Numero speciale di Études Traditionnelles del 1951 pubblicato in occasione della scomparsa di René Guénon

 

Indice

Presentazione                                                         3

Ananda K. Coomaraswamy

Saggezza orientale e sapere occidentale                    5

Leopold Ziegler

René Guénon e il superamento del mondo moderno    13

Michel Vâlsan

La funzione di René Guénon e il destino dell’Occidente 16

Frithjof Schuon

L’opera                                                                   48

Luc Benoist

Prospettive generali                                                 53

André Préau

René Guénon e l’idea metafisica                               62

Jean Thamar

Come situare l’opera di René Guénon                        67

J. C.

Alcune osservazioni a proposito dell’opera di René Guénon 72

Marco Pallis

René Guénon e il Buddismo                                      86

Paul Chacornac

La vita semplice di René Guénon                               93

Gonzague Truc

Ricordi e prospettive su René Guénon                        105

Frans Vreede

In memoriam René Guénon                                      110

Mario Meunier

René Guénon precursore                                          112

Jean Reyor

L’ultima veglia della notte                                        114

 


Presentazione

Non appena fu nota la notizia della morte di René Guénon, molti am­miratori del nostro rimpianto collaboratore esprimettero il desiderio che dedicassimo un numero speciale degli Études Traditionnelles alla sua persona e alla sua opera. I nostri abituali collaboratori e altri scrit­tori si mostrarono lieti di trovare con ciò un’opportunità di testimo­niare la loro stima e riconoscenza per colui che fu incontestabilmente nel nostro tempo l’interprete autorizzato della dottrina tradizionale.

Vorremmo ringraziare tutti coloro che hanno gentilmente contribui­to al presente numero e in particolare gli scrittori che non fanno parte della nostra redazione e cui siamo lieti di dare il benvenuto:

Sig. Leopold Ziegler, dottore honoris causa dell’Università di Marburg, membro dell’Accademia delle scienze e lettere di Magonza, autore d’importanti opere d’ispirazione tradizionale: Gestaltwandel der Götter (Trasformazione degli Dei), che ha valso al suo autore il Premio Gœthe; Der ewige Buddha (Il Buddha eterno); Überlieferung (Tradizione); Menschwerdung (Divenire uomo), che il noto storico Reinhold Schneider ha indicato come il più importante libro tedesco pubblicato negli ultimi cent’anni.

Sig. Marco Pallis, il cui diario di viaggio in Tibet: Peaks and Lamas ha avuto diverse edizioni in Inghilterra e in America, e che ci ha gentilmente permesso di pubblicare negli Études Traditionnelles un im­portante capitolo di quest’opera.

Sig. Frans Vreede, alto funzionario del Ministero dell’Istruzione della Repubblica d’Indonesia e responsabile dell’insegnamento della filosofia indù all’Accademia Nazionale di Giacarta.

Sig. Mario Meunier, il sapiente ellenista traduttore di Platone, di Plutarco, di Sallustio, di Sinesio, ecc.

Sig. Gonzague Truc, critico e storico la cui opera Notre Temps con-corda nelle sue conclusioni con Orient et Occident e La crise du Monde moderne.

Sig. Luc Benoist, ben noto per i suoi lavori sulla storia dell’Arte e i cui libri La cuisine des Anges e Art du Monde sono fortemente segnati dal pensiero tradizionale, e che ci ha gentilmente promesso una serie di studi per la nostra rivista.

Desideriamo anche esprimere la nostra gratitudine agli autori e alla direzione dei periodici che hanno reso omaggio a René Guénon. Ri­corderemo in particolare gli studi del sig. Paul Sérant apparsi in Combat del 10 gennaio e in Rivarol del 25 gennaio; del sig. François Bruel, pubblicato in Carrefour del 16 gennaio; del sig. Olivier de Carfort in Réforme; del sig. André Rousseaux nel Figaro Littéraire del 3 febbraio; del sig. Jacques Masui in Les Cahiers du Sud di giugno e del sig. G. de Saint-Jean in Le Symbolisme di giugno-luglio-agosto. Ringraziamo anche la direzione della rivista inglese The speculative Mason, che ha riprodotto integralmente l’eccellente studio del sig. François Bruel.

Abbiamo ancora solo una parola da dire sul contenuto del presente numero. Non è l’espressione del pensiero di alcuna organizzazione o gruppo. Gli autori di cui presentiamo i testi provengono dai più diver­si orizzonti spirituali e hanno in comune solo un uguale rispetto per la Tradizione. Necessariamente, l’opera di René Guénon doveva risuo­nare su ognuno di loro in un modo diverso e, d’accordo sui principi, possono differire su questioni, anche importanti, che non sono dell’or­dine dottrinale, ma è proprio la ragion d’essere della nostra rivista quella di permettere che tutti i punti di vista siano espressi nell’ambito dei principi tradizionali.

Paul Chacornac e Jean Reyor

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Saggezza orientale e sapere occidentale *

 

Ananda K. Coomaraswamy

 

Orient et Occident e La Crise du Monde moderne sono, a eccezione de L’Homme et son devenir che apparve sotto altri auspici (Londra, Rider, 1928), i primi volumi di una serie in cui tutte le opere del sig. René Guénon già pubblicate in francese appariranno in lingua inglese. Il sig. René Guénon non è un “orientalista”, ma quel che gli Indù chia­merebbero un Guru. Ha vissuto prima a Parigi, ora, da molti anni, in Egitto, dove le sue relazioni sono islamiche.

La sua Introduction générale à l’étude des doctrines hindoues apparve nel 1921. Come preliminare ai suoi successivi lavori sulla filosofia tra­dizionale, a volte chiamata philosophia perennis (e si deve sottintendere universalis, giacché questa “filosofia” è stata l’eredità comune di tutta l’umanità senza eccezione), Guénon ha sgombrato il terreno da ogni falsa concezione in due importanti volumi, di una lettura talvolta fati­cosa, ma in nessun modo inutile: L’Erreur spirite, un’opera alla quale la Bhagavad-Gîtâ XVII, 4 «sono uomini delle tenebre coloro che ren­dono un culto ai morti e agli spiriti» avrebbe potuto servire da epigrafe (Parigi, 1923), e Le Théosophisme, histoire d’une pseudo-religion (Parigi, 1921). Sono stati seguiti da L’Homme et son devenir selon le Vêdânta e L’Ésotérisme de Dante (Parigi, 1925), Le Roi du Monde (Parigi, 1927), Saint Bernard (Marsiglia, 1929), Autorité spirituelle et pouvoir temporel (Parigi, 1929), Le Symbolisme de la Croix (Parigi, 1931), Les États mul­tiples de l’Être (Parigi, 1932) e La Métaphysique orientale (Parigi, 1939), una conferenza tenuta alla Sorbona nel 1925.

Nel frattempo, importanti articoli di René Guénon apparvero mensil­mente ne Le Voile d’Isis, in seguito Études Traditionnelles, rivista che fu, sotto molti aspetti, unica, ma il cui destino è sconosciuto a questo punto dopo il numero apparso nel maggio 1940[1]. Questa rivista era consacrata alla “tradizione perpetua e unanime rivelata tanto dai dogmi e dai riti delle religioni ortodosse quanto dal linguaggio universale dei simboli iniziatici”.

Tra gli articoli che sono apparsi altrove, attireremo l’attenzione su L’ésotérisme islamique pubblicato ne Les Cahiers du Sud dell’anno 1935. Estratti dell’opera di Guénon con alcuni commenti sono apparsi in Triveni (1935) e ne The Visva-bharati quarterly (1935-1938).

Il linguaggio di Guénon è al tempo stesso preciso e chiaro e perde ine­vitabilmente nella traduzione; la materia trattata è di un interesse accatti­vante, almeno per chiunque tenga a quel che Platone chiama le cose real­mente serie. Tuttavia, è stato spesso trovato poco gradevole, in parte per le ragioni già date abbastanza paradossalmente da un critico del Meister Eckhart di Blakney nel Harvard Divinity School Bulletin (XXXIX, 1942, p. 107), che dice che «in un’epoca in cui si crede alla personalità e al personalismo, l’impersonalità del misticismo è sconcertante; e in un’e­poca che si sforza di gettare uno sguardo più acuto nella storia, l’indif­ferenza dei mistici per gli eventi del tempo è sconcertante».

Quanto alla storia, le seguenti righe di Guénon: «colui che non può uscire dal punto di vista della successione temporale e considerare tutte le cose in modo simultaneo è incapace della minima concezione dell’or­dine metafisico» (La Métaphysique orientale, p. 17) completano in mo­do adeguato la definizione di Jacob Böhme de «la storia che una volta avvenne» come «puramente e semplicemente la forma (esteriore) del cri­stianesimo» (Sig. Rerum, XV, 24). Per gli Indù, gli eventi del Rig-Vêda sono “ora-sempre” e senza data, e la Lîlâ di Krishna “non è un evento storico”; la fiducia del Cristianesimo in presunti “fatti” storici sembra essere la sua grande debolezza. Il valore della storia letteraria è irrisorio per la dossografia ed è per questa ragione che tanti Indù ortodossi hanno pensato che gli studi occidentali fossero un “crimine”: il loro interesse non è in “ciò che gli uomini hanno creduto” ma nella verità.

Un’altra difficoltà sta nello stile intransigente di Guénon: «La civiltà occidentale è un’anomalia, per non dire una mostruosità». A questo proposito, un critico (Betty Heimann in BSOAS, X, 1942, p. 1048) ha detto che «delle vedute così radicali non possono essere condivise nem­meno dai critici delle imprese occidentali». Avremmo creduto che ora che il loro esito è sotto i nostri occhi, la verità del giudizio di Guénon avrebbe potuto essere riconosciuta da tutti gli Europei senza pregiudizi; in ogni caso, il professor La Piana ha detto che «quella che chiamiamo la nostra civiltà è solo una macchina omicida senza coscienza e senza ideale” (Harvard Divinity School Bulletin, XXVII, 27) e avrebbe anche ben potuto dire “suicida” invece d’omicida. Sarebbe molto facile citare le innumerevoli critiche dello stesso genere; Sir S. Radhakrishnan sostie­ne, ad esempio, che «la civiltà non vale la pena d’essere salvata se con­tinua sulle stesse basi» (Eastern Religions and Western thought, p. 257) e questo sarebbe difficile da negare; il professor A. N. White Head ha parlato altrettanto vigorosamente: «Resta lo sfoggio della civiltà senz’al­cuna delle sue realtà» (Adventures of ideas, 1933, p. 1358).

