stato detto a proposito della realizzazione metafisica)
s’accompagna giustamente con la realizzazione di quella concentrazione
unitaria cui ci riferivamo qui sopra. In questi casi, la continuità seriale
considerata s’accompagna con un’analoga continuità della manifestazione
dell’elemento non individuale non umano, e i casi che consideriamo al presente
corrispondono a quel che il Lamaismo designa come Tûlkus (Es. il Dalai Lama, Tûlku
parziale di Subhuti e allo stesso
tempo d’Avalokitêswara che continua
peraltro la sua esistenza sotto le diverse forme e condizioni che corrispondono
alla sua definizione e alle sue funzioni).
D’altra parte, una
trasmissione simile resta, bisogna dirlo, soggetta a parecchia alea, giacché è
subordinata alle condizioni cosmiche generali, e gli aggregati d’elementi che
si succedono così in serie possono subire dei cambiamenti per addizioni,
sottrazioni, o anche modificazioni correlative alle modificazioni della
biologia umana sull’insieme della Terra nel corso della durata.
9o. Infine, per terminare con
quest’ordine di questioni dobbiamo aggiungere che così come nel nostro mondo
occidentale, molti fedeli assolutamente incapaci di qualsiasi attività
propriamente intellettuale prendono alla lettera la terminologia religiosa, e,
in realtà, adorano più o meno coscientemente delle immagini scolpite o dipinte,
o delle immagini psico-mentali, allo stesso modo in Oriente la folla poco
dotata dal punto di vista metafisico o poco istruita vede facilmente nei
fenomeni di continuazione seriale che abbiamo appena descritto quel che gli
occultisti e i neo-spiritualisti d’ogni genere chiamano reincarnazione.
D’altronde il potente sforzo
d’occidentalizzazione dell’Oriente al quale ci riferiamo all’inizio di questo
studio, s’esercita naturalmente su questo punto come su tutti gli altri nel
senso più adeguato per distruggere tutto ciò che costituisce lo spirito
tradizionale, in maniera da rendere possibile lì come dappertutto la conquista
del potere terrestre da parte di tutto ciò che v’è di più basso e opposto
all’ordine gerarchico dei reali valori.
V
Conclusione
A
mo’ di conclusione, insistiamo ancora sulla straordinaria potenza di
suggestione, continuamente crescente, del potere di menzogna che dominerà
interamente il mondo esteriore prima della fine del ciclo. Sappiamo che vi sarà
un momento in cui ciascuno, solo, privato d’ogni contatto materiale che possa
aiutarlo nella sua resistenza interiore, dovrà trovare in se stesso, e solo in
sé, il modo d’aderire fermamente, tramite il centro stesso della sua esistenza,
al Signore d’ogni Verità. Non si tratta di un’immagine letteraria ma della
descrizione di uno stato di cose che non è forse molto lontano. Possa ciascuno
prepararvisi e armarsi di una tale rettitudine interiore che tutte le potenze
d’illusione e di corruzione siano impotenti a farlo deviare. Niente meglio
dell’opera di René Guénon può facilitare agli Occidentali questa preparazione.
René Guénon e il Buddismo *
Marco Pallis
Se certi lettori, ricordando le
prime edizioni delle opere del grande jnânin
defunto, segnatamente dell’Introduction
générale à l’étude des doctrines hindoues e de L’Homme et son devenir selon le Vêdânta, se certi lettori, diciamo, sono un po’
stupiti del titolo scelto per questo studio, risponderemo che non si tratta per
nulla di sottoporre a un qualsiasi esame critico le vedute
di René Guénon, tanto anteriori che recenti, sul Buddismo, bensì di dimostrare che, a dispetto di
certe difficoltà d’interpretazione che erano sorte nel passato, il punto di
vista “guénoniano” non è meno valido per quanto riguarda la forma buddista
della Tradizione universale di quanto lo sia nel caso delle altre forme di cui
René Guénon ha specificamente trattato.
Quanto alle opere
succitate, tutto ciò che è importante dire per escludere qualsiasi malinteso a
questo riguardo è che, quando la questione del Buddismo è stata finalmente sottoposta
a René Guénon, già alcuni anni fa, accompagnata da riferimenti dottrinali e
testuali (una parte dei quali ci è stata fornita da Ananda K. Coomaraswamy),
René Guénon ha subito deciso che i passaggi in questione riguardanti il carattere
originario del Buddismo sarebbero stati modificati o soppressi, pur aggiungendovi
altre modifiche relative a punti che, essendo meno importanti, non gli erano
stati espressamente segnalati.
Ciò che ha dato
l’opportunità di sollevare quella questione, fu la traduzione inglese dell’Introduction générale à l’étude des doctrines hindoues e una nuova edizione inglese de L’Homme et son devenir selon le Vêdânta; la probabilità che tali traduzioni
inglesi fossero lette da degli Orientali di tradizione buddista rendeva una
messa a punto abbastanza urgente.
È importante d’altronde
dire che, se René Guénon ha voluto porsi, all’inizio, dal punto di vista del
grande maestro del jnâna-yoga sotto la sua forma indù, Shankarâchârya, l’atteggiamento di quest’ultimo
verso il Buddismo della sua epoca è pienamente comprensibile solo tenendo conto
delle necessità esteriori legate all’esatta determinazione dei domini di due differenti
tradizioni la cui coesistenza nella stessa civiltà intralcerebbe l’economia di
ciascuna. Per Shankarâ, si trattava anzitutto di salvaguardare l’ortodossia
indù contro qualsiasi tentativo, foss’anche il più giustificato nel suo
ordine, che avrebbe potuto condurre, anche indirettamente, a una rottura
interna della sua forma. Perseguendo tale scopo, divenuto capitale per lui,
Shankarâ non aveva alcuna ragione d’aver riguardo per un movimento tendente a
sfuggire alla cornice provvidenzialmente stabilita per l’Induismo.
In un caso simile
l’attacco scatta evocando il lato negativo della dottrina diciamo opposta, se
non addirittura gli abusi che questo lato negativo potrebbe attivare. Nel caso
particolare, è significativo che Shankarâ sia stato lui stesso oggetto di
critiche da parte di altri Indù, che lo accusavano di propagare una dottrina
che era solo un Buddismo mascherato. La concomitanza tra l’atteggiamento di
Shankarâ verso il Buddismo e quella di certi Indù nei confronti dello stesso
Shankarâ è d’altronde assai caratteristico e, a dire il vero, è il
secondo atteggiamento che rappresenta
il punto di vista più profondo, giacché, malgrado una differenza molto marcata
nell’espressione e nel metodo, la posizione spirituale di Shankarâ, quindi del
Vêdânta, e quella del Buddismo Mahâyânico sono così simili che si può parlare
di una quasi identità.
Detto questo, ci
rimane da precisare ciò che le opere di René Guénon contengono di positivo relativamente
alla tradizione buddista. Il primo esempio che daremo è di portata del tutto
generale e consiste nel fatto, di cui noi stessi abbiamo avuto l’esperienza a
più riprese, che l’espressione guénoniana dei principi metafisici è pienamente
in accordo, e talvolta anche testualmente, con gli stessi principi esposti
oggi in Tibet. Infatti, c’è capitato più di una volta di citare qualche frase
di Guénon – ma tuttavia senza menzionare il nome dell’autore – per illustrare
alcun punto di dottrina, e di constatare che la frase in questione era subito approvata,
se non addirittura “riconosciuta” dai nostri interlocutori tibetani, compresi degli
eminenti Lama, senza il sospetto che provenisse da un’autorità estranea quanto alla
razza e al ricollegamento tradizionale. Il fatto che René Guénon non abbia
trattato specificamente del Buddismo e che abbia persino, fino a un certo
punto, misconosciuto questa forma, rafforza in realtà la tesi dell’universalità
e dell’ortodossia intrinseche della dottrina quale l’ha esposta colui di cui
onoriamo la memoria. Il Tibet l’ha riconosciuto senza conoscerlo e questo, non s’insisterà
mai abbastanza, costituisce in favore dell’opera di René Guénon una
testimonianza tanto potente quanto imparziale.
Non va dimenticato
che René Guénon, da parte sua, ha sempre riconosciuto, senza la minima riserva,
il valore e l’ortodossia della tradizione tibetana e, di conseguenza, aveva
riconosciuto implicitamente l’autenticità del tronco di cui questa tradizione è
solo una branca tra le altre (sebbene una delle più notevoli), il che neutralizza
in gran parte i dubbi che provava ancora circa dieci anni fa circa il buddismo originario.
Infatti, il punto di vista di René Guénon sull’origine e la natura delle
tradizioni autentiche esclude a priori
la possibilità che un movimento di per sé eterodosso possa costituire il punto
di partenza di una tradizione nel vero senso della parola.
René Guénon ha
esercitato in Tibet un’influenza un po’ inaspettata; nel senso che siamo stati
spinti a comporre uno speciale adattamento de La Crise du Monde moderne a uso dei tibetani. Si era parlato a più
riprese di traduzioni di questo libro in lingue orientali, nella speranza che
tali traduzioni fornissero agli asiatici più o meno disassati un mezzo d’informarsi
quanto al vero carattere delle manifestazioni del mondo moderno, e con questo,
di consolidare in loro lo spirito tradizionale “ripiegato su se stesso”, come ha
detto Guénon. Ma più si studiava tale questione, più ci si persuadeva che una
traduzione propriamente detta non sarebbe stata appropriata e che, per rendere l’esposizione
pienamente comprensibile a delle individualità con abitudini mentali così diverse dalle nostre, occorreva un ampio adattamento quanto all’espressione, agli esempi e persino alla forma dell’opera.
Ci siamo dedicati a questo compito dalla fine del 1947, dopo il nostro ritorno
dal Tibet, e l’opera è apparsa in tibetano nell’autunno del 1950 con il titolo:
Le Kâli-Yuga et ses dangers, un po’
tardivamente, in considerazione dell’attuale situazione dell’Asia centrale, ma
è stato impossibile pubblicarlo prima.
Al fine di
garantire all’opera un’incontestabile autorità tradizionale, è stato presentato
sotto forma di un commentario sul “testamento” del tredicesimo Dalai Lama
pubblicato poco prima della sua morte, documento estremamente importante che
tratta dello stesso tema ma in modo molto conciso. Su questa base, l’argomento
è svolto in tredici capitoli, ciascuno dei quali è dedicato a un particolare
aspetto della crisi moderna, partendo dai principi, il tutto supportato da
numerose citazioni delle scritture buddistiche e illustrato con esempi
familiari ai tibetani, consentono così loro di “situare” ciascuna questione in
relazione alla propria esperienza. La materia dell’opera tibetana ingloba
all’incirca La Crise du Monde moderne
e Le Règne de la
Quantité et les Signes des Temps.
Le citazioni dello
stesso Guénon e di altre autorità non buddiste sono presentate nella seguente
forma: “Un eminente Lama dell’Occidente ha insegnato”, e, in questa forma, i
tibetani, che non soffrono in alcun modo dei pregiudizi associati in Occidente all’exoterismo
religioso, non hanno avuto difficoltà alcuna ad accettarli allo stesso titolo degli
insegnamenti provenienti da autorità più familiari. Possiamo quindi dire che, per
mezzo di questo libro, l’influenza di René Guénon s’è esercitata in modo
diretto sul mondo tibetano.
Le leggi cicliche
e le loro applicazioni costituiscono uno stretto legame tra la tradizione indù
e buddista da un lato e l’insegnamento di cui René Guénon è stato il più
recente formulatore dall’altro. In generale, gli Orientali sono rimasti molto
consapevoli dell’esistenza di tali leggi, così che non v’è da convincerli
quando si tratta di trarne qualche conseguenza d’immediata applicazione, ad
esempio quando si fa allusione al fatto che il mondo si trova attualmente in
una fase avanzata di quest’epoca oscura di cui René Guénon ha descritto le
cause e le tendenze con tale meravigliosa chiarezza. Tsong-Khapa, il Saggio
fondatore dei Gelupa (noti pure con
il nome di “Berretti Gialli”), Ordine che conta tra i suoi membri il Dalai
Lama, aveva distinto, nello stesso seno del Kâli-Yuga,
una quinta tappa ciclica cui dà il nome d’“Età in cui la corruzione va di male
in peggio” (letteralmente: sempre di più), periodo che corrisponde certamente alla
“fase” avanzata del Kâli-Yuga di cui
parla René Guénon, quindi all’epoca contemporanea. A questo riguardo, v’è un
punto interessante da segnalare: in tibetano, il nome del Kâli-Yuga si traduce con Nyigmai
Tû, la cui radice nyig (snyigs) ha il significato primario di
“sedimento (o residuo) impuro”, il che evocherà immediatamente ciò che ha sovente
ripetuto Guénon, ossia che la fine del ciclo è caratterizzata soprattutto dallo
sfruttamento di tutto quello che i periodi anteriori avevano rifiutato, di cui
le moderne scienze, derivate dai residui delle scienze antiche, forniscono solo
un esempio tra molti altri. Questo termine nyigmai
che, contrariamente all’uso tibetano, non costituisce una traduzione letterale
della corrispondente parola sanscrita, ma che sembra piuttosto trarne le sue successive
implicazioni, è reso ancor più sorprendente dal raffronto con le formulazioni di
Guénon che abbiamo appena menzionato.
Un altro punto di
contatto molto importante tra René Guénon e la dottrina Mahâyânica è formato dal
suo articolo su Réalisation ascendante
et descendante, che potrebbe ben servire da introduzione alla dottrina,
centrale per il Buddismo quando lo si considera nella sua interezza, del Bodhisattwa. Quest’articolo rappresenta
d’altronde una delle rare occasioni in cui Guénon s’è riferito direttamente
alle dottrine buddiste.
Vorremmo infine
dire poche parole sul “re del mondo”, il cui misterioso regno porta nella tradizione tibetana e mongolica il nome
sanscrito Shâmbala del Nord, forse alludendo alla localizzazione simbolicamente iperborea della Tradizione
primordiale. Quanto al nome Agarttha,
sembra totalmente sconosciuto ai popoli in questione. Il nome Shâmbala, nelle Indie, indica una
regione del nord-ovest, vicino alla città di Muzâffirpur, e ciò che è molto significativo
è il fatto che questo posto è indicato dalla tradizione come il luogo di
nascita del futuro Kalki-Avatâra. L’opinione
di Guénon, secondo cui Ossendowski avrebbe ap-preso il nome d’Agarttha, o piuttosto Agharti che, in Bestie, Uomini e Dei sostituisce Shâmbala, in altro modo che per il tramite Saint-Yves d’Alveydre,
quest’opinione ci pare oggi difficilmente sostenibile giacché, come ci ha
spiegato recentemente il professore russo George Roerich, i libri a tendenza più o meno occultista, segnatamente
quelli di Saint-Yves, hanno avuto un grande successo in Russia negli anni
immediatamente precedenti la prima guerra mondiale, così che è molto probabile che
un uomo come Ossendowski li abbia conosciuti, o almeno ne abbia sentito
parlare. Ci si può domandare quale ragione avrà spinto Ossendowski a preferire
il nome Agharti a Shâmbala, che è quello che avrà sicuramente ascoltato in Mongolia, ma ci sembra che
questo possa spiegarsi semplicemente con un desiderio d’evocare un “simpatico ricordo”
nei suoi lettori russi, presentando loro un nome che conoscevano già dalla
lettura di Saint-Yves. Non si tratterebbe quindi in nessun modo di plagio, ma
piuttosto di un piccolo sotterfugio d’autore in vista del suo pubblico e, a
parte questo, i dettagli della narrazione d’Ossendowski, come d’altronde ben
visto da René Guénon, sono del tutto verosimili, almeno per quanto riguarda le
cose che ha vedute lui stesso o le persone che ha incontrato. Lo stesso
professor Roerich, che ha viaggiato in Mongolia poco tempo dopo quegli avvenimenti
e che, inoltre, ha una padronanza perfetta della lingua, ha confermato molti
dettagli menzionati da Ossendowski.
Il sig. George
Roerich ci ha detto anche che la maggior parte degli altari nei templi della
Mongolia sono orientati verso nord, in allusione a Shâmbala, e che i loro vestiboli sono spessissimo decorati con affreschi
raffiguranti la “guerra di Shâmbala”, ossia il combattimento che si
svolgerà alla fine del ciclo quando gli infedeli saranno distrutti e la
tradizione ristabilita. La rappresentazione tradizionale del re di Shâmbala, mentre sovrintende alla detta guerra santa, si ritrova anche su un certo numero
di thankas o stendardi tibetani di
cui abbiamo visto un esemplare molto di recente. Dobbiamo ancora al sig.
Roerich un ragguaglio un po’ sorprendente: ci ha detto che nel 1928 degli
speciali riti sono stati compiuti in molte lamasserie del Tibet e della
Mongolia per celebrare l’incoronazione di un nuovo re di Shâmbala; questi riti hanno avuto luogo, dice, ovunque ci fosse un Collegio
monastico consacrato allo studio della dottrina tantrica dal nome Kala-Chakra o “ruota del tempo”, la cui prima
predicazione è attribuita al Buddha Sakya-Muni in persona. La detta dottrina e i
corrispondenti metodi di meditazione sono compresi d’altronde nell’Anuttara Yoga, lo “Yoga senza superiore”,
e sono anche conosciuti con il nome di “scienza dei Bodhisattwa”, quella il cui studio approfondito permetterà di raggiungere
la Liberazione nel corso di un’unica vita. È detto che i Doubtops (siddha), detentori
dei poteri conferiti da tale dottrina, lasciando questa terra, si ritirano a Shâmbala, ed è anche per questa ragione che il re di Shâmbala è rappresentato
con una ruota nella mano. I supporti di meditazione impiegati nel Kala-Chakra sono in gran parte tratti
dall’astrologia, il che d’altronde ne spiega il nome, e ogni astro è strettamente
connesso con la visualizzazione di un aspetto divino che diverrà successivamente
l’oggetto della meditazione di colui che si sforza di seguire questa via.
Esiste in Tibet un buon numero di libri che trattano del regno di Shâmbala, e uno d’essi è stato pubblicato in Europa accompagnato da una traduzione tedesca.
Questo libro, dal titolo Livre de route
pour Shâmbala, ha per autore un
Panchhen-Lama del XVIII secolo e include
un trattato sulla geografia sacra, partendo dai regni principali conosciuti all’epoca,
in numero di quattro, ossia: gli imperi di Cina, India, Russia e Roûm (l’impero ottomano), dopodiché passa
alla descrizione del viaggio simbolico che conduce al centro spirituale in
questione.
Affine alla tradizione riguardante Shâmbala
è quella del re eroe Guésar de Ling, la cui epopea è stata adattata in francese
dalla sig.a David-Neel. In questo poema non v’è, salvo errore, una specifica
men-zione di Shâmbala, e la
connessione tra le due tradizioni scaturisce solo a partire dal momento in cui
l’eroe, campione pure lui, della guerra santa contro gli empi, si è ritirato
con i suoi compagni dal mondo visibile in cui riapparirà tuttavia alla fine
del ciclo per riprendere il combattimento interrotto nella
battaglia di Shâmbala, avvenimento
che deve precedere l’avvento
del futuro Buddha, Chamba o Maitreya (“il Compassionevole”), grazie al quale
l’età d’oro sarà finalmente restituita.
I dettagli appena menzionati ricorderanno inevitabilmente le analoghe descrizioni
che s’incontrano nella tradizione cristiana, islamica e altre, ma forse l’accostamento
più sorprendente di tutti è quello che si può fare tra le tradizioni lamaiche e
la leggenda di re Artù e dei suoi cavalieri, che sono ugualmente scomparsi a un
certo punto, ma sono destinati a rimanifestarsi, allo squillo di tromba che li risveglierà
dal loro lungo sonno, per scacciare dalla Sacra Terra i sassoni invasori rappresentativi
degli infedeli nella tradizione celtica. C’è capitato, durante il nostro
soggiorno a Shigatse nel 1947, d’essere interrogati circa il vero senso di
questa leggenda da tibetani che, sapendo leggere un po’ d’inglese, aveva
incontrato da qualche parte un accenno alla storia d’Artù, e non abbiamo
esitato a rispondere loro che re Artù altri non era che il Guésar occidentale, così
come Guésar è l’Artù tibetano, i due essendo identici nella loro funzione.
Questa risposta è stata accolta come del tutto soddisfacente.
Abbiamo pensato non si potesse rendere un omaggio migliore alla memoria di
René Guénon che portare alcune conferme al suo libro Le Roi du Monde, che è solo un esempio tra molti altri dell’ampiezza
delle sue vedute così come della sua straordinaria penetrazione intellettuale[63].
Kalimpong, maggio 1951.
La vita semplice di René Guénon *
Paul Chacornac
I lettori di René Guénon saranno sorpresi di trovare
qui, non certo una biografia del nostro compianto collaboratore, ma almeno
alcune informazioni riguardanti la sua individualità e, di conseguenza, dobbiamo
innanzitutto giustificare la pubblicazione del presente studio.
René Guénon ha detto e ridetto che, nel dominio
tradizionale, le individualità non contano, ma non possiamo far sì che il mondo
in cui viviamo non s’interessi alle individualità e, non potendo scriverne la
storia, costruisca su di loro delle leggende con intenzioni che possono essere,
d’altronde, assai diverse e persino opposte.
La mattina del 9 gennaio 1951, ricevemmo il telegramma
dal medico che aveva curato René Guénon che c’informava della sua morte. In serata,
con nostra grande sorpresa, la radiodiffusione francese annunciava la notizia,
che era ripresa da vari giornali il mattino successivo. Da allora, gli articoli
e necrologi si sono moltiplicati nella stampa quotidiana e settimanale e nelle
riviste. Molti di questi articoli sono eccellenti e comprensivi, ma molti
errori sono anche stati detti e stampati dopo sei mesi. Non possiamo rilevarli
tutti qui, ma ve ne sono alcuni cui possiamo fin d’ora opporre una categorica
smentita: René Guénon non è mai stato un professore all’università d’El-Azhar
né in alcuna università musulmana; non si è mai parlato di una cattedra per lui
al Collège de France in sostituzione di Sylvain Lévi o chiunque altro; non è
mai andato in India e neppure ha mai soggiornato durante la sua giovinezza in
un monastero tibetano: come vedremo più avanti, i suoi contatti con dei
rappresentanti delle tradizioni orientali hanno avuto luogo in Europa e in
Nordafrica. Per porre fine a queste leggende, la cosa più semplice è seguire René
Guénon nelle varie tappe della sua esistenza.
***
René Jean Marie Joseph Guénon nacque il 15 novembre 1886
a Blois, rue Boissée Cross, nel sobborgo di Vienne, sulla riva sinistra della
Loira, da un’ottima famiglia della borghesia cattolica. Suo padre, Jean-Baptiste
Guénon, architetto, e sua madre, nata Jolly, erano entrambi originari di Blois.
Il giovane René fu battezzato sotto condizione il 4 gennaio 1887 e battezzato
il 15 novembre dello stesso anno nella chiesa parrocchiale di Saint-Saturnin.
Qualche anno più tardi, verso il 1894, suo padre, allora
architetto esperto della compagnia d’assicurazione “La Mutuelle de Loir-et-cher”,
acquisì, al 74 di rue du Foix, nel sobborgo omonimo, sulla riva destra della
Loira, una casa con giardino che divenne per René Guénon la vera casa di
famiglia dove ritornerà quasi ogni anno fino alla sua partenza dalla Francia.
La
delicata salute di René Guénon, durante la sua infanzia, diede molte preoccupazioni ai suoi genitori, che lo circondarono di cure attente tanto
più che l’altro loro figlio, una bambina, morì all’età di quattro anni. La
prima istruzione fu data al giovane René dalla zia materna, la signora Duru, poi,
dopo la sua prima comunione, che ebbe luogo il 7 giugno 1897 nella chiesa di
Saint-Nicolas, i suoi genitori lo fecero ammettere nella scuola di Notre-Dame-des-Aydes,
situata in rue Franciade, i cui corsi erano comuni con quelli del seminario
minore. Rimase in questa scuola, dove fu allievo brillante, dall’ottobre 1897
al luglio 1901 e la lasciò, essendo in seconda, per entrare nel Collegio Augustin-Thierry,
nel gennaio 1902.
René Guénon, entrato in retorica, fu considerato anche
lì un soggetto ben dotato, ma la sua salute sempre malferma gli impedì molto
spesso di frequentare i corsi del collegio regolarmente. L’anno seguente, nel
1903, essendo in filosofia, René Guénon prese parte al concorso generale dove
ottenne una menzione in fisica e ricevette anche un premio dalla Société des
Sciences et Lettres di Blois. Ottenuto, il 2 agosto 1902, la
prima parte del baccellierato, divenne, il 15 luglio 1903, baccelliere in
lettere e filosofia. Entrato in matematica elementare nel 1904, ricevette il
premio più alto del collegio, la medaglia offerta dall’associazione degli exallievi.
Allora, i suoi professori lo esortarono a proseguire i suoi studi di
matematica a Parigi, dove René Guénon arrivò nell’ottobre 1904 per farsi
ammettere come “taupin”, vale a dire allievo di matematica preparatoria, al Collegio
Rollin. La sua intenzione era allora di preparare la laurea in matematica.
Anche qui, la sua salute sempre precaria, fu un ostacolo ai suoi progressi e,
nel 1905, s’iscrisse per seguire dei corsi supplementari presso l’Associazione
dei candidati, l’École Polytechnique e l’École Normale, e, nel 1906, sembra proprio
che abbandonò i suoi studi universitari.
Le informazioni molto precise che abbiamo appena dato e
che ci sono state fornite dal sig. curato di Saint-Saturnin, dal sig. preside del
Collegio Rollin (oggi Liceo Jacques Decour), che ringraziamo per la loro
estrema cortesia, dall’ufficio del Baccalauréat a Parigi e, infine, dal libretto
scolastico di René Guénon nel Collegio Augustin-Thierry, tutte queste
informazioni, diciamo, permettono di seguire René Guénon fino al suo ventesimo
anno e dimostrano abbondantemente che alcun soggiorno in Oriente può porsi in quel
periodo.
René Guénon era arrivato a quel periodo della vita in cui,
molto spesso, la mente non s’accontentava più dei soli studi classici. Credette
– come molti altri, prima e dopo di lui – di trovare un allargamento del suo
orizzonte intellettuale rivolgendosi alle dottrine neo-spiritualiste in voga all’epoca
e, introdotto da uno dei suoi amici, seguì i corsi della libera Scuola
superiore delle scienze ermetiche, diretta dal dott. Gérard Encausse che, sotto
lo pseudonimo di Papus, fu l’indiscusso capo del movimento occultista. Portando
alla sua ricerca la serietà e la cura meticolosa che metteva in tutte le cose,
René Guénon si fece ammettere nella maggior parte delle organizzazioni
raggruppate intorno a questo movimento: Ordine Martinista, Rito di Memphis,
Rito spagnolo, Chiesa gnostica. Oggi che si sa, e soprattutto grazie a lui, a
che cosa attenersi circa il carattere fantasioso o irregolare di queste
organizzazioni, il lettore può provare qualche sorpresa venendo a sapere
che René Guénon v’ha appartenuto. È questa una questione
che bisogna affrontare francamente e che non diminuisce affatto la penetrazione
e la perspicacia del nostro compianto collaboratore. Non v’era, infatti, nulla
d’inverosimile, a priori, nel fatto che
l’antico Ordine degli Eletti Cohens, fondato nel XVIII secolo da Martines de
Pasqually, fosse sopravvissuto fino alla fine del XIX secolo e che una
regolare trasmissione avesse così dato vita all’Ordine Martinista; né era
assolutamente escluso che una corrente gnostica si fosse perpetuata attraverso
il catarismo si fosse mantenuta in modo sotterraneo fino ai giorni nostri.