In ogni caso, se vogliamo leggere Guénon, dobbiamo disfarci di questa prospettiva temporale e ingenua che ha così lungamente e così compiacentemente considerato un progresso continuo dell’umanità culminante nel XX secolo, e consentire almeno a chiederci se non v’è stata una continua caduta “dall’età della pietra fino ad ora”, come mi disse una volta uno degli uomini più eruditi degli Stati Uniti. Non è con la “scienza” che possiamo essere salvati, «Il possesso delle scien­ze, se non ingloba la migliore, sarà utile solo in alcuni rari casi, ma il più delle volte sarà dannoso al suo possessore» (Platone, Alcibiade II, 144 b.). «Siamo obbligati a riconoscere che la nostra cultura europea è unicamente una cultura della ragione e dei sensi» (Worrington, Form in Gothic, p. 75); «la prostituzione della scienza può condurre a una catastrofe mondiale» (Leroy Waterman in JAOS, LVIII, 410); «la nostra dignità e il nostro interesse esigono che noi siamo i dirigenti e non le vittime del progresso tecnico e scientifico» (Herbert Morison in The British Association report, science and world order, gennaio 1942, p. 33); «pochi negheranno che il XX secolo ci abbia finora portato un’amara delusione» (professor J. M. Mecklin in The Passing of the Saint, p. 197); «dobbiamo ora affrontare la bancarotta completa in tutti gli ambiti della vita» (Lionel Giles in Luzac’s oriental list). Eric Gill parla della “mostruosa disumanità” dell’industrialismo e del modo di vivere mo­derno come «né umano né normale né cristiano … è il nostro modo di pensare che è bizzarro e snaturato» (Autobiography, pp. 145-174-279).

Il nostro sentimento di frustrazione è forse il segno più incoraggiante del nostro tempo. Abbiamo insistito su queste cose perché è solo a coloro che sentono questa frustrazione e non a coloro che credono an­cora nel progresso che Guénon si rivolge; per coloro che sono soddi­sfatti, tutto ciò ch’egli ha da dire parrà assurdo.

Le reazioni dei Cattolici romani sono molto istruttive. Uno di loro ha osservato che Guénon è un “metafisico serio” convinto della verità che espone e ardente nel dimostrare l’unanimità delle tradizioni orientali e scolastiche, e quest’autore osserva che «in questioni simili, la fede e la comprensione devono andare di pari passo» (Walter Shewring in Weekly review, gennaio 1939). Crede ut intelligas è un consiglio di cui gli studenti moderni farebbero bene a tener conto; è forse proprio perché non abbiamo creduto che non abbiamo ancora capito l’Oriente. Lo stesso autore scrive d’Orient et Occident: «René Guénon è uno dei rari scrittori del nostro tempo la cui opera sia davvero importante … Egli difende il primato della pura metafisica su tutte le altre forme di conoscenza e si presenta come l’interprete di una superiore tradizione del pensiero, a predominanza orientale ma condivisa nel Medioevo dagli scolastici dell’Occidente … È chiaro che la posizione di Guénon non è quella dell’ortodossia cristiana ma molte, forse la maggior parte delle sue tesi, sono, in realtà, più in accordo con l’autentica dottrina tomista di quanto non lo siano molte opinioni di cristiani pii ma malin­formati» (Weekly review, 28 agosto 1941). Faremmo bene a ricordarci che anche san Tommaso d’Aquino non disdegnava di fare uso di “prove intrinseche e probabili” provenienti da filosofi “pagani”.

Gérald Vann, peraltro, commette l’errore annunciato nel titolo del suo articolo The Orientalism of René Guénon (in New English Weekly, settembre 1941) giacché non si tratta di un nuovo “ismo” né di un’antitesi geografica, ma di un’antitesi tra la teoria tradizionale e l’empirismo moderno. Vann si lancia in difesa di quello stesso Cristia­nesimo in cui Guénon vede quasi l’unica possibilità di salvezza del­l’Occidente; unica possibilità, non perché non vi siano altri corpi di verità, ma perché la mentalità dell’Occidente è adattata a una religione esattamente di questo tipo e perché ne ha bisogno. Ma se il cristianesimo doveva fallire, è semplicemente perché le sue prospettive intellettuali sono state sommerse ed esso è divenuto un codice morale piuttosto che una dottrina dalla quale tutte le applicazioni possono e debbono essere derivate. A malapena due frasi consecutive di certi sermoni di Meister Eckhart sarebbero comprensibili in un’ordinaria congregazione moder­na, che non si aspetta dottrina ma attende solo che gli si dica come comportarsi. Se Guénon vuole che l’Occidente studi la metafisica orientale, non è perché è orientale, ma perché è la metafisica. Se la metafisica orientale differisse dalla metafisica occidentale – come la vera filosofia differisce da quella che viene spesso così definita nelle nostre università moderne – l’una o l’altra non sarebbe la metafisica. È dalla metafisica che l’Occidente s’è allontanato nella sua disperata impresa per vivere di solo pane, un’impresa i cui frutti da Mar morto sono sotto i nostri occhi. È solo perché quella metafisica si mantiene ancora come una potenza di vita nelle società orientali – nella misura in cui non sono state corrotte dal disseccante contatto con la civiltà occidentale o piuttosto con la civiltà moderna (giacché l’opposizione non è tra Oriente e Occidente come tali, ma tra “quelle vie che il resto dell’umanità segue in modo del tutto naturale” e quei cammini che dal Rinascimento ci hanno portato nell’impasse presente) – e non per orientalizzare l’Occidente ma per riportarlo alla coscienza delle radici della propria vita e dei valori che sono stati svalutati nel senso più sinistro che Guénon ci chiede di rivolgersi a Oriente. Non vuol dire, e mostra chiaramente che non vuol dire, che gli Europei dovrebbero diventare Indù o Buddisti, ma piuttosto che essi, che non arrivano a nulla con lo studio della “Bibbia quale letteratura” o lo studio di Dante “come poeta” dovrebbero riscoprire il loro Cristianesimo o, il che è lo stesso, Platone (“Questo Sommo Sacerdote” come lo chiama Meister Eckhart). Siamo sovente stupiti dell’immunità degli uomini nei con­fronti dell’Apologia o del settimo capitolo della Repubblica; supponia­mo che sia perché non vogliono sentire la parola: «Sebbene ve ne fu uno che resuscitò dai morti».

La pubblicazione d’Orient et Occident non pone solo un problema teorico (dobbiamo ricordare al lettore moderno che, dal punto di vista della filosofia tradizionale, “teorico” non è per niente un termine spre­giativo) ma anche un problema pratico urgente. Pearl Buck domanda: «Perché i pregiudizi sono così forti attualmente? La risposta, a me sembra, è facile. I mezzi di trasporto e altre circostanze hanno costretto parti del mondo una volta lontane le une dalle altre a entrare attual­mente in uno stretto contatto cui i popoli non sono né psichicamente né spiritualmente preparati … Non è necessario credere che questa fase iniziale debba continuare. Se coloro che sono preparati a fare da interpreti vogliono fare il proprio lavoro, troveremo forse da qui a una generazione o due, o anche prima, che l’avversione e il partito preso saranno scomparsi. Questo è possibile solo se misure forti e tempestive sono prese dai popoli per rimanere mentalmente all’altezza del proble­ma posto della crescente prossimità cui la guerra ci costringe» (Asia, marzo 1942). Ma se ciò dovesse accadere, l’Occidente dovrà abbando­nare ciò che Guénon chiama “la sua furia di proselitismo”, espressione che non va riferita soltanto all’attività dei missionari cristiani, per quanto deplorevole a volte sia, ma all’attività di tutti i distributori di “civiltà” moderna e a quella di quasi tutti gli “educatori” che pensano d’avere più da dare che da ricevere da quelli che sono spesso chiamati i popoli “arretrati” o “che non progrediscono”; all’attività di tutti colo­ro ai quali non viene in mente che si può non volere il progresso o non averne bisogno quando si sia raggiunto uno stato d’equilibrio che con­tribuisce già alla realizzazione di quelli che si considerano come i più grandi scopi della vita.

È in quanto manifestazione di buona volontà e delle migliori inten­zioni che questa furia di proselitismo assume gli aspetti più pericolosi. Proprio quest’anno, il Vicepresidente Wallace ha detto che «le nazioni più antiche[2] avranno il privilegio d’aiutare le nazioni più giovani ad avanzare nel cammino dell’industrializzazione … Man mano che le loro masse imparano a leggere e a scrivere e a diventare dei meccanici produttivi (quel che Aristotele chiama “utensili viventi” e noi “schiavi prezzolati” o “braccia”!) il loro tenore di vita raddoppierà e tripliche­rà». Per molti, questo non può che ricordare la favola della volpe che perse la coda e convinse le altre a tagliare la loro … L’industrializza­zione dell’Oriente può essere inevitabile ma non diamo il nome di benedizione al fatto che un uomo sia ridotto al livello del proletariato e non affermiamo per di più che un tenore di vita materiale più elevato comporta necessariamente una maggiore felicità. L’Occidente scopre solo ora, con suo grande stupore, che le «attrattive materiali, vale a dire il denaro e le cose che il denaro può comprare non sono in alcun modo una forza tanto irresistibile quanto s’era supposto»; «Al di là del livello di mantenimento, la teoria secondo cui questo stimolo sarebbe categori­co è largamente un’illusione» (National Research Council, Fatigue of Workers, 1942, p. 143). Quanto all’Oriente, come dice Guénon: «L’uni­ca impressione che le invenzioni meccaniche, ad esempio, producono sulla generalità degli Orientali, è un’impressione di profonda repulsio­ne; tutto questo pare loro sicuramente molto più fastidioso che vantag­gioso e, se si trovano costretti ad accettare certe necessità dell’epoca attuale, è con la speranza di sbarazzarsene un giorno o l’altro … Ciò che gli Occidentali chiamano elevarsi, vi sono alcuni che, per quanto li riguarda, lo chiamerebbero abbassarsi; questo è ciò che ne pensano tutti gli Orientali» (Orient et Occident, pp. 38, 64).

Non bisognerebbe supporre perché, per legittima difesa, tanti popoli orientali ci hanno imitato, che abbiano con ciò accettato i nostri valori; al contrario, è proprio perché l’Oriente conservatore nega ancora tutti i pregiudizi sui quali riposa la nostra illusione di progresso che merita la nostra più seria considerazione.

Non v’è nulla nei contatti economici che sia capace di ridurre auto­maticamente il pregiudizio o di provocare la reciproca comprensione. Anche quando gli Europei vivono in mezzo agli Orientali, «il contatto economico tra Orientali e Occidentali è praticamente l’unico contatto che vi sia. Vi sono scarsissimi scambi sociali o religiosi tra i due. Cia-scuno vive in un mondo interamente chiuso all’altro, e per “chiuso” intendiamo non solo “sconosciuto” ma di più: incomprensibile e inac­cessibile» (J. H. Boeke, Structure of Netherlands Indian Economy, 1942, 68). Ciò costituisce un’alleanza disumana con cui entrambe le parti sono disonorate.

Non bisogna neanche supporre che l’Oriente creda importante che le masse imparino a leggere e a scrivere. L’istruzione è praticamente una necessità in una società industriale, in cui la tenuta dei conti è di grande importanza. Ma in India, nella misura in cui i metodi d’educazione occidentali non sono stati imposti dall’esterno, qualsiasi istruzione su­periore è impartita oralmente, e l’avere ascoltato è molto più importante d’aver letto. Nello stesso tempo, il contadino, impedito dalla sua igno­ranza e dalla sua povertà a divorare giornali e riviste che formano la lettura quotidiana e quasi l’unica lettura della grande maggioranza dei “letterati” occidentali, è, come i fattori Beoti d’Esiodo, e ancor più come gli Highlander che parlavano gaelico prima dell’era delle scuole prima­rie, del tutto edotti della letteratura epica di profondo significato spiri­tuale, e di tutta una poesia e musica di valore incalcolabile; e non si può che rimpiangere l’estensione di un’“educazione” che comporta la distru­zione di tutte queste cose o le conserva solo come curiosità sotto la copertina dei libri. Per dei bisogni culturali, non è importante che la massa sia alfabetizzata; non è necessario che chiunque sia alfabetizzato; è necessario solo che tra il popolo vi siano dei filosofi (nel senso tradi­zionale, non nel senso moderno della parola) e che il profano conservi un profondo rispetto per la vera conoscenza, il che è all’opposto dell’at­teggiamento americano nei confronti di un “Professore”. Sotto quest’a­spetto, l’intero Oriente è ancora di gran lunga avanti all’Occidente e di conseguenza la cultura dell’élite esercita sulla società in generale un’in­fluenza ben più profonda di quella che il “pensatore” specializzato del­l’Occidente potrebbe mai sperare d’esercitare.

Tuttavia, ciò che interessa soprattutto Guénon, non è la protezione dell’Oriente contro le incursioni sovversive della “cultura” occiden­tale, ma piuttosto questa questione: quale possibilità di qualche rigene­razione può essere considerata per l’Occidente? La possibilità esiste solo nel caso di un ritorno ai principi originari e ai modi di vivere normali che procedono dall’applicazione dei principi originari alle cir­costanze contingenti; e poiché è solo in Oriente che le cose sono ancora viventi, è verso l’Oriente che l’Occidente deve voltarsi … «È l’Occi­dente che deve prendere l’iniziativa, ma per andare veramente verso l’Oriente, non per cercare di tirare l’Oriente a sé come ha fatto finora. Quest’iniziativa, l’Oriente, non ha alcuna ragione di prenderla, anche se le condizioni del mondo occidentale non fossero tali da rendere inutile qualsiasi sforzo in questo senso … Ci rimane ora da indicare come tale tentativo può essere considerato» (Orient et Occident, pp. 145-146).

Si appresta a dimostrare che il lavoro dev’essere svolto nei due do­mini della metafisica e della religione e può essere intrapreso solo al più alto livello intellettuale, dove un accordo sui principi originari può essere raggiunto, lungi da qualsiasi propaganda o addirittura da ogni apologia della “civiltà occidentale”.

Il lavoro dev’essere intrapreso, perciò, da un’“élite”. Ora, siccome quello che Guénon vuol dire è qui, più che altrove, suscettibile d’es­sere volontariamente frainteso, dobbiamo comprendere chiaramente ciò che intende per una tale élite. L’opposizione tra Oriente e Occidente essendo solo “accidentale” il ravvicinamento di queste due porzioni dell’umanità e il ritorno dell’Occidente a una civiltà normale sono una sola e stessa cosa. «L’élite lavorerà prima per se stessa, poiché, natu­ralmente, i suoi membri raccoglieranno dal proprio sviluppo un bene­ficio immediato e indiscutibile» (Orient et Occident, p. 184). Un ri­sultato indiretto, “indiretto” perché, a questo livello intellettuale non si pensa a “fare del bene” agli altri o a “servire” ma si cerca la verità per­ché se ne ha bisogno per se stessi – potrebbe, in condizioni favorevoli, indurre un «ritorno dell’Occidente a una civiltà tradizionale», cioè a una civiltà in cui «tutto appare come l’applicazione e il prolungamento di una dottrina puramente intellettuale o metafisica nella sua essenza» (Orient et Occident, pp. 215-216).

René Guénon insiste ripetutamente sul fatto che con tale élite egli non intende un corpo di specialisti o di eruditi che assorbirebbe e im­porrebbe all’Occidente le forme di una cultura straniera o addirittura che persuaderebbe l’Occidente a ritornare a una civiltà tradizionale co­me quella che esisteva nel Medioevo. La cultura tradizionale si svilup­pa attraverso l’applicazione dei principi alle contingenze; i principi, infatti, sono immutabili e universali, ma proprio come nulla può essere conosciuto se non nel modo del conoscente, così nulla di valido può essere realizzato socialmente senza tener conto delle caratteristiche de­gli interessati e in particolare delle circostanze del tempo in cui vivono. Non v’è da sperare in una “fusione” delle culture; un’élite non avrebbe in vista niente di simile a un “eclettismo” o a un “sincretismo”. Nello stesso modo, mai una tale élite sarebbe organizzata in modo da eserci­tare un’influenza così diretta come quella, ad esempio, che i tecnocrati vorrebbero esercitare per il bene dell’umanità. Se una tale élite mai nascesse, la stragrande maggioranza degli Occidentali non ne saprebbe nulla; essa agirebbe soltanto come una sorta di lievito, e certamente a favore di, e non contro ciò che può sopravvivere d’essenza tradizionale nei domini dell’Ortodossia greca e del cattolicesimo romano, per esempio. È, infatti, una cosa curiosa che alcuni dei più potenti difenso­ri del dogma cristiano si trovino tra gli Orientali che non sono essi stessi cristiani o suscettibili di divenire mai cristiani, ma riconoscono nella tradizione cristiana un’incarnazione della verità universale che Dio non ha mai, né da nessuna parte, lasciato senza testimonianza.

Nel frattempo, René Guénon domanda: «… questo sarebbe vera­mente il “principio della fine” per la civiltà moderna? … perlomeno, molti indizi devono dar da riflettere a coloro che ne sono ancora capa­ci; l’Occidente arriverà a riprendersi in tempo?». Pochi negheranno che non siamo di fronte alla possibilità di una totale disintegrazione della cultura. Siamo in guerra con noi stessi e perciò in guerra gli uni contro gli altri. L’Occidentale è squilibrato e la domanda: può ripren­dersi? è di un’impellenza assai reale. Nessuno di coloro cui la doman­da si presenta può permettersi d’ignorare gli scritti del miglior interprete contemporaneo della Saggezza tradizionale, che non è più essenzialmente orientale di quanto non sia occidentale, sebbene forse sia solo nelle parti più lontane della terra che ci si ricorda ancora d’essa e che dev’essere ricercata.


René Guénon e il superamento del mondo moderno *

 

Leopold Ziegler

 

Con René Guénon, strappato così prematuramente al mondo, perdia­mo uno di quei rari uomini che hanno stabilito e fissato nella loro stessa opera la misura che permette di determinarne l’importanza. Fon­datore o rinnovatore della dottrina della tradizione integrale, quella che abbiamo chiamato la “tradizione sana” (heile Überlieferung), Guénon, di fronte al processo di declino che travolge irresistibilmente la nostra generazione, fa appello all’unica forza contraria da cui possa ancora venire la salvezza. Disprezzando i tanti progetti di trasformazione eco­nomica e sociale, i quali quasi tutti non fanno che prolungare la serie delle rivoluzioni che si sono scaglionate dalla fine del Medioevo, Gué­non, fin dall’inizio della sua opera, va dritto alla soluzione che riguar­da l’uomo nella sua interezza: c’impone, come compito imperioso, il ritorno al bene comune ed ereditario dell’umanità – a quella tradizione integrale, precisamente, che potremmo anche chiamare il “sapere pri­mordiale”, quello che eleva l’uomo al di sopra dell’animalità, o ancora la “rivelazione primordiale”, a dire il vero perduta, ma non definitiva­mente scomparsa.

Infatti, sebbene invitarci così a ricordare la tradizione sana significhi riconoscere ch’essa è stata dimenticata, è anche d’altra parte ammette­re che possa essere ritrovata e vivificata. Ma come riuscirvi? Per Gué­non, come per noi stessi, va da sé che occorre rinunciare ad applicare i metodi scientifici, i metodi razionali ereditati dai Greci, che qui non possono che fallire. Bisogna quindi ritornare a dei modi di conoscenza pre- ed extra-scientifici; e, quel che conferisce nuovamente a Guénon una posizione unica, è il mezzo che attua nel suo grande sforzo per superare la “crisi del mondo moderno” – ammesso che per questo non sia già troppo tardi. Questo mezzo si presenta sotto un aspetto duplice. In primo luogo Guénon si reca in un paese in cui parti importanti della tradizione sana sono ancora trasmesse oralmente di generazione in ge­nerazione nelle organizzazioni, confraternite, ordini più o meno segreti dell’Oriente. È da questo punto di vista che devono essere compresi e apprezzati sia il suo ricollegamento all’Islam sia il suo ingresso nella branca egiziana di un ordine sufi. Egli trova così la possibilità, di cui sa così ben servirsi, di penetrare per così dire organicamente nei due immensi domini delle tradizioni arabo-musulmane e indo-brahmaniche e diventare così egli stesso uno di quei mediatori tra l’Oriente e l’Oc­cidente che ormai non possono essere trascurati.

Tutto ciò nondimeno rappresenta solo le condizioni esteriori di un processo interno di trasformazione, mediante il quale l’uomo qualifica­to, seguendo una via meditativa, poi contemplativa, è iniziato di grado in grado ai misteri della tradizione sana. Per chi unisce così in una stessa visione l’Essere e il Non-Essere, in modo iniziatico e “opera­tivo”, la conoscenza coincide con la realizzazione, così come per lui s’identificano, nella loro base, ontologia, metafisica e teologia. Solo l’avvenire potrà esprimere un giudizio definitivo su quest’irruzione di una modalità di conoscenza pre-, extra- e sovra-scientifica nel nostro presente perplesso e travagliato, che conosce solo le scienze specializ­zate e indipendenti. Bisogna lasciare all’avvenire la cura di confron­tare questo tentativo con analoghi sforzi della nostra epoca, tentativi di ritornare a una conoscenza che sia essenzialmente una realizzazione. Sotto quest’aspetto, mi limiterò qui a menzionare il modo in cui, nel corso degli ultimi anni, Heidegger, riallacciandosi ai presocratici, ha richiamato una conoscenza pre- e sovra-scientifica sia – si può ben dirlo – a partire dal linguaggio sia dalla manifestazione immediata che dà dell’Essere. Nello stesso modo bisognerebbe esaminare attentamen­te i punti di contatto, inevitabili nel nostro tempo, tra Guénon e l’an­troposofia, e anche, proprio dove s’avvicinano l’uno all’altra, le loro divergenze su ciò che è tradizione autentica e falsa tradizione. Infine, per coloro che, restando fedeli al Cristianesimo, cercano quel che è al di sopra delle opposizioni dogmatiche e delle scissioni tra Chiese, per costoro si tratta di definire l’esatta relazione da stabilire tra la tradizio­ne integrale e la tradizione propriamente cristiana, sia essa evangelica, cattolica o ortodossa.