Ancora nel 1938, Charbonneau-Lassay non diceva al nostro collaboratore Jean
Reyor che persone degne di fede gli avevano asserito la sopravvivenza di riti
catari in seno a certe famiglie nel sud-ovest della Francia? Sappiamo adesso che
non v’era niente di simile nell’Ordine Martinista né nella Chiesa gnostica, ma
non v’erano allora altri mezzi per saperlo che entrare in queste
organizzazioni, giacché queste si presentavano con un carattere più o meno segreto
ed era quindi normale che non fornissero al pubblico le prove della loro filiazione.
L’atteggiamento di René Guénon, in quel periodo 1906-1909, era dunque perfettamente
normale e doveva, nel futuro, rivelarsi “provvidenziale” poiché ha permesso che
altri dopo di lui evitassero di compromettersi in vie senza uscita e di perdervi
come minimo il loro tempo. René Guénon non doveva perderne molto giacché, fin dal
dicembre del 1909, scriveva:
«È impossibile associare delle dottrine così discutibili come lo sono
tutte quelle classificate sotto il nome di spiritualismo; tali elementi non potranno
mai costituire un edificio stabile. Il torto della maggior parte di queste
sedicenti dottrine spiritualiste, è quello d’essere solo del materialismo
trasposto su un altro piano, e di voler applicare al dominio dello spirito i
metodi che la scienza ordinaria impiega per studiare il mondo ilico. Tali
metodi sperimentali non faranno mai conoscere altro che semplici fenomeni, sui
quali è impossibile edificare una qualunque teoria metafisica, giacché un
principio universale non può inferirsi da fatti particolari. D’altronde, la
pretesa d’acquisire la conoscenza del mondo spirituale con dei mezzi materiali
è ovviamente assurda; questa conoscenza è soltanto in noi stessi che potremo trovarne
i principi, e non negli oggetti esterni»[64].
Convinto che le organizzazioni occultiste non detenevano
alcun serio insegnamento e dirigevano i loro membri verso un falso spiritualismo
incoerente e privo di base tradizionale, René Guénon pensò di raggruppare gli
elementi più interessanti di queste organizzazioni in un “Ordine del Tempio”
che, benché privo di una regolare trasmissione iniziatica, avrebbe potuto
costituire un gruppo di studi del genere di quelli di cui l’autore d’Orient et Occident doveva più tardi
considerare la possibilità. Ma questo gruppo ebbe solo un’esistenza effimera e i
dirigenti del movimento occultista non ebbero difficoltà a riprendere il controllo
della maggior parte degli elementi che erano per un momento sfuggiti alla loro
influenza.
Dopo la sua rottura con le organizzazioni
occultiste, René Guénon fu ammesso alla Loggia Thébah,
dipendente dalla Grande Loge de France, Rito Scozzese
Antico e Accettato. Doveva restare attivo in quest’Obbedienza fino alla guerra
del 1914, che mise le Logge in sonno. Dopo la guerra, interamente assorbito
dalla sua opera pubblica, non riprese alcuna attività, senza smettere con ciò
d’interessarsi alla Massoneria e di mantenere delle relazioni con membri delle
diverse Obbedienze.
Ma torniamo all’anno 1909. Negli ambienti martinisti
e gnostici, René Guénon aveva incontrato due uomini che erano stati portati lì,
uno per curiosità intellettuale, l’altro per amicizia per uno dei più notevoli
rappresentanti del movimento occultista: Léon Champrenaud e Albert de
Pouvourville, un giovane amico di Stanislas de Guaita.
Léon Champrenaud (1870-1925) era stato coinvolto giovanissimo nel movimento lanciato da Papus, quasi dai suoi esordi. Verso il 1904 cominciò
a perdere interesse e si rivolse allo studio delle dottrine orientali. In un
periodo che non abbiamo potuto precisare, aderì all’Islam con il nome d’Abdul
Haqq. Ma l’inizio del suo orientamento fu probabilmente dovuto ad Albert de Pouvourville
(1862-1939) che, nel corso di un soggiorno nel Tonchino in cui adempie delle funzioni
militari e amministrative, aveva ricevuto un insegnamento e un’iniziazione
taoiste con il nome di Matgioi. Matgioi e Léon Champrenaud fondarono nell’aprile 1904 la rivista La Voie, che durò fino al marzo 1907 e nella quale furono pubblicati per la prima volta le due opere capitali di Matgioi,
La Voie Métaphysique e La Voie Rationelle, e pure un’opera in collaborazione intitolata Les enseignements secrets de la Gnose a
firma Simon-Théophane (Simon essendo Pouvourville e Théophane, Champrenaud).
Nel novembre 1909, René Guénon fondava la
rivista La Gnose, che si presentava
come una ripresa de La Voie e che
diresse con il nome di Palingenius fino al febbraio 1912, data dell’ultimo
numero. Egli stesso ha dichiarato, in un necrologio su Champrenaud, che in quel
periodo aveva lavorato quasi costantemente con quest’ultimo per diversi anni.
Tuttavia, Champrenaud non pubblicò personalmente nulla in questa rivista e
Matgioi diede un solo articolo. Il redattore principale fu lo stesso Guénon,
che vi pubblicò la prima redazione de L’Homme
et son devenir selon le Vêdânta e de Le Symbolisme de la Croix. Nel 1911 venne ad aggiungersi la collaborazione d’Abdul Hâdi con i
suoi studi sull’esoterismo islamico e le sue traduzioni di Mohyiddin ibn Arabi[65].
Da quell’epoca, Guénon-Palingenius s’afferma come il grande metafisico conosciuto dai
lettori dei libri pubblicati sotto il suo patronimico dal 1921. È dunque tra i
23 e i 26 anni che va posta l’elaborazione di due dei suoi libri essenziali così
come il progetto di scrivere un’opera sulle condizioni dell’esistenza corporea[66].
Che cos’era successo?
Più tardi René Guénon affermerà d’aver conosciuto
le dottrine indù, cinese e islamica attraverso il diretto contatto con dei rappresentanti
autorizzati di queste tradizioni. Sappiamo che ha ricevuto l’iniziazione
islamica, con il nome d’Abdel Wahed Yahia con il quale ha trascorso gli ultimi
vent’anni della sua vita, nel 1912. Il suo libro Le Symbolisme de la Croix è dedicato “Alla venerata memoria di Esh-Sheikh Abder-Rahman Elish
el-Kebir el-Alim el-Malki el-Maghribi”, che fu il suo iniziatore, e la prima
delle due date menzionate sotto la dedica, 1329 H. ossia
1912 è la data della sua iniziazione, come lui stesso ha scritto al nostro
collaboratore Jean Reyor. Abbiamo meno precisazioni per quanto concerne i suoi contatti indù e taoisti, ma i lavori pubblicati ne La Gnose attestano
che, almeno per quanto riguarda la tradizione indù, il contatto non può essere
stato posteriore al 1910 e non pensiamo neppure anteriore al 1909. Quel periodo
1909-1910 rappresenta quindi il momento cruciale della vita intellettuale e
spirituale di René Guénon.
Già, nel corso degli ultimi vent’anni, degli Indù erano
entrati in contatto, in Francia, con almeno due Occidentali d’orientamento più
o meno chiaramente tradizionale: Saint-Yves d’Alveydre prima (e non pensiamo
qui all’Afghan Hardjij Scharipf), Paul Sédir poi. Sembra che gli informatori
indù del primo furono scoraggiati dalle sue preoccupazioni sociali e dalla sua
ostinazione a considerare gli insegnamenti a lui trasmessi, non come un
insegnamento tradizionale che va ricevuto e assimilato, ma come degli elementi
destinati a integrarsi in un personale sistema. Quanto a Sédir, sembra proprio
che l’ostacolo principale fu il gusto che aveva allora per i “fenomeni” e di
cui, malgrado le apparenze, non riuscì forse mai a sbarazzarsi completamente.
Si è quindi portati a pensare che l’opera di René Guénon rappresenti la conclusione
di tentativi fatti durante più lustri dagli Indù per provocare un risveglio
tradizionale in Occidente.
Ci s’è spesso domandato perché René Guénon avesse scelto
l’Islam per la sua via personale quando la sua opera fa preferibilmente appello
alla tradizione indù. A dire il vero, si tratta di una domanda che non riguarda
veramente nessuno e alla quale, con ogni probabilità, nessuno può rispondere
con certezza. Tuttavia, è lecito menzionare a questo proposito delle considerazioni
d’ordine del tutto generale. Innanzitutto, poiché le modalità d’iniziazione
indù sono legate all’istituzione delle caste, non si vede come un occidentale,
per definizione fuori casta, potrebbe accedervi[67];
d’altra parte, il rituale indù non si presta in alcun modo alla vita
occidentale, mentre il rituale islamico, a prescindere dalle difficoltà
pratiche che presenta, è nondimeno compatibile con la vita dell’Occidente
moderno.
L’anno 1912 doveva pure segnare un cambiamento nella
vita privata di René Guénon. Ogni anno, durante le vacanze, si recava a Blois
per trovare i suoi genitori e sua zia, la signora Duru. Quest’ultima, divenuta
libera istitutrice a Montlivault, piccolo villaggio a dieci chilometri da Blois,
aveva per collaboratrice una ragazza, originaria di Ballan, non lontano da
Tours, la signorina Berthe Loury. Il 17 luglio 1912, René Guénon sposava questa
ragazza a Blois. Pochi mesi dopo, la coppia si stabilì a Parigi, nel piccolo
appartamento che René Guénon occupava dal 1904 al 51 di rue Saint-Louis-en-l’Île.
Per ragioni a noi sconosciute, e che sono
forse d’ordine meramente materiale (una rivista che ha 150 abbonati non può
vivere senza finire ogni anno in deficit) la rivista La Gnose era cessata nel febbraio 1912[68].
Forse questa cessazione corrispondeva a un cambiamento, non nell’ordine
dottrinale, ma nell’atteggiamento di René Guénon verso le religioni in
generale e, in particolare, il Cristianesimo, ancora più precisamente il Cattolicesimo.
Non sembra che Léon Champrenaud e Matgioi abbiano avuto un’esatta idea dei
rapporti tra exoterismo ed esoterismo o, se si preferisce, tra religione e Iniziazione.
V’è innegabilmente in Matgioi un atteggiamento antireligioso piuttosto
sorprendente e, in ogni caso, in tutti coloro che circondavano René Guénon all’epoca
de La Gnose, una posizione
“anticlericale” molto pronunciata. Pensiamo che sia nel periodo del suo
ricollegamento islamico che si precisarono nell’animo di Guénon le nozioni così
importanti di religione e d’iniziazione, la delimitazione dei loro domini, la
distinzione dei rispettivi scopi e, infine, i loro normali rapporti.
Fin dal 1909, all’epoca delle sue dispute con
le organizzazioni occultiste, Guénon era in relazione con un pubblicista
cattolico, A. Clarin de la Rive, che dirigeva una rivista antimassonica che ebbe
successivamente come titoli La France
Chrétienne poi La France
Anti-Maçonnique. Il sig. de la Rive era stato coinvolto molto da vicino nella
famosa mistificazione di Léo Taxil, nella quale Guénon avrebbe visto in seguito
una delle manifestazioni più sinistre della contro-iniziazione nell’epoca
contemporanea. Il sig. de la Rive aveva persino giocato un ruolo importante
nelle circostanze che costrinsero Léo Taxil a confessare le sue menzogne. Da
lui Guénon poté essere documentato su questa vicenda e
misurarne la gravità. Gravità, la parola non è troppo grossa, poiché con le sue
“fabbricazioni” Léo Taxil era riuscito in un colpo solo a gettare il discredito
sulla Massoneria e a ridicolizzare, se non la Chiesa, almeno molti
ecclesiastici e persino alti dignitari romani. Non si tratta di ripetere qui
la storia della vicenda Taxil e ricorderemo soltanto che costui era riuscito a
convincere ampi segmenti del pubblico cattolico dell’esistenza, dietro la Massoneria
abitualmente conosciuta, di un’“alta Massoneria luciferina”, alla quale
attribuiva e crimini molteplici e l’abitudine d’abbandonarsi a delle evocazioni
diaboliche. Anche dopo il discorso dell’aprile 1897 in cui Taxil ammise d’aver
fabbricato il “palladismo”, numerosi cattolici restavano persuasi del
carattere luciferino della Massoneria.
René Guénon aveva potuto rendersi conto direttamente e
personalmente del vero carattere della Massoneria, che è la più grande sopravvivenza
delle antiche organizzazioni iniziatiche del mondo occidentale. Aveva potuto rendersi
conto anche, grazie ai suoi contatti orientali, di tutto ciò che separava la
moderna Massoneria da un’organizzazione iniziatica completa sotto il duplice
aspetto della dottrina e del metodo; aveva potuto rendersi conto dei danni
esercitati delle preoccupazioni e dall’attività politica di un gran numero di Massoni,
il che spiegava e giustificava fino a un certo punto, ma fino a un certo punto
soltanto, l’esistenza di un “antimassonismo’. A causa del suo carattere
iniziatico, conveniva rendere alla Massoneria il suo vero volto sfigurato
dalla mistificazione taxiliana; a causa della loro politica e del loro modernismo,
bisognava combattere i Massoni contemporanei infedeli alla vocazione
iniziatica perché la Massoneria potesse ridiventare effettivamente quello che
non ha mai cessato d’essere virtualmente. È questo lavoro che René Guénon intraprese
ne La France Anti-Maçonnique nel
corso degli anni 1913-1914 e che fu interrotto dalla prima guerra mondiale. Anonimamente,
poi sotto lo pseudonimo “Le Sphinx”, pubblicò una serie d’importanti articoli
sul Regime Scozzese Rettificato, sul potere occulto, sulla Stretta Osservanza e
i Superiori Incogniti, sugli Eletti Cohen, lavori pieni di spunti inattesi e
che rivelano un’approfondita conoscenza della storia dell’Ordine massonico[69].