Quando nel 1934 mi è stato chiesto di presentare René Guénon al pubblico tedesco[3] – nessuno l’aveva ancora fatto –, ho creduto di poter parlare di lui come del rappresentante autorizzato di una “Francia se­greta”. Ero allora perfettamente consapevole di quanto quest’espressio­ne fosse arrischiata. Giacché, mentre almeno dall’epoca romantica, c’è sempre stata una “Germania segreta”, l’idea di una “Francia segreta” pareva inconciliabile con il fatto, antico e importante, che la Francia, in questo anche più favorita di noi, concede naturalmente a ogni scrit­tore un pubblico tale che lo scrittore tedesco stenta a conoscere nel suo paese. Questo resta vero per la Francia di Valery, di Gide e di Claudel. Guénon, anche a questo riguardo, apporterà qualcosa di nuovo, che sarebbe nello stesso tempo qualcosa di molto antico?

Molti indizi nel frattempo suggeriscono che a questa Francia segreta corrispondono un’Austria segreta, un’Italia segreta e di nuovo una Germania segreta, che, a mano a mano che maturano, s’accostano sen­za rumore l’una all’altra. Così la scuola di Vienna, fondata da quello stesso Othmar Spann che ha preceduto Guénon nella morte, ha men­zionato recentemente il gruppo di coloro che chiama i tradizionalisti (Guénon, Evola, Ziegler), stabilendo un accostamento molto stretto tra loro e la “dottrina della totalità” (Ganzheitslehre), oggi predominante in Austria. Supponendo che sia lecito parlare di un gruppo simile, si potrebbe forse trovare nella sua esistenza un ultimo e debole raggio di speranza per l’Occidente, nella lotta che sostiene per non morire. Per troppo tempo l’Europa ha bevuto l’oblio alle acque infernali del Lete, così ha sempre più dimenticato ciò che non avrebbe mai dovuto es­serlo. Il naturale rimedio per questa perdita di memoria, se già non ne manca il tempo, è l’anamnêsis. In prima linea tra coloro che ne hanno fatto ricorso combatteva René Guénon. Oggi, davanti alle sue spoglie mortali, coloro che lottano per la stessa causa abbrunano rispettosa­mente le comuni bandiere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


La funzione di René Guénon e il destino dell’Occidente *

 

Michel Vâlsan

 

«E gli stolti diranno: “Chi li ha sviati dalla qibla che avevano prima?” Dì: “Ad Allah appartiene l’Oriente e l’Occidente, Egli guida chi vuole sulla Retta Via”».

E così facemmo di voi una comunità mediatrice, affinché siate testimoni presso i popoli e l’Inviato sia testimone presso di voi. …

Corano, II, 142-143.

 

La scomparsa dell’uomo permette di considerare l’insieme dell’ope­ra sotto prospettive diverse da quelle che si potevano avere quando era ancora in vita. Fintantoché svolgeva la sua attività e dunque non si poteva assegnare un termine alla sua funzione, né una forma definitiva al suo lavoro che, come si sa, non si limitava alla redazione dei suoi libri, ma s’esprimeva ancora mediante la sua molteplice collaborazione regolare agli Études Traditionnelles (per non parlare delle riviste alle quali aveva collaborato anteriormente) come pure attraverso la sua ab­bondante corrispondenza d’ordine tradizionale, la sua opera si trovava in una certa misura solidale con la sua incommensurabile presenza, discreta e impersonale, ieratica e naturale, ma sensibile e attiva. Ora, tutto questo insieme fissato può essere considerato in certo qual modo in simultaneità: la stessa frattura che segna la fine sigilla la sua portata con un nuovo significato generale. In realtà la prospettiva così aperta ha già occasionato la manifestazione di reazioni che non s’erano pro­dotte finora. Una notorietà nuova venne persino a segnare la morte dell’uomo. Taluni hanno creduto di vedere in certi casi la rottura di una sorta di “cospirazione del silenzio” che, in certi ambienti, sembra­va impedire l’attualizzazione di reali virtualità di partecipazione allo spirito del suo insegnamento. Comunque sia, siamo costretti a consta­tare che, se ci si decide così a prendere atto dell’importanza dell’opera di René Guénon, il modo in cui lo si è fatto non ha rivelato la crescita di comprensione che era auspicabile. Pare persino, in questi casi, che l’interesse nei suoi confronti derivasse piuttosto da un desiderio di prevenire opportunamente un reale sviluppo di tale comprensione e di limitare le conseguenze che ne sarebbero potute derivare. È per questo che tali reazioni sono ora importanti soprattutto da un punto di vista ciclico. E se non vogliamo qui rilevare errori nuovi o già conosciuti, né patenti inesattezze materiali, siano esse dovute all’incapacità dei loro autori o semplicemente alla loro malafede nel momento in cui, tuttavia, l’opera di René Guénon è presente in tutta la sua ampiezza e fissata nel modo più esplicito, ci par necessario precisare il significato che esse acquistano in questo momento. Si può, infatti, trovarvi la più precisa indicazione che certi limiti sono stati raggiunti e che una sorta di “giudizio” v’è implicato.

Tale è precisamente l’impressione che deriva della lettura degli arti­coli e degli studi comparsi quest’anno nelle pubblicazioni cattoliche e massoniche. Sappiamo tuttavia che, per grande fortuna, in questi due ambienti non mancano i casi di una migliore e persino di un’eccellente comprensione, ma una certa riserva, disciplinare diremo, impedisce che quest’eccezioni, da parte cattolica soprattutto, cambino il tono ge­nerale. Eppure questa sorta di censura potrebbe solo scoraggiare ancora le ultime speranze di un allargamento dell’orizzonte spirituale di questi stessi ambienti; e i limiti che appaiono così non sfuggono a coloro che sanno quali sono le condizioni per una rivivificazione dell’intellettua­lità occidentale in generale e per una conclusione della profonda crisi del mondo moderno.

Ma, per fortuna, vi sono ancora altri ambienti intellettuali in cui l’opera di René Guénon, in modo imprevisto, ora penetra, e questo apre persino nuove prospettive sull’estensione dell’influenza che essa può esercitare nel futuro.

L’occasione riassuntiva in cui facciamo queste constatazioni, ci per­mette di rievocare qui le prospettive generali formulate da René Gué­non dall’inizio della serie coerente e graduata di espressioni dottrinali con cui egli aveva contrassegnato la posizione dell’Occidente, le sue possibilità future e le manifestazioni successive di fattori e di circo­stanze che aprivano possibilità positive o le annullavano. Pur suppo­nendo nei nostri lettori la conoscenza dell’insieme delle idee che do­minano la questione occidentale, ne ricorderemo qui, in pochi cenni, i punti cardinali necessari all’orientamento del nostro esame.

La condizione suprema dell’essere umano è la conoscenza metafi­sica, che è quella delle verità eterne e universali. Il valore di una civiltà risiede nel grado d’integrazione in essa di tale conoscenza e nelle con­seguenze che essa ne trae per l’applicazione nei diversi domini della sua costituzione; una tale integrazione e irradiazione interiore è possi­bile solo nelle civiltà dette tradizionali, che sono quelle che procedono da principi non umani e sovrindividuali e si fondano su forme d’orga­nizzazione che sono esse stesse l’espressione preveniente delle verità cui debbono far partecipare. Il compito di qualsiasi forma tradizionale è infatti d’offrire all’umanità da essa ordinata l’insegnamento e i mezzi che permettano di realizzare quella conoscenza o di parteciparvi da presso o da lungi, in conformità con le diverse possibilità degli indivi­dui e delle specifiche nature. La misura in cui una forma tradizionale, sia essa di tipo puramente intellettuale o di tipo religioso, detiene questi elementi dottrinali e i corrispondenti metodi, è quindi il criterio sufficiente e decisivo della sua effettiva verità, così come la misura nella quale i suoi membri avranno realizzato le proprie possibilità in quest’ordine sarà il solo titolo che la generazione spirituale di questa forma tradizionale potrebbe presentare in un “giudizio” che riguardas­se quest’ultima e l’insieme della sua umanità.

L’Occidente moderno, con la sua civiltà individualista e materialista, è per sé stesso la negazione d’ogni verità intellettuale propriamente detta, come d’ogni ordine tradizionale normale, e come tale presenta il più patente stato d’ignoranza spirituale che l’umanità abbia mai rag­giunto finora, tanto nel suo insieme quanto in una qualunque delle sue parti. Questa situazione si spiega con l’abbandono dei principi non umani e universali sui quali si fonda l’ordine umano e cosmico, e si caratterizza in modo speciale con la rottura dei normali rapporti con l’Oriente tradizionale e la sua imprescrittibile saggezza.

Il processo secondo cui si compie la decadenza dell’Occidente nel­l’epoca moderna deve, in conformità tanto con la natura delle cose quanto con gli unanimi dati tradizionali, finire normalmente con il rag­giungimento di un certo limite, segnato verosimilmente da una cata­strofe di civiltà. A partire da quel momento un cambiamento di dire­zione appare come inevitabile e i dati tradizionali, tanto d’Oriente quan­to d’Occidente, indicano che si produrrà allora una restaurazione di tutte le possibilità tradizionali che l’attuale umanità ancora comprende, il che coinciderà con una rimanifestazione della spiritualità primordia­le e, nello stesso tempo, le possibilità antitradizionali e gli elementi umani che le incarnano saranno respinti fuori da quest’ordine e defini­tivamente degradati. Ma se la forma generale di questi avvenimenti futuri appare come certa, il destino che in questo “giudizio” sarebbe ri­servato al mondo occidentale e la parte che esso potrebbe avere nella restaurazione finale dipenderanno dallo stato mentale che l’umanità occidentale avrà nel momento in cui quel cambiamento si produrrà, ed è comprensibile che l’Occidente potrà essere incluso in tale restaura­zione solo nella misura in cui avrà ripreso coscienza delle verità fon­damentali comuni a ogni civiltà tradizionale.