***
Quando scoppiò la guerra del 1914, René Guénon, che era
stato riformato durante il suo consiglio di revisione nel 1906, fu mantenuto
nella stessa situazione. Piccolo ereditiere che ha visto dileguarsi le sue
entrate, fu costretto, per far fronte alle necessità materiali, a entrare nel
libero insegnamento, ed è così che insegnò filosofia in vari collegi. Durante
l’anno scolastico 1916-1917, lavorò come supplente a Saint-Germain-en-Laye. In
quel periodo, l’8 marzo 1917, sopraggiunse la morte di sua madre e, siccome sua
zia, la signora Duru, era sola a Blois, la fece venire a Parigi. Ma, sei mesi
dopo, il 27 settembre 1917, René Guénon era nominato professore in Algeria, a
Setif. Partì per raggiungere il suo posto, accompagnato da sua moglie e da sua zia.
Arrivarono il 20 ottobre, dopo un lungo e faticoso viaggio, e si sistemarono presso
il collegio, in rue de Constantine. Per mancanza d’insegnanti, Guénon dovette
tenere, oltre alla classe di filosofia, i corsi di francese in prima e latino in
prima e in seconda.
Per una curiosa coincidenza, un amico di Blois, il dott.
Lesueur, era stato nominato capo medico dell’ospedale civile di Hammam-Rhira,
circa un centinaio di chilometri a est d’Algeri. Il dott. Lesueur aveva sposato
un’allieva della signora Duru quando costei era istitutrice a Montlivaut e
aveva conosciuto la sua assistente, diventata la signora Guénon. Legami
d’amicizia s’erano stretti tra le due coppie, così quando il dott. Lesueur
apprese che René Guénon e sua moglie si trovavano a Setif, li invitò a trascorrere le vacanze
a Hammam-Rhira. Questa città è una stazione termale estiva e invernale, ma
anche un importante centro di pellegrinaggio.
Nell’ottobre 1918, René Guénon rientrò in Francia e si
stabilì con la moglie a Blois, nella casa di rue du Foix; qualche tempo
dopo, fu nominato professore di filosofia al collegio della città, mentre il
dott. Lesueur, anche lui tornato dal Nordafrica, era
nominato curatore del castello.
L’anno seguente, Guénon lasciò l’insegnamento per dedicarsi interamente
alla preparazione dei suoi primi libri. Sua moglie condivideva il suo lavoro,
rileggendo i manoscritti prima che fossero sottomessi agli editori. Siccome non
avevano bambini, presero con loro una nipote di 4 anni e s’occuparono interamente
della sua educazione. Ritornarono a Parigi alla fine del 1921, per vivere nel
piccolo appartamento di rue Saint-Louis-en-l’Île, ed è poco tempo dopo che
dovemmo far la conoscenza di René Guénon.
Un giorno, nel gennaio del 1922, entrò nel nostro
negozio di quai Saint-Michel un uomo sulla trentina, molto alto, molto magro,
scuro, vestito di nero, con il classico aspetto dell’accademico francese, il
suo viso allungato era illuminato da occhi stranamente chiari e penetranti che
davano l’impressione di vedere oltre le apparenze. Con perfetta affabilità, ci chiese
di venire a prendere dalla sua casa dei libri e degli opuscoli neo-spiritualisti
di cui voleva disfarsi. Come accettammo la sua proposta, ci diede il suo nome e
il suo indirizzo: René Guénon, 51, rue Saint-Louis-en-l’Île. La casa in cui abitava
era un vecchio albergo del XVIII secolo che fu in un certo periodo, intorno al
1840, la residenza degli arcivescovi di Parigi. Guénon ci occupava
un piccolo appartamento in fondo al grande cortile lastricato, al terzo piano.
L’interno era d’estrema semplicità e s’accordava perfettamente
alla semplicità dell’uomo stesso. Da quel momento decorrono le nostre
relazioni, che sarebbero diventate ininterrotte dal 1929, come vedremo più
avanti.
Abbiamo detto che René Guénon non possedeva patrimoni e
non erano i diritti d’autore delle sue prime opere che potevano permettergli di
vivere. Dal 1924, impartì delle lezioni private e lezioni di filosofia al Cours
Saint-Louis dove studiava sua nipote.
È in quel periodo, nel 1924, che Frédéric Lefèvre, redattore
capo di Nouvelles Littéraires, andò a
intervistare Ferdinand Ossendowski allora di passaggio a Parigi, in compagnia
di René Guénon, René Grousset e Jacques Maritain. L’intervista che apparve
nelle Nouvelles Littéraires del 25
maggio 1924 presenta un sorprendente scorcio delle rispettive posizioni dei
quattro scrittori.
Non
sappiamo esattamente in quale data René Guénon conobbe Louis Charbonneau-Lassay, archeologo e simbolista cristiano che perseguiva
nella sua casa di famiglia di Loudun il vero lavoro di benedettino che ha dato
luce al Bestiaire du Christ, i cui capitoli
sono apparsi in gran parte nella rivista Regnabit,
diretta dal R. P. Anizan. Charbonneau-Lassay introdusse René Guénon in quest’ambiente
e, durante gli anni dal 1925 al 1927, Guénon pubblicò in questa rivista numerosi
articoli sul simbolismo cristiano che, nel suo animo, doveva aiutare i Cattolici
a prendere coscienza del senso profondo della loro tradizione. Aveva scritto
per questa rivista l’articolo intitolato Le
grain de sénevé che gli Études
Traditionnelles hanno pubblicato nel numero di gennaio-febbraio 1949. Nella nota introduttiva di quest’articolo, René Guénon scriveva:
«Quest’articolo, che era stato scritto una volta per la rivista Regnabit, ma che non poté apparire lì, dato
che l’ostilità di certi ambienti neo-scolastici ci aveva costretti a cessare la
nostra collaborazione, si pone soprattutto nella prospettiva della tradizione
cristiana, con l’intenzione di mostrarne l’accordo perfetto con le altre forme
della tradizione universale». Questa rottura, unita ai risultati
di certe esperienze fatte in circoli di studi tomistici, doveva scuotere in
René Guénon la speranza di un raddrizzamento tradizionale dell’Occidente poggiato
sulla Chiesa cattolica.
Fin dal 1925, René Guénon aveva dato alcuni articoli
alla nostra rivista Le Voile d’Isis.
Alla fine del 1928 decidemmo di cambiare il carattere di questa pubblicazione.
Qualche tempo prima, avevamo messo in contatto con René Guénon il nostro amico Jean Reyor
che aveva già interamente aderito alle dottrine tradizionali. Domandammo a
quest’ultimo di considerare con Guénon una completa trasformazione de Le Voile d’Isis. René Guénon accettò di
concedere la sua regolare collaborazione a condizione di non occupare alcuna funzione
nella rivista e d’essere considerato semplicemente come uno dei redattori. Di
comune accordo scegliemmo il nostro vecchio amico Argos come redattore capo, funzione
che mantenne dal gennaio 1929 alla fine del 1931, quando circostanze
contingenti gli impedirono di continuare la sua
collaborazione su base regolare. A Guénon e Argos s’unirono in questo primo periodo
Patrice Genty, Gaston Demengel, Probst-Biraben, Marcel Clavelle, poi, in ordine
cronologico, André Préau, René Allar, Frithjof Schuon. Dal 1935, la rivista, per
rispondere meglio ai suoi contenuti, prese il titolo d’Études Traditionnelles che mantiene
tutt’ora, con tutti i collaboratori che i nostri lettori d’oggi conoscono. René
Guénon aveva finalmente trovato un organo in cui poteva esprimersi liberamente
e condurre nel corso di 20 anni un incessante combattimento contro tutte le
idee anti-tradizionali, mentre portava avanti la sua opera dottrinale.
All’inizio del 1928, René Guénon aveva avuto il dolore
di perdere la moglie e, nove mesi dopo, sua zia, la signora Duru. I loro corpi
furono portati nella tomba di famiglia, nel cimitero di Saint-Florentin, nel sobborgo
di Vienne, a Blois. Rimasto solo allora, René Guénon lasciò Parigi per l’Egitto
il 20 febbraio 1930. Partiva per alcuni mesi al fine di ricercare, far copiare
e tradurre per conto di una nuova casa editrice, testi esoterici dell’Islam.
Questo lavoro lo trattenne più a lungo di quanto avesse pensato, poi la casa
editrice abbandonò il suo progetto. René Guénon si stabilì allora al Cairo, nel
quartiere della moschea di El-Azhar, dove visse, con discrezione e modestamente,
con poche relazioni con l’ambiente europeo. Il pubblico dei suoi libri e dei
suoi articoli si diffondeva sempre di più e riceveva una corrispondenza che
diveniva ogni giorno più considerevole. S’assoggettava a rispondere a tutti
quelli che gli scrivevano, con una benevolenza mai smentita. Il suo tempo e la
sua salute furono divorati da questo lavoro.
Nel 1934, René Guénon, o piuttosto Abdel Wahed Yahia, si
risposò con la figlia maggiore dello Sheikh Mohammed Ibrahim. Subito dopo
progettò di fare un viaggio in Francia per sistemare le faccende che aveva
lasciato nello stato in cui si trovavano al momento della sua partenza nel
1930, ma alla fine non partì. Nel 1935, si fece spedire i libri e i documenti
che ancora si trovavano nel suo appartamento di rue Saint-Louis-en-l’Île. Andò
quindi a stabilirsi fuori dal Cairo, nel quartiere di Doki, un posto, ci scrisse,
«dove non s’ode alcun rumore e dove non si rischia d’essere continuamente
disturbati dagli uni e dagli altri». Doveva vivere lì, senza quasi mai uscire,
fino ai suoi ultimi momenti. La seconda guerra mondiale interruppe le nostre
relazioni e la pubblicazione degli Études
Traditionnelles. Non appena ripresero le relazioni con l’Egitto, René
Guénon ci chiese di considerare la ripresa della rivista, che avvenne
nell’ottobre 1945. Durante la guerra, approfittando di una significativa
diminuzione della sua corrispondenza, aveva potuto mettere
a punto diverse opere capitali: Le Règne
de la Quantité et les Signes des Temps,
gli
Aperçus sur l’Initiation e La Grande Triade. E
la corrispondenza riprese, e gli articoli e le recensioni. Una delle sue ultime
gioie fu la nascita di suo figlio Ahmed, il 5 settembre 1949. Aveva avuto
fin’allora solo due figlie, Khadidja e Leila. Abbiamo saputo poi della
nascita di un figlio postumo, avvenuta il 17 maggio 1951 e
al quale è stato dato il nome di suo padre, Abdel Wahed.
Dal 25 novembre 1950, qualsiasi attività gli divenne
impossibile e i suoi migliori amici non ricevettero più lettere da lui dopo
quella data. Soffriva di un avvelenamento del sangue con diverse
manifestazioni; ebbe una gamba orribilmente infetta che fu salvata a forza di
vigilanza. Fu curato con ammirevole devozione dalla moglie e da uno dei suoi
ammiratori, il dott. Katz. Nei primi giorni del 1951, accusò un nuovo
indebolimento, poi fu colto da una strizione laringea che gl’impediva di
parlare e mangiare, e presto la morte lo colse in tutta la sua lucidità. Era
domenica, 7 gennaio, alle 23.
I funerali, ci scrive il dott. Katz, furono
molto semplici e si sono svolti l’indomani, lunedì, tra le 10 e le 14. Il corpo
dello Sheikh Abdel Wahed Yahia, trasportato per alcune centinaia di metri a
braccia, fu poi accompagnato alla moschea d’El-Azhar. Dopo la preghiera dei
morti, il corpo, riportato a braccia, fu accompagnato al cimitero di Darrassa, nella
collina di Mokattam, e lì, ora riposa nella tomba della famiglia Mohammed
Ibrahim.
Così finì questa vita semplice e modesta,
libera da tutte le ambizioni che sollecitano abitualmente gli uomini. La vita si
confonde qui con l’opera. Quale migliore elogio potremmo farne?
René Guénon non ha lasciato opere inedite, ma
ha espresso l’augurio che fossero riuniti in volumi i numerosi articoli apparsi
in varie pubblicazioni e che non aveva integrato nelle sue opere già composte.
Un primo volume è già pronto, Initiation
et Réalisation spirituelle, che costituisce un seguito agli Aperçus sur l’Initiation.
Ha lasciato materiale per molti altri volumi, d’ineguale importanza, sul
simbolismo universale e sul simbolismo massonico, sul simbolismo cristiano e
sulle dottrine iniziatici cristiane, sulla cosmologia sacra, su vari aspetti
dell’induismo, sull’esoterismo islamico e sulla Massoneria. La preparazione
di queste opere è uno dei compiti lunghi e delicati che lascia ai suoi amici
colui che è stato giustamente definito il più grande maestro intellettuale che
l’Occidente abbia conosciuto dalla fine del Medioevo.
Ricordi e prospettive su René Guénon *
Gonzague Truc
Di tutte le figure che mi è stato dato d’osservare
durante una carriera, d’altronde più preoccupata alle opere che alle persone, ecco
una delle più curiose e accattivanti nel suo mistero. Ho conosciuto René Guénon
ai tempi della nostra maturità. Aveva appena pubblicato la sua Introduction générale à l’étude des
doctrines hindoues e ci legarono prima delle relazioni tra critici, oltre a
vedute concordanti sullo stato o la natura del mondo attuale. Lo vedo ancora,
nel mio studio in rue Guy-de-la-Brosse – seduto su un pouf davanti al camino, e
questo, combinato con la sua alta statura e il suo viso allungato, gli
conferiva un’aria orientale perfettamente adatta alla sua filosofia, ma ben
strana in uno della Turenna. Andai anche da lui in una di quelle vecchie case
signorili o clericali dell’Île Saint-Louis sistemate in
appartamenti e la cui scala stretta e buia, stranamente tortile, conserva il
profumo un po’ polveroso delle meditazioni di un’altra età. Viveva lì in un
alloggio d’altronde comodo e senza niente di straordinario tra sua moglie e la
nipote, e s’aveva l’impressione che tutto, in quel posto pacifico e solitario,
fosse solo ordinato per la meditazione.
Raramente ho incontrato una fisionomia pura
come questa. Non ci si confonda a riguardo. Quando parlo così di purezza,
intendo la perfetta integrità dell’animo e l’assenza di qualsiasi compromesso.
Quale fu l’uomo intimo, se non l’uomo interiore, in René Guénon? Questo ha riguardato solo
lui, e non ha lasciato trasparire nulla. È stato, nella specie dotata di
linguaggio, uno di quegli esseri infinitamente rari che non dicono mai io. Tutto quel che possiamo affermare, è
che era d’umore stabile e benevolo e incapace di fare del male. Ciò non è poco.
Quest’uomo che ha avuto degli avversari passionali, dei nemici che conosceva
e di cui sapeva che poteva aspettarsi il peggio, non è stato il nemico di
nessuno e ha pensato di rispondere alla violenza e alle violenze solo con la
ragione. E potrebbe anche darsi che abbia preferito la fuga a un’altra sorta,
più diretta, di difesa.
Non che gli sia
mancata la sensibilità, e si sarebbe potuto anche scommettere per il contrario.
Dritto e senza deviare dalla sua linea, senza perdere nulla della sua lucidità
o della sua forza, e aumentandoli piuttosto alla contraddizione, soffriva le astiose
opposizioni, gli effetti delle manovre sorde e conservava mille preoccupazioni sull’opera
che perseguiva e il modo di perseguirla, raddoppiando lo scrupolo nella ricerca
o nella documentazione, dibattendosi tra le difficoltà materiali dell’editoria.
Era attento nel quotidiano, perdendo sua moglie, separato dalla nipote. La profondità
del colpo poté misurarsi dalle sue conseguenze. La ferita lo spingeva in
qualche lontano ritiro, e queste furono le cause determinanti della sua
partenza.
Ciò che lo lasciava completamente
indifferente – e va a suo unico onore – era l’altezzosa riserva tenuta dall’insegnamento
ufficiale nei suoi riguardi, atteggiamento il cui scandalo alla lunga finì per scoppiare.
Mentre questi avversari che egli feriva a morte colpendoli al cuore, vale a
dire nello stesso principio della loro dottrina, si scatenavano contro di lui,
i dottori patentati tacevano, e abbiamo visto degli “specialisti” della
filosofia indù non citarlo nelle loro opere. Quello che ne diciamo non è per vendicarsi,
mostrare indignazione o esalare una vana lagnanza. Ma considerando qui l’atteggiamento
di René Guénon e l’insieme del suo carattere, forse tocchiamo il suo stesso essenziale.
È un uomo che ha
vissuto in funzione della sua opera e della dottrina espressa da tale opera, e
tutto è lì.
Ha cancellato tutto,
e s’è cancellato davanti a quella primaria preoccupazione. Vi ha rivolto le
sue discipline individuali. Vi ha subordinato la sua azione e vi ha conformato
l’economia della sua vita pubblica o privata. Niente lo ha scalfito a tale
riguardo, alcuna considerazione di convenienza o di compagnia, alcuna eccessiva
preoccupazione per il suo temporale che doveva tuttavia sottomettere a una vigilanza
severa, nessuna ambizione propria e nemmeno una preoccupazione eccessiva delle
necessità d’ordine materiale. Alcuna questione di partito o di politica
sorgeva naturalmente per lui, e ignorava i pubblici poteri come ne era ignorato.
E certamente l’idea d’andare nel “mondo” gli è parso uno scherzo. La sua
conversazione restava seria, senza mai essere noiosa, passionale, al contrario,
per quanto nutriente nella sua lucidità, respingendo senza sforzo qualsiasi
futilità e mostrando talvolta la sfumatura di una grave ironia o di un contenuto
entusiasmo. Insensibilmente, con lui, si lasciava il mondo per entrare nel
mondo vero e passare dalla “rappresentazione” al principio. Il suo discorso,
infine, tutto affabile e sempre familiare malgrado la sua densità, non era che
la sua parola parlata … Forse si capisce ora perché abbiamo parlato di “purezza”.
La ritroveremo, questa purezza, su un altro piano.
Ero, allora quando incontravo
René Guénon, direttore letterario alle edizioni Bossard. A questa circostanza è
dovuta la pubblicazione, da parte di questa casa, de La Crise du Monde moderne e de L’Homme et son devenir
selon le Vêdânta. Posso rivendicare, a proposito di
questo primo libro, La Crise …,
una sorta di paternità tutta occasionale. L’idea nacque nel
corso dei miei incontri con l’autore. Ci accordammo entrambi, io forse più indiscretamente,
lui con una giustezza o una giustizia più profonda e più spietata
nell’esecrazione di questo “mondo moderno” che, con un orgoglio stupido, ogni
giorno anticipava la sua sepoltura, e dove lo spirito sembrava sprofondarsi per
sempre sotto la materia e il numero. Gli dicevo: «Fate
qualcosa al riguardo». Fece quest’opera, ispirato e molto velocemente. Era nel suo senso e
nel senso di un movimento che aumentava e dove dev’essere tenuto in uno dei primi
posti. Si sa che riprese il tema, approfondendolo ancora, con Le Règne de la Quantité.
Non è mia intenzione ritornare
sulla sua dottrina. Conviene tuttavia ricordarne l’essenziale per meglio cogliere
il carattere o la natura di quel pensiero, per trovare anche qualche
chiarimento su un problema che è sembrato porre una sorta d’evoluzione o di
mutazione di cui alcuni sono parsi sorpresi.
Quella dottrina è una
metafisica, e la parola va presa nel
senso assoluto che lo stesso Guénon le dava. La metafisica
pone una realtà spirituale – intelligibile – che sarebbe, in fondo, l’unica
realtà, mentre la realtà corrente e accessibile – la realtà sensibile – è solo
apparenza e “manifestazione”. È Platone, è anche la filosofia indù, ed è ogni filosofia
spiritualistica o puramente idealistica fintantoché non è religione.
Ma è qui che occorre
stare attenti e osservare da molto vicino l’atteggiamento di René Guénon. Tra
le varie forme che prende la metafisica
nel corso delle età e secondo le genie, le confessioni, i popoli e i luoghi in
cui essa si spiega e s’esplicita, ha mai scelto, o ha soltanto voluto scoprire,
sotto figure diverse, la figura iniziale e invisibile? Possiamo supporre – e certi
punti rimasti un po’ oscuri della sua biografia ci autorizzano – che abbia in
primo luogo cercato la verità là dove
si lusingava d’apparire, e conosciamo il risultato: la lotta precisa e
terribile che ha condotto contro le pseudo-verità che ha denunciato ne Le Théosophisme e le varie forme dello
spiritismo. Ma dopo il negativo arrivava il positivo, dopo l’eliminazione del
falso, la scoperta del vero. Sembrava trovare nelle dottrine indù il punto in
cui la tradizione metafisica – giacché
per lui si trattava proprio di una tradizione – appariva con la massima
trasparenza e certezza. Perché non vi s’è attenuto, ed è morto nell’Islam?
Era perché faceva
alla sua maniera delle distinzioni che noi facciamo abusivamente e vedeva
nella storia degli uomini una presenza e una continuità che si sottrae a un
pensiero superficiale.
I sistemi, le religioni e persino le istituzioni sono ambiti
plasmati da una realtà spirituale iniziale e dove questa realtà s’inserisce con
più o meno evidenza o efficienza, e più o meno mascherata. È così che v’è una
verità o una parte di verità nascosta sotto i miti, nei misteri dei diversi
culti, e che bisogna saper discernere leggendo i Libri sacri dei popoli. In certi
luoghi, in certi casi, l’affioramento è più marcato; Dio, giacché è proprio di Dio
che si tratta, emerge in una luce più radiosa. Ma fin nell’umile tribù che
venera il suo feticcio rimane un contatto con il sacro.
Perché René Guénon non s’è limitato al Cristianesimo,
che era la sua religione nativa e dove questa realtà dello spirito, questa
presenza di Dio, si manifesta con la massima forza, profondità e magnificenza?
Eccoci, forse, sulla soglia del segreto dell’amico scomparso. Non ho mancato di
porgli la domanda. Mi ha sempre risposto che ciò che lo infastidiva in questa
religione era il suo carattere sentimentale.
A cui vanno aggiunte le difficoltà derivanti da una dogmatica che ha acquisito,
nella sua incomparabile ricchezza, e malgrado la sua flessibilità, una rigidità che la sottrae alle
arditezze e agli azzardi dell’interpretazione.
Confessione, in ogni caso, infinitamente preziosa e
quanto rivelatrice della natura della dottrina e di questo particolare spirito.
Diviene fin troppo evidente qui che la realtà spirituale ricevuta, difesa da
René Guénon, è d’ordine intellettuale,
che il suo Dio – se parliamo ancora, per maggior comodità di Dio – è un Dio
dell’intelligenza, se non la stessa Intelligenza, pura, assoluta, che non
lascia più nulla al di fuori quando ritira in sé le sue “manifestazioni”, e di
cui ci si può domandare persino che cosa possa avere in comune con queste
manifestazioni.
Una tale concezione trova la sua più perfetta
illustrazione nella filosofia indù e si vede allo stesso tempo il contrasto
che fa con la religione di un Dio personale e di una creazione fondata
sull’amore: è la distanza della Bhagavad-Gîtâ dal
Vangelo secondo San Giovanni. Non v’è tuttavia, e approfondendolo in questa
metafisica orientale, qualcosa d’inumano, e il “seno” di Brahma non è troppo
lontano dalla Croce di Cristo?
Abbiamo il coraggio d’azzardare un’ipotesi? René Guénon,
alla lunga, non sarebbe stato un po’ toccato o stanco di queste altezze o di
queste vertiginose profondità? Non avrebbe cercato un aspetto della verità prestantesi
di più ai movimenti del cuore; non l’avrebbe scorto nell’Islam? Trovava lì un
dogmatismo abbastanza ampio da prestarsi senza troppi disagi ai commenti
storici o filosofici, una mistica ardente e immaginosa, e tuttavia non fino ad
arrivare a quella sorta d’ardore o d’immagini di Santa Teresa o di San Giovanni
della Croce. La stessa realtà, la stessa verità interiore restavano; l’esterno,
se così si può dire, di tale verità, appariva meno desertico, al tempo stesso,
e meno segnato dalla passione del cuore. Allora? Ancora una volta, questa è
solo un’opinione, nemmeno una supposizione …
Non avremmo reso piena giustizia all’uomo se
non dicessimo due parole dell’opera, della forma stessa dell’opera. Abbiamo
indicato com’era la conversazione di René Guénon: seria con piacere, sobria, e
tutta sostanziale. Le stesse qualità si ritrovano nella sua prosa, insieme ad
altre, e conviene insistervi. Si sbaglia a trascurare lo stile dei filosofi
con il pretesto che sono filosofi. Bergson fu uno scrittore eccellente. René
Guénon non ha l’immaginazione o le immagini di Bergson: anche lui è uno
scrittore. Il suo stile, che insegna così bene, non è affatto uno stile da
professore; è uno stile che analizza, taglia, dettaglia,
chiarisce, tutto perseguendo, imperturbabile, una marcia dove ci si sente
sempre nel suo cammino. Sa tuttavia variare questo cammino e aprirvi delle prospettive
orientate verso quel misterioso orizzonte che custodisce le verità ultime.
Analizza o dogmatizza, ma con tale chiarezza, una tale misura, un movimento
così sicuro e regolare, in una sottile dialettica, che arriva a una sorta d’eloquenza.
E se deve entrare nella polemica – non è mai una polemica diretta contro le
persone –, ha un’incisività e degli argomenti di cui non è straordinario che
gli avversari si siano risentiti. Si sbaglierebbe dunque, ammirando in René Guénon lo stesso
fondo e la sostanza, a sorvolare troppo in fretta sull’espressione.
L’azione di questo pensatore segreto e
discreto, malgrado la cospirazione del silenzio, si mostrava con una crescente
forza nel corso degli anni, e se non gli si rendeva ancora piena giustizia, se
non raggiungeva delle porzioni abbastanza ampie di pubblico, si stava attenti a
lui e lo si seguiva nella sua doppia preoccupazione di denunciare un mondo che
andava ogni giorno svilendosi e di ritrovare una via che lo riportasse, se
poteva essere, nel senso di una vita autentica. Non avrebbe desiderato di più,
e continuerà a fruttificare. Ma non sarà l’ultimo dei suoi insegnamenti
l’esempio che ha dato di un’opera e di un’esistenza che sono continuati senza venir
meno al servizio di un unico pensiero.
In memoriam René Guénon *
Frans Vreede
René Guénon era
francese di nascita. Nell’ambiente orientale in cui ha trascorso gli ultimi
venti anni della sua vita è restato francese – almeno agli occhi dei suoi
lettori stranieri – per l’irresistibile logica dell’espressione verbale.