L’attuale situazione dell’umanità considerata nel suo insieme impo­ne la convinzione che il risveglio delle possibilità intellettuali dell’Oc­cidente possa realizzarsi solo sotto l’influenza dell’insegnamento del­l’Oriente tradizionale, che conserva sempre intatto il deposito delle verità sacre. Nel nostro tempo quest’insegnamento fu formulato a van­taggio della coscienza occidentale mediante l’opera provvidenziale di René Guénon, che fu l’eletto strumento di un appello supremo e di un sostegno estremo della spiritualità orientale. Emerge così che è in rap­porto a tale presenza di verità che dovrà definirsi l’esatta posizione dell’Occidente in generale e del Cattolicesimo in particolare, in quanto possibile base tradizionale per un’intera civiltà. È nella misura in cui tale testimonianza dell’Oriente sarà stata compresa e ritenuta per il beneficio proprio dell’Occidente, che quest’ultimo avrà risposto a questa “convocazione”, che contiene a un tempo una promessa e un avvertimento.

Nella fattispecie, è bene precisare che lo speciale privilegio che que­st’opera ha di fungere da criterio di verità, di regolarità e di pienezza tradizionale dinanzi alla civiltà occidentale deriva dal carattere sacro e non individuale che ha rivestito la funzione di René Guénon. L’uomo che doveva adempiere tale funzione fu certamente preparato da lonta­no e non improvvisato. Le matrici della Saggezza avevano predisposto e formato la sua entità secondo un’economia precisa, e la sua carriera si compì nel tempo con una costante correlazione tra le sue possibilità e le condizioni cicliche esterne.

È così che, su un essere di una statura e di una potenza intellettuale del tutto eccezionali, che attingeva le sue certezze fondamentali diret­tamente alla fonte principiale, dotato di una sensibilità spirituale prodi­giosa che doveva servire per un compito di riconoscimento e d’identi­ficazione universale della moltitudine di simboli e di significati, carat­terizzato da una forma di pensiero e una maestria d’espressione che appaiono come la diretta traduzione, sul loro piano, della santità e del­l’armonia delle verità universali realizzate in sé, su un tale essere dun­que, unico, come lo è in un altro senso lo stesso mondo cui doveva ri­volgersi e il momento ciclico che gli corrispondeva, le funzioni dottri­nali e spirituali dell’Oriente tradizionale si concentrarono per così dire per una suprema espressione. L’Induismo, il Taoismo e l’Islam, queste tre principali forme dell’attuale mondo tradizionale, rappresentanti ri­spettivamente il Medio Oriente, l’Estremo Oriente e il Vicino Oriente, che sono, nel loro ordine e sotto un certo aspetto, come i riflessi dei tre aspetti di quel misterioso Re del Mondo di cui proprio René Guénon doveva, per primo, dare la definizione rivelatrice, proiettarono i fasci convergenti di una luce unica e indivisibile che mai opera di dottore ebbe a manifestare tanto integralmente e ampiamente su un piano che domina l’insieme delle forme e delle idee tradizionali. Al di là della sua intrinseca veridicità, la bellezza, la maestà e la perfezione di quel monumento all’Intelletto Universale che è la sua opera attestano il do­no più generoso nel suo ordine e costituiscono il miracolo intellettuale più abbagliante prodotto dinanzi alla coscienza moderna. La testimo­nianza dell’Oriente ha così rivestito la forma più prestigiosa e nello stesso tempo più adeguata, il che era d’altronde la condizione della sua maggiore efficacia. È nella considerazione di questa presenza trascen­dente e nello stesso tempo vicina che deve riconoscersi lo spirito del­l’uomo d’Occidente, e prendere coscienza delle sue possibilità di veri­tà in rapporto a un ordine umano totale.

Le idee fondamentali di questa testimonianza sono le seguenti: in­nanzitutto, nell’ordine puramente intellettuale e spirituale, la suprema­zia della conoscenza metafisica su tutti gli altri ordini di conoscenza, della contemplazione sull’azione, della Liberazione sulla Salvezza; da lì, distinzione tra via iniziatica ed intellettuale, da una parte, e via exo­terica, dall’altra, questa con il suo corollario “mistico” nell’ultima fase tradizionale dell’Occidente. Sul piano d’insieme del mondo tradiziona­le: l’identità essenziale di tutte le dottrine sacre, l’universalità intelli­gibile del simbolismo iniziatico e religioso, e l’unità fondamentale di tutte le forme tradizionali.

Quest’unanimità tradizionale non esclude l’esistenza di differenti gradi di partecipazione al comune spirito: questo è meglio rappresen­tato, e anche meglio conservato, dalle tradizioni in cui predomina il punto di vista puramente intellettuale e metafisico: da lì, normale pre­minenza dell’Oriente nell’ordine spirituale. Da questo punto di vista vi sono dunque normalmente, sotto certi aspetti, una gerarchia e dei rap-porti susseguenti tra le diverse tradizioni, come tra le civiltà che loro corrispondono. Il mondo occidentale, da tempi che risalgono ancora più lontano dell’inizio dell’epoca detta storica, e quali che siano state le forme tradizionali che l’organizzavano, generalmente aveva sempre mantenuto con l’Oriente dei rapporti normali, correttamente tradizio­nali, basati su un fondamentale accordo di principi di civiltà. Tale è stato il caso della civiltà cristiana del Medioevo. Questi rapporti sono stati rotti dall’Occidente nell’epoca moderna, di cui René Guénon fa risalire l’inizio molto prima di quanto non si faccia solitamente, cioè al XIV secolo, quando, tra altri fatti caratteristici di questo cambiamento di direzione, l’Ordine del Tempio, che era il principale strumento di quel contatto nel Medioevo cristiano, fu distrutto: ed è interessante no­tare che uno dei rimproveri che sono stati fatti a quest’Ordine era pro­prio d’aver mantenuto delle relazioni segrete con l’Islam, relazioni della cui natura ci si faceva d’altronde un’idea inesatta, giacché erano essenzialmente iniziatiche e intellettuali. Questo stato di cose è andato sempre aggravandosi man mano che la civiltà occidentale perdeva i suoi caratteri tradizionali fino a diventare quella che è al giorno d’og­gi, una civiltà completamente anormale in tutti i campi, agnostica e materialista quanto ai principi, negatrice e distruttrice quanto alle isti­tuzioni tradizionali, anarchica e caotica quanto alla propria costituzio­ne, invadente e dissolvente quanto al suo ruolo verso l’insieme dell’u­manità: il mondo occidentale, dopo aver distrutto la propria civiltà tra­dizionale, si è volto «ora brutalmente, ora insidiosamente»[4] contro tutto l’ordine tradizionale esistente, e particolarmente contro le civiltà orien­tali. È così che l’insegnamento puramente intellettuale esposto da René Guénon si completa con una critica di tutti gli aspetti dell’Occidente attuale. Non sarà qui necessario ricordare in che cosa consista questa cri­tica a un tempo profonda ed estesa, poiché interessa meno il nostro in­tento, e d’altronde questa parte dell’opera di René Guénon ha incontrato generalmente un’accoglienza più facile, molti occidentali essendosi sba­razzati da soli delle abituali illusioni sul valore della civiltà moderna.

Vogliamo precisare ora che, in considerazione della funzione ciclica di René Guénon, le diverse situazioni da lui considerate quanto allo stato dell’Occidente nel momento in cui la sua civiltà avrà raggiunto il punto d’arresto, possono essere legittimamente ricollegate alla reazio­ne che l’intellettualità occidentale avrà davanti alla sua opera. È infatti dal lato intellettuale che il raddrizzamento della mentalità generale poteva realizzarsi, e l’opera di René Guénon si rivolge esclusivamente a coloro che sono capaci innanzitutto di comprendere le verità princi­piali, poi di trarne le conseguenze che s’impongono. L’intellettualità occidentale contemporanea assume così in modo logico una dignità e una responsabilità rappresentative. A questo proposito bisogna ricor­dare che, fin dal suo primo libro, pubblicato nel 1921, l’Introduction générale à l’étude des doctrines hindoues (Conclusione), René Gué­non aveva formulato tre ipotesi principali quanto al destino dell’Occi­dente. La prima «la più sfavorevole è quella in cui nulla verrebbe a sostituire questa civiltà e, scomparendo questa, l’Occidente, abbando­nato d’altronde a se stesso, si troverebbe immerso nella barbarie peg­giore»[5]. Dopo averne sottolineato la possibilità, concludeva che «non è utile insistervi più a lungo perché ci si renda conto di quanto sia in­quietante questa prima ipotesi»[6]. La seconda sarebbe quella in cui «i rappresentanti di altre civiltà, vale a dire i popoli orientali, per salvare il mondo occidentale da questa irrimediabile decadenza, se l’assimile­rebbero con le buone o con le cattive, supponendo che la cosa fosse possibile e che d’altronde l’Oriente vi acconsenta nella sua totalità o in alcune delle sue componenti. Speriamo – diceva – che nessuno sia così accecato dai pregiudizi occidentali da non riconoscere quanto quest’i­potesi sarebbe preferibile alla precedente: in simili circostanze, vi sa­rebbe sicuramente un periodo transitorio contrassegnato da rivoluzioni etniche assai dolorose, di cui è difficile farsi un’idea, ma il risultato finale sarebbe tale da compensare i danni causati fatalmente da una simile catastrofe; l’Occidente dovrebbe però rinunciare alle proprie caratteristiche e si troverebbe assorbito puramente e semplicemente. È per questo – diceva poi René Guénon – che conviene considerare un terzo caso come molto più favorevole dal punto di vista occidentale, quantunque equivalente, a dire il vero, dal punto di vista dell’insieme dell’umanità terrestre, poiché se arrivasse a realizzarsi, l’effetto sareb­be di far scomparire l’anomalia occidentale, non per soppressione co­me nella prima ipotesi ma, come nella seconda, per ritorno all’intellet­tualità vera e normale; ma tale ritorno, invece d’essere imposto e for­zato, o tutt’al più accettato e subito dall’esterno, sarebbe effettuato al­lora volontariamente e come spontaneamente»[7]. Nel seguito della sua esposizione, René Guénon ritornava su queste tre ipotesi «per sotto­lineare più precisamente le condizioni che determinerebbero la realiz­zazione dell’una o dell’altra di esse; a questo riguardo – precisava – tutto dipende evidentemente dallo stato mentale in cui si troverebbe il mondo occidentale nel momento in cui raggiungerebbe il punto d’arre­sto della sua attuale civiltà. Se tale stato mentale fosse allora quale è oggi, sarebbe la prima ipotesi a doversi necessariamente realizzare, poiché non vi sarebbe nulla che possa sostituire quello cui si rinunce­rebbe e, d’altra parte, l’assimilazione da parte di altre civiltà sarebbe impossibile, la differenza delle mentalità arrivando alla contrapposi­zione. Quest’assimilazione, che risponde alla nostra seconda ipotesi, supporrebbe, come condizioni minime, l’esistenza in Occidente di un nucleo intellettuale, formato anche solo da un’élite poco numerosa, ma costituita abbastanza fortemente da formare l’indispensabile interme­diario per ricondurre la mentalità generale verso le fonti della vera in­tellettualità, imprimendole una direzione che non avrebbe d’altronde per niente bisogno d’essere cosciente per la massa. Dal momento che si ritiene verosimile la supposizione di un arresto di civiltà, la costitu­zione preliminare di quest’élite appare dunque come la sola capace di salvare l’Occidente, al momento opportuno, dal caos e dalla dissolu­zione; e, del resto, per interessare al destino dell’Occidente i detentori delle tradizioni orientali, sarebbe essenziale mostrare loro che, se i loro apprezzamenti più severi non sono ingiusti verso l’intellettualità occi­dentale presa nel suo insieme, vi possono essere almeno eccezioni onorevoli, indicanti che la decadenza di quest’intellettualità non è as­solutamente irrimediabile. Abbiamo detto che la realizzazione della seconda ipotesi non sarebbe priva, transitoriamente perlomeno, di certi aspetti spiacevoli, dal momento che il ruolo dell’élite vi si ridurrebbe a servire da punto d’appoggio a un’azione in cui l’Occidente non avreb­be l’iniziativa, ma questo ruolo sarebbe tutt’altro se gli eventi le la­sciassero il tempo d’esercitare una tale azione direttamente e da sola, il che corrisponderebbe alla possibilità della terza ipotesi. Si può infatti immaginare che l’élite intellettuale, una volta costituita, agisca in certo qual modo come un “fermento” nel mondo occidentale, per preparare la trasformazione che, divenendo effettiva, le permetterebbe di trattare, se non da pari a pari, almeno come una potenza autonoma, con i rap­presentanti autorizzati delle civiltà orientali»[8].

Quanto al modo in cui si può intendere l’influenza esercitata dal­l’élite, Guénon dava più avanti in Orient et Occident alcune precisa­zioni che è bene ricordare qui al fine d’impedire che ci si fermi a delle rappresentazioni troppo grossolane. L’élite, pur lavorando per se stes­sa, «lavorerà anche necessariamente per l’Occidente in generale, giac-ché è impossibile che un’elaborazione come quella di cui si tratta s’ef­fettui in un ambiente qualunque senza produrvi presto o tardi delle mo­dificazioni considerevoli. Per di più, le correnti mentali sono sotto­poste a leggi perfettamente definite, e la conoscenza di queste leggi permette un’azione ben altrimenti efficace dell’uso di mezzi solo em­pirici; ma qui, per arrivare all’applicazione e realizzarla in tutta la sua ampiezza, bisogna potersi appoggiare su un’organizzazione fortemente costituita, il che non vuol dire che dei risultati parziali, già apprezza­bili, non possano essere ottenuti prima che si sia arrivati a questo pun­to. Per quanto difettosi e incompleti siano i mezzi di cui si dispone, bisogna tuttavia cominciare con il metterli in opera tali quali, altri­menti non si giungerà mai ad acquisirne di più perfetti; e noi aggiunge­remo che la minima cosa compiuta in conformità armonica con l’or­dine dei principi porta virtualmente in sé delle possibilità la cui espres­sione è capace di determinare le più prodigiose conseguenze, e questo in tutti i domini, man mano che le sue ripercussioni vi si estendono secondo la loro ripartizione gerarchica e in indefinita progressione»[9].

Siamo obbligati a limitare all’essenziale le nostre citazioni e biso­gnerà riferirsi al testo integrale dei capitoli qui ricordati, così come a La Crise du Monde moderne e a Le Règne de la Quantité, per avere gli altri aspetti che comporta ancora la realizzazione dell’una o dell’altra di queste tre ipotesi. Quel che va ricordato per il nostro intento, è che tutta la questione del futuro destino dell’Occidente si trova ricondotta attorno all’idea di un’élite intellettuale. È a una tale entità spirituale e umana che incombe realizzare il ritorno dell’Occidente alla Tradizione in una misura o in un’altra e come pure d’accordarsi sui principi con l’Oriente tradizionale. È proprio questo, diremo, che collega le pro­spettive spirituali, e in generale tradizionali, dell’Occidente all’inse­gnamento di René Guénon, giacché è nella sua opera che si trova in realtà il punto di partenza di un risveglio intellettuale e l’ispirazione di tutto il lavoro da compiere in seguito. L’esposizione di certe concezio­ni deve permettere innanzitutto, ai possibili elementi dell’élite, di pren­dere coscienza di se stessi e di ciò che è loro necessario. La formazio­ne mentale propriamente detta deve cominciare con l’acquisizione di una conoscenza teorica dei principi metafisici: è lo studio delle dottri­ne orientali che doveva permettere questo e René Guénon, con tutta la serie delle sue esposizioni, principalmente delle dottrine indù, aveva suscitato e illuminato tale studio da cui poteva risultare l’assimilazione dei modi essenziali del pensiero orientale da parte dell’élite in forma­zione. Ricorderemo anche che l’élite occidentale, per essere tale, dove­va restare legata alle forme tradizionali occidentali: è per questo che essa poteva fare solo ciò che egli chiamava un’“assimilazione al se­condo grado” dell’insegnamento orientale[10]. È così che si manifestava la prima modalità dell’appoggio che l’Oriente offriva all’Occidente; è il periodo che René Guénon designava come quello dell’“aiuto indi­retto” o delle “ispirazioni”: «queste ispirazioni – diceva – possono es­sere trasmesse solo attraverso delle influenze individuali che servano da intermediari, non mediante un’azione diretta di organizzazioni che, a meno di sconvolgenti imprevisti, non assumeranno mai la loro re­sponsabilità negli affari del mondo occidentale»[11]. E aggiungeva que­sto, che riguardava lui stesso prima d’ogni altro: «coloro che hanno as­similato direttamente l’intellettualità orientale possono solo pretendere di svolgere quel ruolo d’intermediari di cui parlavamo poco fa; essi sono, per il solo fatto di quest’assimilazione, troppo vicini all’Oriente per fare di più; possono suggerire delle idee, esporre dei concetti, in­dicare ciò che converrebbe fare, ma non prendere da soli l’iniziativa di un’organizzazione che, provenendo da loro, non sarebbe veramente occidentale»[12]. Sottolineeremo con l’occasione quest’aspetto caratteri­stico della funzione di René Guénon, giacché alcuni potrebbero essere tentati di vedere in lui solo un semplice autore di libri teorici: innan­zitutto, il fatto che i suoi scritti corrispondano precisamente, a un qual­siasi grado, a delle “ispirazioni” provenienti da forze spirituali del­l’Oriente ed esprimentesi attraverso le sue possibilità e la sua influenza personale, dimostra che questi hanno, non soltanto nella loro sostanza dottrinale ma pure nella loro intenzione primaria, un punto di partenza che non è situato nella semplice comprensione intellettuale e nel deside­rio individuale di far partecipare gli altri a tale comprensione, né nelle sole sollecitazioni dell’ambiente e nella pressione delle circostanze; poi, il suo ruolo non era solamente di fare delle esposizioni dottrinali, ma anche, come diceva lui stesso, di “suggerire delle idee” e d’“indicare ciò che converrebbe fare”, e noi sappiamo benissimo che, in realtà, egli ha esercitato in tal senso un’attività molto estesa che è rivelata solo indirettamente e parzialmente dai suoi libri quando vi annotava gli elementi che potevano interessare i suoi lettori in generale.

Per ritornare a quanto riguarda i rapporti dell’élite con l’Oriente, il secondo periodo dell’appoggio che essa doveva riceverne è chiamato da René Guénon quello dell’“appoggio diretto”: esso presuppone l’é­lite già costituita in un’organizzazione «capace d’entrare in relazione con le organizzazioni orientali che lavorano nel puro ordine intellettuale, e di ricevere da queste, per la sua azione, l’aiuto che possono procu­rare delle forze accumulate da un tempo immemorabile»[13]; «quando un primo lavoro d’assimilazione sarà stato così compiuto, niente s’op­porrebbe a che la stessa élite (poiché è da essa che dovrebbe venire l’iniziativa) facesse appello, in modo più immediato, ai rappresentanti delle tradizioni orientali; e costoro, trovandosi interessati al destino dell’Occidente per la presenza di tale élite, non mancherebbero di ri­spondere a quest’appello, giacché la sola condizione che esigono è la comprensione … È nel secondo periodo che l’appoggio degli Orientali potrebbe manifestarsi effettivamente»[14]. In questo periodo, che è quel­lo dell’“azione effettiva”, l’élite deve realizzare degli adattamenti alla condizione occidentale; non si tratta di considerare così la sostituzione di una tradizione a un’altra e, per quanto riguarda la tradizione religio­sa dell’Occidente, si tratta soltanto dell’«aggiunta dell’elemento inte­riore che le fa attualmente difetto, ma che può benissimo sovrapporvisi senza che nulla sia cambiato esteriormente»[15]. «È solo nel caso in cui l’Occidente si mostrasse definitivamente impotente di ritornare a una normale civiltà che una tradizione estranea potrebbe essergli imposta; ma allora non vi sarebbe fusione, poiché niente di specificamente occi­dentale sussisterebbe più; e non vi sarebbe neppure sostituzione, giac­ché, per arrivare a un tale estremo, bisognerebbe che l’Occidente aves­se perduto persino la ultime vestigia dello spirito tradizionale, a ecce­zione di una piccola élite senza la quale, non potendo neppure ricevere questa tradizione estranea, sprofonderebbe inevitabilmente nella peg­giore barbarie»[16].

Riassumendo così i rapporti possibili nella migliore ipotesi tra Oriente e Occidente, René Guénon precisava ancora: «Si tratta dunque non d’imporre all’Occidente una tradizione orientale, le cui forme non cor­rispondono alla sua mentalità, ma di restaurare una tradizione occiden­tale con l’aiuto dell’Oriente, aiuto indiretto in un primo momento, diretto poi, o, se si vuole, ispirazione nel primo periodo, effettivo ap­poggio nel secondo … Quando l’Occidente sarà di nuovo in possesso di una civiltà regolare e tradizionale, il ruolo dell’élite dovrà prosegui­re: essa sarà allora il mezzo con cui la civiltà occidentale comunicherà in modo permanente con le altre civiltà, giacché una tale comunicazio­ne può stabilirsi e mantenersi solo attraverso ciò che v’è di più elevato in ognuna di esse … In altre parole, bisognerebbe che l’Occidente giun­gesse finalmente ad avere dei rappresentanti in quello che è designato simbolicamente come il “centro del mondo” o con qualsiasi altra espressione equivalente (il che non dev’essere inteso letteralmente co­me espressione di un luogo determinato, quale esso possa essere); ma, qui, si tratta di cose troppo lontane, troppo inaccessibili allo stato pre­sente e con ogni probabilità per molto tempo ancora, perché possa es­sere veramente utile insistervi»[17].