Questa traduzione
logica di un pensiero tradizionale era tuttavia ai propri occhi solo
una modalità d’espressione tra molte altre ugualmente
verbali che gli erano meno familiari: artistica, poetica, pragmatica …
René Guénon non era, infatti,
molto “geniale” nel senso che s’attribuisce oggi a questo termine; la sua
originalità consisteva al contrario nel fatto che, in un mondo infatuato di un
modernismo superficialmente internazionale, si sia sforzato di rimanere strettamente
fedele all’antica tradizione di un’autentica universalità di spirito.
Il suo inflessibile
attaccamento ai principi, di cui aveva riconosciuto una volta per tutte l’immutabilità,
faceva di lui una guida sicura e imperturbabile attraverso il dedalo dei
movimenti d’idee e di teorie contemporanee dalle denominazioni spesso
fuorvianti.
Bisogna dire che i
giudizi precisi e intransigenti, che alcuna accusa turbava e che erano piuttosto
propensi a chiarire l’intendimento di coloro che ne erano l’oggetto, non tenevano
conto delle reazioni da prevedere da parte delle persone che potevano sentirsi
prese di mira.
Se la carità
propriamente cristiana sembrava fargli difetto, la sua intelligenza, che
conosceva solo la passione per la verità, non mancava certo del luminoso calore
che emana da ogni superiorità veramente umana
Mi sia consentito di
menzionare qui alcuni ricordi personali:
Nel corso degli anni
già lontani quando, a Parigi, lo vedevo quasi ogni giorno, ho assistito
parecchie volte a casa sua a dei prolungati incontri a notte fonda, durante i
quali, malgrado la fatica, rispondeva con un’instancabile e lucida pazienza alle
questioni intelligenti o strambe poste dai visitatori in visita: Indù, Musulmani,
Cristiani …
Più tardi, al Cairo,
dove ho trascorso due inverni consecutivi con lui, questa lungimirante facilità
d’accoglienza sembrava aver ritrovato la sua cornice naturale nel favorevole ambiente
dell’ospitalità orientale e tradizionale.
Pochi
mesi prima della sua morte, ricevetti di questa larghezza d’animo una conferma
sorprendente che non sapevo allora dovesse restare per
me l’ultimo segno di vita di quest’intelligenza eccezionalmente aperta:
Avendo scritto A Brief introduction to Hindu Philosophy, destinato ai miei
studenti, gliene comunicai il testo a lui prima ancora d’inviare il manoscritto
all’editore.
Quando si ricorda la sua inappellabile condanna
della moderna “filosofia”, si sarà forse sorpresi di sapere che, dopo alcune iniziali
riserve, aveva finito con l’ammettere senza alcuna difficoltà che in inglese tale
termine “filosofia” poteva essere accettato per rendere ciò che nelle proprie
opere scritte in francese, aveva costantemente cercato di suggerire con il
termine “metafisica”.
L’universalità delle sue vedute oltrepassava
infatti da ogni lato i limiti del suo temperamento individuale e rimarrà, per
coloro che hanno avuto il privilegio d’accostarlo, un ricordo prezioso e ispiratore,
che completa felicemente l’immagine data dai suoi libri, immagine fedele della
sua intelligenza, ancorché parziale della sua personalità.
Ed è proprio per questo che la
scomparsa di René Guénon è, per i suoi amici personali, una perdita
irreparabile.
René Guénon precursore *
Mario Meunier
Tutti coloro che hanno conosciuto René
Guénon e che, con la loro attenta e fervida comprensione, hanno ottenuto d’udirlo
conversare e parlare, tutti costoro possiedono meglio di altri il privilegio
raro e prezioso di poter ritrovare, rileggendo la sua opera, tutti gli aspetti
di un pensiero che fu e che rimane costantemente collegato all’inalterabile essenza
di quei supremi principi immutabilmente contenuti, come egli stesso scrive, «nella
permanente attualità dell’intelletto divino». Basta, infatti, aprire uno dei
suoi libri e leggerlo a caso, per rendersi conto di quanto René Guénon avesse
il senso dell’armonia universale e totale, di quell’armonia che riflette nella diversità
molteplice del mondo e della vita, la presenza eterna dell’unità immobile. Così
posto nel vero “Centro del Mondo”, nel cuore vivente di ogni valida
iniziazione, René Guénon, con una fermezza di pensiero, una solidità di dottrina,
una chiarezza d’espressione e una rara potenza di logica e di penetrazione, ha
dedicato la sua la vita per facilitarci l’accesso a tutti i templi dove ancora si
conserva nell’intero universo la luce dello Spirito e della Conoscenza.
Ora, per accedere a questa Conoscenza
trascendente e divina, René Guénon non cessa di ripetere, ed è questo uno dei
punti essenziali che danno al suo messaggio il suo effettivo valore, che essa può
essere ottenuto solo con uno sforzo strettamente personale. Gli istruttori, le
parole e gli scritti possono senza dubbio guidarci, servirci come “supporti”, ma,
rigorosamente incomunicabile, la Conoscenza iniziatica e suprema può essere
raggiunta soltanto da se stessi. Per l’iniziato perfetto, la vera saggezza non
consiste quindi nel coltivare la vanità illusoria del sapere profano, nel
riempire la sua memoria d’idee più o meno false colte nell’altrui campo, ma nello
sviluppare quel potere di conoscenza interiore contro il quale nessuna forza
bruta può prevalere. Questo potere è superiore all’azione e a tutto ciò che
accade. Estraneo al tempo, è la coscienza vivente dell’infrangibile e serena unità
e il garante della nostra eternità.
Quindi, René Guénon dev’essere salutato
come un precursore, nel mondo occidentale, di quella rinascita delle forze
spirituali di cui esso ha tanto bisogno per rigenerarsi, per purificarsi da
tutti gli errori che accumula nelle anime, quell’infernale artefice di
disordine, di nausea e di disperazione che è il materialismo del pensiero
moderno.
Conosciamo tutta l’enorme influenza che
ha l’opera guénoniana per contribuire a formare questa nuova élite intellettuale la cui azione può
ancora assicurare la salvezza dell’uomo e la liberazione del mondo minacciato.
«Non v’è dunque motivo di disperare,
scrive René Guénon; e, se pure non vi fosse alcuna speranza di raggiungere un
risultato sensibile prima che il mondo moderno sprofondi in qualche catastrofe,
non sarebbe una valida ragione per non intraprendere un’opera la cui reale portata
s’estende ben oltre l’attuale epoca. Coloro che sarebbero tentati di cedere
allo scoraggiamento devono pensare che nulla di ciò che è compiuto in quest’ordine
può mai essere perduto, che il disordine, l’errore e l’oscurità possono
prevalere solo in apparenza e in modo del tutto momentaneo, che tutti gli
squilibri parziali e transitori devono necessariamente concorrere al grande
equilibrio totale, e che nulla può prevalere alla fine contro la potenza della
verità; il loro motto dev’essere quello che avevano adottato una volta certe
organizzazioni iniziatiche dell’Occidente: Vincit
omnia Veritas».
L’ultima veglia della notte *
Jean Reyor
E adesso?
Tale è la domanda che non possono non
porsi tutti coloro per i quali l’Opera di René Guénon fu l’evento fondamentale
della loro esistenza.
Ora che l’opera “personale” di René
Guénon è compiuta, quali sono le sue possibilità di un’effettiva conclusione? Alcun
segno precursore di una rivivificazione tradizionale in Occidente s’è
manifestato. Il messaggero, dopo aver consegnato il suo messaggio, è scomparso
dal nostro orizzonte e non è destinato a essere sostituito. La funzione di René
Génénon – che non oseremo definire, ma che qualcuno può intravvedere – non è di
quelle che implicano una successione ininterrotta di rappresentanti umani.
Adesso, il messaggio è davanti a noi,
come un testimone, come un giudice.
Alcun segnale precursore … Eppure,
da un oceano all’altro, degli uomini e delle donne d’Occidente hanno scorto una
“luce nel cielo”. Quanti? Mille? Duemila? forse. Cinquemila? sicuramente no. E
su queste povere migliaia, quanti hanno deciso di sacrificare tutto per la
cerca di verità, quanti, per parlare il gergo moderno, si sono “impegnati”
totalmente? Diverse centinaia? sarebbe una congettura ottimistica. Ma il
numero, soprattutto all’inizio, importa poco, ci viene detto. Sia. Infatti, non
è questo il punto più grave.
Il più grave, è questo: né l’una né
l’altra delle due grandi organizzazioni tradizionali del mondo occidentale, la
Chiesa cattolica e la Massoneria, ha dato un segno di “buona volontà”.
L’appello di Guénon le “invitava” espressamente, nominalmente, soprattutto la
prima. René Guénon ha atteso trent’anni. È morto senza aver ricevuto risposta.
Ha ricevuto, a titolo individuale e privato, delle “adesioni” di Cattolici – anche
di altri Cristiani – e di Massoni. Pubblicamente, durante la sua vita e dopo la
sua morte, ha ricevuto solo dei rifiuti, a volte delle ingiurie. Oh! si può
dire che critiche e ingiurie erano pure semplici reazioni individuali che impegnavano
solo i loro autori. Certamente. Ma com’è che solo o quasi le reazioni ostili siano
venute alla luce? Curioso. Questo deve però significare qualcosa.
Siamo esatti. Dalla scomparsa di René
Guénon, un noto teologo ha tenuto, ci viene detto, sulla sua opera, una
conferenza elogiativa, perlomeno nella sua parte iniziale che verteva sulla
critica del mondo moderno, per il resto, vale a dire lo stesso fondo
dottrinale e il suo valore dal punto di vista cristiano, il conferenziere s’è
trincerato purtroppo dietro l’ordinaria posizione teologica. D’altronde, un
articolo su Guénon pubblicato in seguito dallo stesso non riesce in nessun
modo a dare un’idea appena puntuale della profondità e dell’intellettualità
vere dell’opera di Guénon, di modo che non si vede davvero in che cosa, per
l’autore, quest’opera superi il caso di qualsiasi pensatore profano. Meglio
ancora, un religioso della stessa “famiglia” ha scritto in una grande rivista
cattolica un articolo che è una presa di posizione negativa e ostile, mentre
il più grande giornale cattolico francese mostrava per l’autore de La Crise du Monde moderne solo che un impietosito
disprezzo, raccomandando, come “antidoto” … la lettura di Bergson.
S’è dimenticato che Guénon ha “fatto
delle conversioni” e provocato numerosi ritorni alla fede e alla pratica
cattolica[70]?
– Il disprezzo che gli è dedicato ricade così su figli autentici della Chiesa. Si
manca forse di carità oltre che di comprensione? Quanto ai furtivi elogi, da
cui siamo certamente toccati, hanno oggi la stessa portata che se fossero
stati pronunciati prima del 7 gennaio 1951? Fiori su una tomba.
Dal lato massonico, v’è stato un pubblico
segnale – oh! senza impegnare alcuna Obbedienza – che può parere più netto nel
senso dell’adesione, ma che perde terribilmente il suo valore quando si sappia
che quest’adesione
comporta delle riserve finalizzate a niente di meno che a
distruggere uno dei fondamenti dell’opera guénoniana, ossia la necessità
dell’exoterismo. I Cattolici rifiutano l’esoterismo; i Massoni l’exoterismo.
Ci sarebbe proprio, secondo l’espressione di Matila Ghyka, un inevitabile
“duello di maghi”? Guénon non lo credeva. La sua opera dottrinale, che va
oltre le opposizioni temporali, s’accetta o si rigetta in blocco. Ed è un
punto di dottrina che ogni uomo abbia una religione.
Ve n’è un altro che dev’esserci, a fianco dei credenti, dei “conoscenti”.
L’opera dottrinale di Guénon respinge i tiepidi: quelli che sono pressappoco d’accordo, quelli che ne prendono
e che ne lasciano, quelli che mantengono un pregiudizio o un veto in un angolo
della loro testa, quelli che hanno delle opinioni.
Allora?
Quindi
il caso era previsto, in cui «l’élite, per costituirsi,
dovrebbe contare solo sullo sforzo di coloro che sarebbero qualificati, per la
loro capacità intellettuale, fuori da ogni ambito definito, e anche, beninteso,
sull’appoggio dell’Oriente; il suo lavoro ne sarebbe reso più difficile e la
sua azione potrebbe esercitarsi solo a più lunga scadenza, poiché dovrebbe
crearne essa stessa tutti gli strumenti, invece di trovarli già pronti come
nell’altro caso; ma non pensiamo affatto che queste difficoltà, per quanto
grandi possano essere, siano tali da impedire ciò che dev’essere compiuto in un
modo o nell’altro»[71].
La fine della frase è
“ottimistica”. Coloro che sono scoraggiati possono rileggerla.
Si fa allusione all’appoggio dell’Oriente. È un leitmotiv
di René Guénon quando considera il raddrizzamento
tradizionale dell’Occidente. Egli menziona pure, senza troppo credervi, lo si
vede bene, «un ritorno diretto (dall’Occidente) alla propria tradizione,
ritorno che sarebbe come un risveglio spontaneo di possibilità latenti»,
il che «implica l’esistenza in Occidente di un punto almeno in cui
lo spirito tradizionale si sarebbe conservato integralmente»[72].