Certamente quest’ipotesi, la più favorevole per l’Occidente, quella di una restaurazione integrale della civiltà occidentale su delle basi e in forme tradizionali proprie, era la meno probabile, e René Guénon non si è mai fatto troppe illusioni a questo riguardo, e se considerava una simile ipotesi, era in certo qual modo per principio, per non limitare alcuna possibilità e non scoraggiare alcuna speranza, ogni sforzo in tal senso avendo comunque dei risultati in un altro ordine, e innanzitutto per la stessa élite. Ma nella riedizione del 1948 d’Orient et Occident, prendendo atto, in un Addendum, dell’aggravarsi del disordine genera­le e dopo aver ripetuto che «il solo vero rimedio consiste in una restau­razione», constatava che «disgraziatamente, da questo punto di vista, le possibilità di una reazione proveniente dallo stesso Occidente sem­brano diminuire ogni giorno di più, giacché quanto sussiste come tra­dizione in Occidente è sempre più minato dalla mentalità moderna e, di conseguenza, sempre meno capace di servire da solida base a una simile restaurazione, sicché, senza scartare alcuna delle possibilità che possono ancora esistere, pare più che mai verosimile che l’Oriente debba intervenire più o meno direttamente, nel modo che abbiamo spiegato, se questa restaurazione deve un giorno realizzarsi … Se l’Occidente possiede ancora in sé stesso i mezzi per ritornare alla sua tradizione e restaurarla pienamente, è a esso che spetta provarlo. Nell’attesa, ci sen­tiamo nell’obbligo di dichiarare che finora non abbiamo colto il minimo indizio che ci autorizzerebbe a supporre che l’Occidente, abbandonato a se stesso, sia realmente capace di adempiere questo compito, qualun­que sia la forza con cui gli s’imponga l’idea della sua necessità»[18].

Con queste conclusioni enuncianti la probabilità che l’Oriente inter­venga “più o meno direttamente” nella restaurazione occidentale, Gué­non evocava evidentemente la seconda ipotesi da lui formulata, quella in cui «i popoli orientali, per salvare il mondo occidentale da questa ir­rimediabile decadenza, se l’assimilerebbero con le buone o con le cat­tive, supponendo che la cosa fosse possibile e che d’altronde l’Oriente vi acconsenta nella sua totalità o in alcune delle sue componenti», e questo, ricordiamolo, implicava la “rinuncia dell’Occidente ai propri caratteri». Le condizioni minime per quest’ipotesi erano però «l’esi­stenza in Occidente di un nucleo intellettuale, formato anche solo da un’élite poco numerosa, ma costituita abbastanza fortemente da forma­re l’indispensabile intermediario per ricondurre la mentalità generale». Ma in questo caso «il ruolo dell’élite vi si ridurrebbe a servire da punto d’appoggio a un’azione in cui l’Occidente non avrebbe l’iniziativa». A questo proposito, potremmo far notare che varie eventualità possono essere considerate all’interno della seconda ipotesi in funzione dei fat­tori che vi debbono intervenire: da un lato, l’importanza o l’effettività dell’élite occidentale, dall’altro, i popoli orientali e le organizzazioni che potrebbero trovare un interesse a una restaurazione occidentale. Queste eventualità sono espresse, in un certo senso, dalle modalità di quell’assimilazione che sarebbe fatta o “con le buone”, il che implica un consenso occidentale, almeno nei suoi elementi etnici più impor­tanti, o “con le cattive”, il che presuppone una resistenza più o meno generalizzata. D’altronde, e soprattutto in quest’ultimo caso, v’è anco­ra da considerare la possibilità che l’assimilazione riguardi l’insieme occidentale o soltanto una parte, i popoli orientali in questione potendo intraprenderla solo nella misura in cui riterranno che ciò corrisponda al proprio interesse, per il resto accontentandosi forse di prendere certe misure di sicurezza dell’ordine stabilito, il che vuole anche dire che, in tal caso, delle parti dell’Occidente potrebbero cadere in una situazione corrispondente alla prima ipotesi, quella che prefigurava uno stato di barbarie pura e semplice. Se consideriamo queste diverse eventualità secondarie, è per far capire che l’enunciazione di una probabilità della seconda ipotesi non implica per forza la realizzazione degli aspetti mi­gliori di questa, e che anch’essa non esclude delle possibilità della pri­ma, il tutto dipendendo in primo luogo dalla capacità che quest’élite avrebbe di servire da punto d’appoggio dell’azione orientale.

Finora ci siamo tenuti molto sulle generali parlando delle possibilità di raddrizzamento tradizionale dell’Occidente. Dobbiamo considerare ora queste possibilità secondo i punti d’appoggio che gli elementi oc­cidentali, che dovrebbero compiere tale lavoro di restaurazione con l’aiuto della conoscenza delle dottrine orientali, potrebbero trovare nello stesso mondo occidentale.

Occorre dire innanzitutto che se in Occidente vi fosse stato almeno un punto in cui si fosse conservato integralmente lo spirito tradiziona­le, si sarebbe potuto vedere in ciò un motivo per sperare che l’Occi­dente realizzasse un ritorno allo stato tradizionale per una sorta di «spontaneo risveglio di possibilità latenti»[19]; è il fatto che una simile persistenza gli sembrasse, a dispetto di certe pretese, “estremamente dubbia”, che autorizzava René Guénon a considerare un nuovo modo di costituzione di un’élite intellettuale, e in realtà finora niente è arri­vato a invalidare la sua iniziale supposizione. Per costituirsi, l’élite in formazione aveva tutto l’interesse a prendere un punto d’appoggio in un’organizzazione avente un’effettiva esistenza. In fatto d’organizza-zioni a carattere tradizionale, tutto quel che l’Occidente ancora conser­va sono, nell’ordine religioso, la Chiesa cattolica, e nell’ordine inizia­tico, alcune organizzazioni in un avanzato stato di decadenza. Tuttavia sotto l’aspetto dottrinale, solo la prima poteva essere considerata come una possibile base di raddrizzamento complessivo per il mondo occi­dentale, e Guénon diceva pertanto ne La Crise du Monde moderne: «sembra proprio che in Occidente vi sia ormai solo un’unica organiz­zazione che possieda un carattere tradizionale e che conservi una dot­trina suscettibile di fornire una base appropriata al lavoro in questione: è la Chiesa cattolica. Basterebbe restituire alla sua dottrina, senza nulla cambiare nella forma religiosa sotto cui si presenta all’esterno, il senso profondo che essa ha realmente in se stessa, ma di cui i suoi attuali rappresentanti paiono non avere più coscienza, come non ne hanno della sua unità essenziale con le altre forme tradizionali; le due cose, d’altronde, sono inseparabili l’una dall’altra. Sarebbe la realizzazione del Cattolicesimo nel vero senso della parola, che, etimologicamente, esprime l’idea d’“universalità”, cosa che dimenticano un po’ troppo quelli che vorrebbero farne solo la denominazione esclusiva di una speciale forma puramente occidentale, senza alcun legame effettivo con le altre tradizioni»[20].

Quanto a tale questione dottrinale, che è evidentemente fondamen­tale, poiché l’accordo cercato sui principi con l’Oriente l’antepone a ogni altra, egli diceva già in Orient et Occident: «L’accordo, retto es­senzialmente sui principi, può essere veramente cosciente solo per le dottrine che racchiudono almeno una parte di metafisica o di pura in­tellettualità; non lo è per quelle che sono limitate strettamente a una forma particolare, per esempio alla forma religiosa. Tuttavia, tale ac­cordo nondimeno esiste realmente in un caso simile, nel senso che le verità teologiche possono essere considerate come una traduzione, da uno speciale punto di vista, di certe verità metafisiche; ma per far apparire tale accordo, bisogna allora effettuare la trasposizione che re­stituisce a queste verità il loro senso profondo, e solo il metafisico può farlo, poiché si pone al di là di tutte le forme particolari e di tutti gli speciali punti di vista. Metafisica e religione non sono e non saranno mai sullo stesso piano; ne risulta d’altronde che una dottrina puramen­te metafisica e una dottrina religiosa non possono né farsi concorrenza né entrare in conflitto, poiché i loro domini sono nettamente differenti. Ma, d’altra parte, ne risulta anche che l’esistenza di una dottrina unica­mente religiosa è insufficiente per permettere di stabilire un’intesa pro­fonda come quella che abbiamo in vista quando parliamo del ravvici­namento intellettuale dell’Oriente e dell’Occidente; è per questo che abbiamo insistito sulla necessità di compiere in primo luogo un lavoro d’ordine metafisico, ed è solo in seguito che la tradizione religiosa del­l’Occidente, rivivificata e restaurata nella sua pienezza, potrebbe di­ventare utilizzabile a tal fine, grazie all’aggiunta dell’elemento inte­riore che attualmente le manca, ma che può benissimo venire a sovrap­porvisi senza che nulla sia cambiato esteriormente»[21].

Qui s’impone un’osservazione. Guénon considerava nei suoi scritti soprattutto le possibilità tradizionali del mondo che la forma cattolica del Cristianesimo un tempo copriva o, in ogni caso, di quello in cui essa esiste attualmente, vale a dire le possibilità di un Occidente in senso ristretto. Egli ravvisava meno il mondo ortodosso e, in modo generale, tutto quello che restava fuori dall’ambito della Chiesa latina; e sappiamo personalmente che da questo lato aveva impressioni sensi­bilmente diverse da quelle che nutriva per il Cattolicesimo. È così del resto che nel suo articolo Christianisme et Initiation[22], menzionando la sostituzione nell’Occidente moderno del “misticismo” all’iniziazione, diceva in una nota: «Non vogliamo dire che certe forme d’iniziazione cristiana non siano continuate più tardi, poiché abbiamo anche delle ragioni di pensare che ne sussista ancora qualcosa attualmente, ma questo in ambienti talmente ristretti che, in realtà, li si può considerare come praticamente inaccessibili, oppure, come vedremo, in rami del Cristianesimo diversi dalla Chiesa latina»[23]. Poi diceva effettivamente nel corso dell’articolo a proposito della sostituzione in questione: «Quello che diciamo qui s’applica d’altronde solo alla Chiesa latina e, cosa pure notevolissima, nelle Chiese d’Oriente non v’è mai stato misticismo nel senso in cui lo s’intende nel Cristianesimo occidentale dopo il XVI secolo; questo fatto può far pensare che una certa inizia­zione del genere di quelle cui alludevamo ha dovuto mantenersi in queste Chiese e, effettivamente, è quanto vi si trova con l’esicasmo, il cui carattere realmente iniziatico non sembra dubbio, anche se, qui come in molti altri casi, si è più o meno impoverito nel corso dei tempi moderni, come conseguenza delle condizioni generali di quest’epoca, cui possono al più sfuggire solo le iniziazioni che sono estremamente poco diffuse, che lo siano sempre state o che abbiano deciso volontaria­mente di “chiudersi” più che mai per evitare qualsiasi degenerazione»[24].