Esistono certamente,
al di fuori della Massoneria e del Compagnonaggio, di cui non è davvero
possibile credere che abbiano conservato la totalità del loro deposito, delle
filiazioni iniziatiche occidentali e specificamente cristiane, ma niente
permette di pensare che esse abbiano conservato di più. Eppure una d’esse,
molto chiusa, fa pensare a un “Centro spirituale”. Nel gennaio 1929, nella
rivista Regnabit, L. Charbonneau-Lassay
scriveva: «… alcuni, tra questi gruppi ermetici, erano in perfetto
accordo con l’ortodossia più rigorosa, pur custodendo a volte per essi dei secolari
segreti stranamente sconcertanti; è il caso dell’Estoile Internelle, che non ha mai avuto più di dodici membri, e che
esiste ancora con i manoscritti originali del XV secolo, dei suoi scritti
costitutivi e di dottrina mistica». Più tardi, in Le Rayonnement intellectuel, lo stesso autore precisava che il principale
simbolo di quell’organizzazione era un ciborio nel quale dev’essere posta una
pietra rossa, un “Santo Graal” … Non pensiamo che Charbonneau-Lassay ne
abbia mai detto molto di più, anche in privato. Né crediamo che prima di lui si
sia menzionato pubblicamente l’Estoile
Internelle. Come credere che sia “per caso” che ne sia stata fatta menzione
per la prima volta nel momento dello sviluppo dell’opera guénoniana, due anni
dopo la pubblicazione de La Crise du
Monde moderne? Era una “risposta”? Non sembra che René Guénon vi si sia soffermato …
La seconda eventualità
relativamente favorevole sarebbe quella in cui «certi elementi
occidentali compiranno questo lavoro di restaurazione con l’aiuto di una certa
conoscenza delle dottrine orientali, conoscenza che tuttavia non potrà essere
assolutamente immediata per loro, poiché devono rimanere Occidentali, ma che
potrà essere ottenuta per una sorta d’influenza al secondo grado, esercitata
attraverso degli intermediari … in questo caso, sarebbe vantaggioso, benché
questo non sia
una necessità assoluta, che l’élite
in formazione potesse prendere un punto d’appoggio in un’organizzazione
occidentale che abbia già un’effettiva esistenza; ora,
sembra proprio che in Occidente vi sia ormai solo
un’unica organizzazione che possieda un carattere tradizionale e che conservi
una dottrina suscettibile di fornire una base appropriata al lavoro in
questione: è la Chiesa cattolica»[73].
Esiste pure un’altra
“organizzazione occidentale che abbia già un’effettiva esistenza” e che
possieda un carattere tradizionale, ma essa non conserva più alcuna dottrina: questa
sarebbe da restituire interamente a partire dai riti e dai simboli. Difficoltà supplementare
che sarebbe senza dubbio “compensata” dal fatto che quest’organizzazione, la
Massoneria, ha conservato una trasmissione iniziatica dipendente dall’attributo
divino di “potenza” e suscettibile d’essere rivivificata, come abbiamo lungamente
spiegato nei nostri precedenti articoli del 1950.
Soltanto, l’abbiamo
visto poco fa, né la Chiesa cattolica né la Massoneria – o, più esattamente, i
corpi costituiti e gli organismi amministrativi che li rappresentano –
sembrano disposti, per il momento, a fornire il “punto d’appoggio”.
Non dimentichiamo che
certe possibilità menzionate da René Guénon nel 1924 e 1927 erano da lui
considerate per un “lontano futuro”. Che intendeva esattamente con ciò? Se,
come pensava, diversi dati tradizionali sembrano convergere per porre la fine
dell’attuale ciclo verso la fine di questo secolo o poco prima, un “lontano
futuro” nel 1951 non può che essere relativamente vicino poiché, così, saremmo all’ultima
veglia della notte.
Non bisognerebbe,
allora, fare ciò che si può con ciò che si ha?
Non vogliamo coprirci
di ridicolo pretendendo di “costituire l’élite”
e di annoverarvici noi stessi. Parliamo solamente di accostare gli “uomini di
buona volontà”. Si ritorna alla soluzione “fuori da ogni ambito definito”. E qui, ciò che è grave, è che le individualità “toccate”
dall’opera di René Guénon sono, per la maggior parte, isolate e s’ignorano. Anche
questo pericolo è stato indicato: «Non v’è dubbio che lo spirito moderno, che è
veramente diabolico in tutti i sensi della parola, si sforzi con ogni mezzo per
impedire che questi elementi, oggi isolati e dispersi, riescano ad acquisire la
necessaria coesione per esercitare una reale azione sulla mentalità generale[74];
è quindi a coloro che hanno già, più o meno completamente, preso coscienza
dello scopo verso il quale devono tendere i loro sforzi, di non lasciarsene sviare
da qualsivoglia difficoltà che s’ergerà di fronte a loro»[75].
Gli Études
Traditionnelles che, per vent’anni, hanno riportato la maggior parte
dell’attività di René Guénon, potrebbero senza dubbio costituire un primo nesso
– altri devono essere possibili – tra gli uomini ai quali alludevamo sopra, ed
è per questo che René Guénon desiderava che proseguissero il loro corso. Negli
ultimi mesi della sua vita, siccome aveva alluso all’eventualità della sua
scomparsa, ci siamo permessi di domandargli se riteneva che dopo di lui avremmo
dovuto sforzarci di continuare la rivista. E il 30 agosto 1950 ci rispondeva: «Per
quanto riguarda la rivista, penso che sarebbe bene continuarla se fosse
possibile». Perché sia ”possibile” occorre, tra altre condizioni, che la fede e
la speranza persistano tra coloro che la leggono e coloro che la fanno. Ma il
fatto stesso che René Guénon ritenesse auspicabile la continuazione di questo
sforzo, non è in se stesso una ragione per credere e sperare, poiché presuppone
che la messe potrà spuntare dopo la morte del seminatore?
***
Nello scrivere queste righe, in cui
alcuni si rammaricheranno forse di non trovare quell’impassibilità cara ai metafisici
teorici – ma possiamo rimanere di ghiaccio quando si tratta di colui cui
dobbiamo tanto? –, nello scrivere queste righe, riviviamo
la sera del 1928 in cui René Guénon ci accolse. Gli anni, la lontananza non hanno
potuto indebolire il ricordo della sua gentilezza, la sua benevolenza, la sua
delicatezza, la cura che metteva per cancellare le distanze tra l’autore de
L’Homme et son devenir selon le Vêdânta
e de Le Roi du Monde e il giovanissimo
ricercatore che eravamo all’epoca.
Da allora, quante volte abbiamo udito
ripetere che Guénon era “freddo”, che era “privo d’amore”? Coloro che parlavano
così non l’avevano mai avvicinato, ma la sua opera da sola non implica forse
una carità immensa, che è la più alta forma dell’amore? Secondo la frase di Leonardo
da Vinci, «l’amore è figlio della conoscenza. L’amore è tanto più fervente
quanto la conoscenza è più certa».
René Guénon aveva la conoscenza più
certa.
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A. C. Pardes
* Ananda K. Coomaraswamy, Sagesse
orientale et savoir occidental, in Études Traditionnelles, n. 293-294-295, Numéro
spécial consacré à René Guénon, 1951. Traduzione dell’articolo pubblicato nel 1943 dal nostro compianto
collaboratore con il titolo Eastern wisdom and western knoledge, in Isis, An International Review devoted to the History of
Science and Civilization, primavera 1943, n. 96, vol. XXXIV.
[1] Études
Traditionnelles riprese le pubblicazioni dopo la guerra con il n. 247
d’ottobre-novembre 1945. [N.d.T.]
[2] Il che significa
in realtà che le nazioni più giovani devono aiutare le più antiche a
industrializzarsi! giacché l’America è ancora adolescente, dal punto di vista
indù o cinese, e in effetti lo è.
* Leopold
Ziegler, René Guénon et le dépassement du
monde moderne, in Études Traditionnelles, n. 293-294-295, Numéro
spécial consacré à René Guénon, 1951.
[3] Nel Deutsche Rundschau, 60o anno,
n. di settembre. Una traduzione francese di quest’articolo è stata pubblicata
ne Les Cahiers du Sud, 22o anno, n. di luglio 1935.
* Michel Vâlsan, La
fonction de René Guénon et le sort de l’Occident, in Études Traditionnelles, n. 293-294-295, Numéro
spécial consacré à René Guénon, 1951.
[4] Orient et Occident, p. 122. Questa citazione e le
successive sono tratte dall’edizione del 1948.
[N.d.T.]
[5] Introduction générale à
l’étude des doctrines hindoues, p.
332. Questa citazione e
le successive sono tratte dall’edizione del 1939.
[N.d.T.]
[6] Introduction générale à
l’étude des doctrines hindoues, p. 332. [N.d.T.]
[7] Introduction générale à
l’étude des doctrines hindoues, p. 333. [N.d.T.]
[8] Introduction générale à
l’étude des doctrines hindoues, pp. 335-336. [N.d.T.]
[9] Orient et Occident, pp. 184-185.
[10] Coloro tra gli Occidentali che avranno aderito direttamente a delle
forme tradizionali dell’Oriente non rientrano dunque in questa nozione d’“élite occidentale”, anche se vivono
in Occidente; costoro, per via del loro ricollegamento tradizionale,
dovendo assimilarsi direttamente all’Oriente sotto l’aspetto intellettuale,
operano propriamente un’“assimilazione al primo grado” di tale insegnamento.
Dovremo tornare più avanti sul ruolo che costoro possono svolgere nello
sviluppo delle relazioni tra l’élite
occidentale e le élites orientali.
[11] Orient et Occident, pp. 179.
[12] Orient et Occident, pp. 179-180.
[13] Orient et Occident, p. 201.
[14] Orient et Occident, pp. 200-201.
[15] Orient et Occident, p. 195.
[16] Orient et Occident, p. 199.
[17] Orient et Occident, pp. 201-202.
[18] Orient et Occident, pp. 229-230. [N.d.T.]
[19] La Crise du Monde moderne, p. 128. Questa
citazione e le successive sono tratte dall’edizione del 1946. [N.d.T.]
[20] La Crise du Monde moderne, pp. 128-129.
[21] Orient et Occident, pp. 194-195.
[22] Études
Traditionnelles, nn. 278,
279, 280, settembre-dicembre 1949.
[23] Art. cit., in Études
Traditionnelles, n. 280, p. 346, nota 1. [N.d.T.]
[24] Art. cit., in Études
Traditionnelles, n. 280, pp. 346-347. [N.d.T.]
[25] La Crise du Monde moderne, pp. 130-131.
[26] La Crise du Monde moderne, p. 131.
[27] A questo proposito, una delle incomprensioni più significative ma che,
a dire il vero, non è particolare a questa “contro-dottrina”, poiché la si
ritrova anche presso alcuni che ammettono peraltro la nozione di un’iniziazione
come condizione preliminare a una via di realizzazione, è quella riguardante la
natura e i mezzi dell’iniziazione cristiana. Si considera così che questa è
conferita mediante i sacramenti ordinari della Chiesa, in considerazione di
uno speciale privilegio che avrebbe il Cristianesimo d’essere un’“iniziazione
offerta a tutti”! Ciò è affermato per alleggerire una certa difficoltà
incontrata nel dimostrare l’esistenza d’altri riti puramente esoterici per
l’iniziazione cristiana. Non potremmo trattare qui tale questione, ma poiché
molti di coloro che professano quest’opinione sono d’accordo, peraltro, sul
fatto che l’esicasmo è una via iniziatica, sappiano che questo ha, anche ai
nostri giorni, come mezzo di ricollegamento, un rito speciale e riservato,
analogo a quel che si conosce del rito di ricollegamento nelle iniziazioni
islamiche; ma per sapere come stiano le cose esattamente, non è ai teologi o ai
preti, e neppure a un monaco qualsiasi, che lo si potrebbe domandare; in questo
campo bisogna d’altronde sapere che la risposta dipenderà eminentemente dalla
retta intenzione del cercatore e dalla sua buona volontà.
[28] Aperçus sur l’Initiation, p. 40, nota 1. Questa
citazione e le successive sono tratte dall’edizione del 1946. [N.d.T.]
[29] La Crise du Monde moderne, pp. 131-132.
[30] La Crise du Monde moderne, p. 130. [N.d.T.]
[31] Aperçus sur l’Initiation, p. 40, nota 1.
[32] Una difficoltà d’ordine particolare sussiste in una certa misura nel
fatto che i Massoni, per avere una condizione integralmente tradizionale,
dovrebbero partecipare a un ordine exoterico che, per l’Occidente, sarebbe
normalmente quello del Cattolicesimo; ora, se dal lato
massonico la questione dell’appartenenza e della pratica religiosa
potrebbe essere una faccenda individuale, non è lo stesso
quanto alla loro ammissione ai sacramenti cattolici, di modo che, finché i rapporti
tra Roma e la Massoneria saranno quelli che sono, i Massoni d’Occidente non
avranno altra risorsa che quella di un ricollegamento all’Ortodossia o
all’Islam; se non altro, non v’è in ciò una difficoltà insormontabile.
[33] La Crise du Monde moderne, pp. 130-131.
[34] Orient et Occident, p. 181.
[35] Aperçus sur l’Initiation, pp. 249-252.
[36] Orient et Occident, p. 181.
[37] La Crise du Monde moderne, p. 128.
* Frithjof Schuon, L’œuvre, in Études Traditionnelles, n. 293-294-295, Numéro spécial consacré à René Guénon, 1951.
[38] Ma contiene per
forza di cose degli elementi di questo genere, per la semplice ragione che la
distinzione tra la dottrina e il metodo, o più in generale tra la teoria e la
realizzazione, non può essere assoluta; così, L’Homme et son devenir selon le Vêdânta dà, come di sfuggita,
queste fondamentali indicazioni: «Con questa parola “incantazione” …
bisogna intendere essenzialmente un’aspirazione dell’essere verso
l’Universale, avendo per scopo d’ottenere un’illuminazione interiore,
qualunque siano d’altronde i mezzi esteriori … che possono essere
impiegati accessoriamente come supporto dell’atto interiore, e il cui effetto è
di determinare delle vibrazioni ritmiche che hanno una ripercussione
attraverso la serie indefinita degli stati dell’essere. …» (Nota 4, p.
205). «E si trovano infatti nel Vêda
molti esempi di persone che hanno trascurato il compimento di tali riti …
o cui è stato impedito di farlo, e che tuttavia, a causa della loro attenzione
perennemente concentrata e fissata sul Supremo Brahma (il che costituisce l’unica preparazione realmente
indispensabile), hanno acquisito la vera Conoscenza che Lo riguarda …» (p
. 230).
[39] Sappiamo benissimo
che il “genio” non è niente da solo, ma ciò non può impedire che le grandi
menti hanno per forza del genio, lo vogliano o no.
[40] Ci si può stupire,
con Coomaraswamy, dell’esclusivismo tavolta eccessivo della terminologia guénoniana; questo tratto probabilmente non manca d’analogia
con un certo carattere “matematico” – e non “visivo” – del pensiero di Guénon,
per quanto concerne, non il contenuto intellettuale, ma il modo d’operare.
[41] Se l’intelletto è,
per così dire, sovrano e infallibile sul proprio terreno, non può esercitare il
suo discernimento sul piano dei fatti se non in maniera condizionale; inoltre,
Dio può intervenire su questo piano con delle volontà particolari e talvolta
imprevedibili, di cui la conoscenza principiale non può render conto che a posteriori. Ecco un esempio tra molti
altri: gli Apostoli dovevano, conformemente al principio dell’irraggiamento
evangelico, “predicare a tutte le nazioni”; ma, in realtà, essi furono
“impediti dallo Spirito Santo d’annunciare la parola in Asia” e, arrivati a
Misia e volendo recarsi in Bitinia, “lo spirito di Gesù non glielo permise”;
ora, alcuna considerazione di “regolarità tradizionale” può render conto a priori di questa derogazione sul piano
dei fatti al principio evangelico
[42] Si potrebbe far
notare che tale è appunto il caso dei Profeti, ma qui v’è un’“eminente”
differenza di grado.
[43] Dovevano nondimeno esservi, in ogni epoca, delle funzioni intellettuali analoghe, mutatis mutandis.
[44] Quest’ultimo
tratto sarebbe stato contrario alla ragion sufficiente dell’opera, senza
parlare del fatto che un riadattamento, e quindi una sintesi originale, esige
un determinato terreno tradizionale; tuttavia, qualsiasi opera di trasmissione
comporta ovviamente un aspetto secondario di riadattamento, e viceversa.
* Luc Benoist, Perspectives
générales, in Études Traditionnelles, n. 293-294-295,
Numéro spécial consacré à René Guénon, 1951.
* André Préau, René Guénon et l’idée métaphysique, in Études Traditionnelles, n. 293-294-295, Numéro spécial consacré à René Guénon, 1951.
[45] Per il suo spirito e le sue
conclusioni, tale rigore può essere paragonato a quello di Simone Weil quando
scrive che importa poco sapere se il Bene esiste o no, poiché in ogni modo «ciò
che non è lui non è bene», o ancora che la questione delle ricompense non
dev’essere posta, poiché implica un ritorno dell’anima a se stessa, un
rilassamento del suo sforzo verso il Bene (vedi La connaissance surnaturelle, pp. 284 e segg. e p. 321).
[46] Presso i tomisti, il postulato che non
può essere messo in discussione è il “realismo” derivato dalla concezione
aristotelica dell’“essere” e che fa considerare il platonismo, e ogni forma d’“idealismo”,
come una tossina intellettuale.
[47] Le formule e le definizioni dogmatiche,
scrive Simone Weil, devono essere accettate, «non come verità, ma come qualcosa
dietro cui si trova la verità» (Lettre à
un religieux, p. 41).
* Jean Thamar, Comment
situer l’œuvre de René Guénon, in Études Traditionnelles, n. 293-294-295,
Numéro spécial consacré à René Guénon, 1951.
[48] Tra i pensatori della Germania
“romantica”, Schelling, Fichte, Schlegel e Novalis meritano d’essere citati in
quest’ordine d’idee. Cf. a questo proposito, le ultime pagine di Mystique d’Orient et Mystique d’Occident,
la cui traduzione francese è stata appena pubblicata da Payot.
[49] Si potrà misurare l’ampiezza di veduta
di R. Guénon confrontando i suoi scritti al già citato lavoro dell’indianista e
teologo tedesco R. Otto, opera che apparve circa nello stesso tempo de La Crise du Monde moderne.
[50] Émile Bréhier pensa che la sorgente di
ciò che chiama l’“orientalismo di Plotino” debba essere cercata «oltre il
vicino Oriente della Grecia, fin nelle speculazioni religiose
dell’India …» (La Philosophie de
Plotin, p. 118).
* J. C., Quelques remarques à
propos de l’œuvre de
René Guénon, in Études Traditionnelles, n. 293-294-295, Numéro spécial consacré à René Guénon, 1951. Questo studio ci è stato inviato nel 1944 da un lettore degli Études
Traditionnelles che ha avuto l’opportunità di
contatti diretti con varie scuole orientali. All’epoca – in cui non avevamo
comunicazioni con René Guénon – delle critiche di certi punti importante
dell’opera di René Guénon s’erano manifestate da parte di certi Indù più o
meno occidentalizzati e dei loro discepoli europei, segnatamente su quanto
concerne la “reincarnazione”. Le circostanze non hanno permesso allora la
pubblicazione di quello studio, ma esso ci pare non aver nulla perduto del suo
interesse nel tempo.
[51] Ci riferiamo qui a tutto ciò che René Guénon ha avuto in vista nella
redazione del Capitolo X e della conclusione de L’Erreur Spirite, testi ai quali preghiamo di riferirsi.
[52] Apocalisse, XIII, 16 e 17;
XIV, da 9 a 13.
[53] L’Erreur spirite, p. 314.
[54] Che si tratti dell’India, della Cina o anche dell’Islam.
[55] Teniamo a precisare che noi constatiamo un fatto, e che se questo
fatto concerne gli “anglosassoni” ciò non esclude affatto che l’azione della
contro-iniziazione prenda appoggio, secondo le circostanze, su qualsiasi altro
popolo della Terra. Non possiamo sviluppare qui le considerazioni che si
collegano con quest’ordine di questioni.
[56] E ristampate in Le Voile d’Isis
ed Études Traditionnelles.
[57] È detto “necessario di necessità di mezzo relativo”, vale a dire che è
necessario nel corso ordinario delle cose ma che può esservi supplito da altri
mezzi quando certe condizioni particolari sono soddisfatte.
[58] Ad esempio ne L’Introduction générale à l’étude des doctrines hindoue, p. 159, e Orient et Occident, p. 229 e 230 della I edizione, le restrizioni
formulate nell’ultimo passaggio si riferiscono non tanto ai riti, ma
all’Insegnamento tradizionale organizzato.
[59] Matgioi
indica, per il caso del Taoismo verso il 1900 le corrispondenze di questo
genere, nella sua opera La Voie
Rationnelle, capitolo VII.
[60] Impieghiamo qui di proposito una formula il più descrittiva possibile
del processo considerato (giacché si è qui nel divenire temporale), ma aggiungiamo
immediatamente che le parole così assemblate sono logicamente incompatibili,
quindi la formula assurda. Inoltre succede in generale la stessa cosa per la
maggior parte delle formule filosofiche dell’Occidente il cui contenuto è
effettivamente “impensabile”, dunque assurdo o illusorio.
[61] Esempio di parole incompatibili.
* N.d.T:
Islamisme ésotérique nell’originale, tuttavia, come indicava R.
Guénon: «[…] l’esoterismo è essenzialmente altro dalla religione, e non
la parte “interiore” di una religione come tale, anche quando prende la sua
base e il suo punto d’appoggio in essa come accade in certe forme tradizionali,
nell’Islam ad esempio; […]», aggiungendo in nota: «È per ben marcare questo ed
evitare qualsiasi malinteso che è opportuno dire “esoterismo islamico” o
“esoterismo cristiano” e non, come fanno certuni, “Islamismo esoterico” o
“Cristianesimo esoterico”; è facile capire che v’è qui più di una semplice
sfumatura» (cf. Aperçus sur l’Initiation, Éditions Traditionnelles,
Paris, 1946, cap. III).
[62] Impieghiamo questa parola in mancanza di meglio. Si tratta di quel che
l’Abidharma chiama Caittas “le cose” (dharmas) associate al pensiero.
* Marco Pallis, René Guénon et le Bouddhisme, in Études Traditionnelles, n. 293-294-295, Numéro spécial consacré à René Guénon, 1951.
[63] Dobbiamo, per il
lettore francese, aggiungere alcune spiegazioni relative al primo paragrafo
dell’articolo del sig. Marco Pallis. Poiché l’Introduction générale à l’étude des
doctrines hindoues non è stata ristampata in Francia
dal 1939, i lettori di lingua francese non hanno avuto
l’opportunità di conoscere interamente le modifiche apportate da René Guénon al suo punto di vista concernente il
ruolo del Budda e il Buddismo originario. Nell’ultimo
stato del suo pensiero sul tema, il Buddismo originario è considerato come
pienamente ortodosso e soltanto in certe branche del Buddismo Hinayâna hanno
potuto introdursi più o meno tardivamente delle dottrine eterodosse; è d’altronde
questo Buddismo eterodosso che gli orientalisti dell’epoca presentavano come il Buddismo originario,
il che spiega, in una certa misura, l’opportunità
dell’atteggiamento di Guénon. [N.d.R.]
* Paul Chacornac, La
vie simple de René Guénon, in Études
Traditionnelles, n. 293-294-295, Numéro spécial consacré à René Guénon,
1951.
[64] Cf. La Gnose, dicembre 1909,
p. 20.
[65] Abdul Hâdi era il nome musulmano d’Ivan Gustave Aguili (o Aquili); era
d’origine
finlando-tartara ed era nato nel 1863. Era un ex ufficiale di marina che aveva lasciato il servizio per dedicarsi alla letteratura e alla
pittura. Era anche molto versato in filologia. Verso il 1890, andò in India. Lo
si ritrova in seguito al Cairo nel 1908 e a Parigi tra il 1910 e il 1911. Morì
a Barcellona nel 1917.
[66] L’inizio di quest’opera è stato pubblicato in La Gnose. Vista l’estrema rarità di questa rivista e l’interesse di
tale lavoro, sebbene incompiuto, pensiamo di riprodurlo nel 1952 negli Études Traditionnelles.
[67] Il sig. Jean Herbert, in un recente opuscoletto, Yogas, Christianisme et Civilisation, scrive molto giustamente: «Rileviamo
anzitutto che non si corre il rischio d’essere un giorno chiamati a
“convertirsi” (all’induismo) come si può esserlo essendo fortemente attratti
dall’Islam o dal Buddismo, per esempio. Infatti, si può nascere Indù, e si può anche perdere questa qualità, ma non si può diventare Indù né ridiventarlo se s’è
cessato d’esserlo – come non si può diventare negro. È vero che da qualche
anno certi monaci indù modernisti hanno voluto imitare le pratiche di
conversione cristiane e musulmane e fabbricare una sorta di battesimo, che
include, credo, un bagno nel Gange e la recitazione di alcune formule sacre, ma
è unicamente per consentire a degli ex-Indù trascinati, con mezzi sovente
discutibili, in altri gruppi religiosi, di tornare all’ovile. E nessuno si
nasconde che questo sotterfugio sia lui stesso piuttosto fallace».
[68] Oltre ai redattori già menzionati, La
Gnose aveva per collaboratori A. Thomas (Marnes) e l’autore che firmava
Mercuranus.
[69] Abbiamo intenzione di ripubblicare i più importanti tra questi lavori.
* Gonzague Truc, Souvenirs
et perspectives sur René Guénon, in Études
Traditionnelles, n. 293-294-295, Numéro spécial consacré à René Guénon,
1951.
* Frans Vreede, In
memoriam René Guénon, in Études Traditionnelles, n. 293-294-295, Numéro spécial consacré à René Guénon, 1951.
* Mario Meunier, René
Guénon précurseur, in Études
Traditionnelles, n. 293-294-295, Numéro spécial consacré à René Guénon,
1951.
* Jean Reyor, La
dernière veille de la nuit, in Études
Traditionnelles, n. 293-294-295, Numéro spécial consacré à René Guénon,
1951.
[70] Non lasceremo obiettare che Guénon ha
fatto delle “conversioni” in senso inverso, per il fatto che alcuni dei suoi lettori
hanno aderito a delle forme tradizionali orientali. Innanzitutto, quegli
stessi erano spesso dei non credenti o almeno dei non praticanti prima
d’incontrare l’opera di Guénon, e in ogni caso non crediamo che ve ne fossero
molti tra loro che erano dei ferventi Cattolici. D’altra parte, questi casi
d’Occidentali orientalizzati sono suscettibili d’entrare nella prospettiva di
una rivivificazione tradizionale occidentale, nel senso che alcuni di loro
potrebbero forse, se necessario, rappresentare quegli “intermediari” cui
Guénon faceva allusione, come vedremo più avanti.
[71] La
Crise du Monde moderne, pp. 130-131. Questa
citazione e quelle che si troveranno più avanti sono tratte dall’edizione del
1946.
[72] Ibid., p. 128.
[73] Ibid., p. 128.
[74] E per la realizzazione di condizioni
più favorevoli per il lavoro spirituale di ciascuno (Nota di J. R.).
[75] Ibid., p. 132. – Dev’essere ben chiaro che lo “scopo” cui René
Guénon allude qui è lo scopo d’ordine generale e cosmologico verso il quale
tende la sua opera, lo “scopo” per ciascuno nel suo singolo, potendo essere
solo la propria realizzazione spirituale, considerata indipendentemente dalle
conseguenze che possono risultarne per l’ambiente. Ma le due cose non
s’escludono, nel senso che la partecipazione al lavoro tendente allo scopo
generale può diventare per coloro che vi si dedicano, un “mezzo” tra altri per il
raggiungimento dello scopo spirituale,
qualsiasi azione conforme alla Volontà del Cielo potendosi integrare nel karma-yoga
che inevitabilmente comporta ogni realizzazione iniziatica.
Lettera e Spirito
Rivista di Studi Tradizionali
No 3 – giugno 2018
A. C. Pardes
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