Di fatto, tutta la questione del mondo ortodosso è ben differente da quella del mondo cattolico. Eccezion fatta per la Russia, che aveva subito da parte sua, dal XVII secolo, le deleterie conseguenze dei suoi contatti con l’Occidente propriamente detto, il modernismo ha intac­cato solo da un secolo la mentalità e le istituzioni ortodosse; questo fatto è stato d’altronde l’immediata conseguenza della dissoluzione dell’antico impero turco, al cui riparo dopotutto si trovavano, con la sola eccezione russa, tutte le Chiese d’Oriente. Il formarsi in queste re­gioni degli stati nazionali sul modello democratico occidentale fu ben presto seguito dal costituirsi delle Chiese nazionali autocefale che dis­sociarono l’unità ortodossa e consegnarono le sue diverse frazioni indebolite all’influenza moderna. Si può notare che la situazione di questa cristianità orientale assomiglia molto a quella dell’Islam nelle stesse regioni. Il loro quadro storico e di civiltà era rimasto sensibil­mente lo stesso dal Medioevo fino al XIX secolo: è dall’Occidente propriamente detto che doveva venire lo spirito antitradizionale per scuotere e alla fine sommergere un mondo di civiltà tradizionale mista, islamica e cristiana, che aveva costituito anche, fino allora, uno sbarra­mento protettivo per tutto l’Oriente. Per tutte queste ragioni, d’altron­de, malgrado l’estensione del disordine moderno in tutto il mondo ortodosso e cristiano orientale in generale, le condizioni di clima spiri­tuale e di mentalità sono lo stesso rimaste un po’ particolari, e questo permette di pensare che, da questo lato, le modalità di una futura re­staurazione saranno in una certa misura differenti, quale che sia d’al­tronde la portata qualitativa che si potrebbe attribuire a tale differenza.

Per ritornare al lato propriamente occidentale, nell’ipotesi che la base considerata fosse irrealizzabile nella Chiesa cattolica, Guénon diceva che «l’élite, per costituirsi, dovrebbe contare solo sullo sforzo di coloro che sarebbero qualificati, per la loro capacità intellettuale, fuori da ogni ambito definito, e anche, beninteso, sull’appoggio dell’Oriente; il suo lavoro ne sarebbe reso più difficile e la sua azione potrebbe esercitarsi solo a più lunga scadenza, poiché dovrebbe crearne essa stessa tutti gli strumenti, invece di trovarli già pronti come nell’altro caso; ma non pen­siamo affatto che queste difficoltà, per quanto grandi possano essere, siano tali da impedire ciò che dev’essere compiuto in un modo o nel­l’altro»[25]. E in quel momento, nel 1927, riteneva opportuno dichiarare quanto segue: «Vi sono fin d’ora, nel mondo occidentale, sicuri indizi di un movimento che resta ancora impreciso, ma che può e deve anzi normalmente condurre alla ricostituzione di un’élite intellettuale, a meno che un cataclisma non sopravvenga troppo rapidamente per per­mettergli di svilupparsi fino in fondo. È appena il caso di dire che la Chiesa avrebbe tutto l’interesse, quanto al suo ruolo futuro, a precor­rere in certo qual modo un simile movimento piuttosto che lasciarlo compiere senza di essa ed essere costretta a seguirlo tardivamente per mantenere un’influenza che minaccerebbe di sfuggirle …»[26].

Prima di segnalare un punto particolare che riguarda certe necessità in cui potrebbe trovarsi ben presto la Chiesa Cattolica, e che René Guénon ha formulato in un modo tutto particolare, ci si può domanda­re quale sia stato finora l’effetto del suo insegnamento e della cono­scenza delle dottrine orientali sull’intellettualità cattolica. Non potre­mo fare qui un vero e proprio esame della questione, giacché vogliamo soltanto fissare certe constatazioni che hanno il loro interesse in questo momento.

Innanzitutto, se pur molti Cattolici che hanno conosciuto gli scritti di Guénon hanno acquisito così una vera comprensione di che cosa sia lo spirito orientale e in generale tradizionale, non sembra davvero che vi sia un cambiamento qualsiasi dal lato “rappresentativo” della stessa Chiesa. Da questo lato, e più precisamente in certi ambienti che eserci­tano una notevole influenza intellettuale sui dirigenti, si è vista costi­tuirsi molto presto, e abbastanza solidamente, una posizione dottrinale nettamente “anti-orientale” che non ha neppure i naturali caratteri del­l’abituale incomprensione exoterista, poiché si fa notare nello stesso tempo per i tratti di un accentuato modernismo. Sono gli ambienti in cui la speculazione filosofica sostituisce l’intellettualità propriamente detta, in cui la scienza profana e i suoi metodi esercitano un’inconte­stata autorità, e per i quali è dovere della Chiesa integrare tutti gli aspetti della civiltà moderna: è così, tra l’altro, che ci si sforza d’acca­parrarsi il prestigio di ogni nuova concezione, dalle teorie filosofiche come l’intuizionismo bergsoniano, o come un certo “esistenzialismo” che viene presentato come una risorsa dottrinale cristiana, fino ai metodi più sovversivi e propriamente infernali come la psicanalisi. Questo lavoro d’assimilazione di tutte le opere dell’individualismo mo­derno è persino considerato come derivante dalla permanente attualità e dall’universalità della Chiesa, mentre si spiega proprio con l’oblio di ciò che produce questi caratteri: giacché la permanente attualità, che è atemporalità e immutabile attività della verità rivelata non ha niente a che vedere con un atteggiamento che s’accontenta dell’evoluzionismo e del relativismo del pensiero moderno, sia esso razionalista, intuizio­nista o altro, e l’universalità, che è illimitazione e sintesi spirituale, non ha niente in comune con l’empirismo e il materialismo della scien­za non tradizionale, né con un’indifferenza verso tutto quello che sepa­ra il sacro dal profano. Per contro, all’opera tradizionale e antimoderna di René Guénon, si riservò un’accoglienza contrassegnata innanzitutto dal sospetto, poi dall’ostilità; si cercò pure l’alleanza, del tutto naturale d’altronde in queste condizioni, degli orientalisti, la cui competenza doveva avere il compito di contestare ogni carattere non umano alle dottrine spirituali dell’Oriente e ogni reale concordanza tra le dottrine tradizionali in generale. Si riconoscerà nella differenza di reazione di fronte alle teorie moderne da un lato, e all’insegnamento tradizionale di Guénon dall’altro, l’esatto significato di questa posizione intellet­tuale che si vuoi dare per “cattolica”. La sintesi spirituale formulata da Guénon fu così tacciata di “sincretismo” e il senso universale della sua intellettualità dichiarato incompatibile con l’insegnamento cristiano. Ma con l’implacabile sviluppo della funzione del testimone dell’Oriente, l’autorità dei suoi scritti come delle idee che rappresentava, s’impose, lentamente ma con fermezza: divenne dunque evidente che era più prudente ignorarlo. E ora che, malgrado tutto, un buon numero di Cat­tolici e di Occidentali in genere debbono l’effettiva qualità della loro coscienza tradizionale allo studio dei suoi libri e il suo prestigio pare veramente innegabile, se ci si decide a prendere atto di questa presenza intellettuale, non è alla verità delle idee che ha insegnate né allo spirito che illustrava che si renderebbe omaggio ma, tutt’al più, e persino que­sto fu in fondo abbastanza raro, al caso individuale di uno scrittore molto “originale”, che impressiona anche per la stabilità e la coerenza insolite della sua ideologia; eppure la sua “originalità” è prima di tutto lo strano effetto che la verità provoca in mezzo all’ignoranza e, quanto alla stabilità delle sue idee, essa è la conseguenza della loro ispirazione non umana e sovra-individuale.

Se si considera ora più da vicino la comprensione che si ha, dallo stesso lato, per le dottrine spirituali dell’Oriente, ci si trova in presenza di una “contro-dottrina” la cui funzione è di confondere qualsiasi stu­dio intelligente e di scoraggiare ogni speranza di un reale ravvicina­mento tra la Chiesa Cattolica e le tradizioni orientali. Così, se in modo generale, s’attribuisce una certa importanza al lato dottrinale delle altre civiltà, ciò è concepito in un senso che mirerà sempre alla negazione di ogni similitudine o identità essenziale con le dottrine cristiane, e dun­que di ogni unità tra le diverse forme tradizionali: le concordanze dot­trinali e le analogie simboliche, quando si è costretti a riconoscerle, vengono semplicemente attribuite a una certa naturale unità del pensie­ro umano; perciò l’incontestabile carattere intellettuale delle dottrine non cristiane, più in particolare quelle dell’Induismo e dell’Islam, sono l’espressione di una “mistica naturale” cui si contrappone una “mistica soprannaturale” del Cristianesimo, essa stessa concepita d’altronde in un senso individualista e sentimentale; la realizzazione metafisica, che non si arriva neppure a vedere nell’aspetto più alto dello stesso Cristia­nesimo, è tacciata di “panteismo” e, nello stesso tempo, i dati pura­mente intellettuali che nelle loro espressioni possono un poco somi­gliare alle concezioni del misticismo moderno, sono ridotti alle spe­ciali categorie di questo, per una sorta di procedimento che Guénon ha qualificato giustamente come “annessionismo” e che deve permettere di subordinare e sminuire il prestigio di tutto ciò che è non cristiano.

Inoltre, per quanto concerne la stessa tradizione cattolica, non si può davvero dire che si sia capito che l’ordine religioso esistente è pura­mente exoterico e come tale insufficiente per avere una tradizione completa e normale. Quando si tratta del dominio iniziatico e metafi­sico, non si concepisce altro che il “misticismo”, e quando non si può più continuare a negare, contro ogni evidenza, che vi fu un esoterismo cristiano, lo si considera o come relativo a delle realtà che non hanno niente di profondo, o come un semplice prolungamento delle normali possibilità del comune ordine religioso, vale a dire dell’exoterismo[27]. Ma è quando si tratta dell’interpretazione delle dottrine e dei metodi esicasti che l’incomprensione e l’ostilità raggiungono le forme più inattese, che confinano addirittura con l’empietà; questo, tra l’altro, certamente perché si tratta di qualcosa che rientra nell’Ortodossia e di cui il moderno Cattolicesimo ha perso da molto tempo l’equivalente. Eppure, quando si tratta di sviluppo intellettuale, si sarebbe potuto cre­dere che la comprensione debba essere più facile per cose che non tirano in ballo in nessun modo dei dogmi religiosi. Che si può sperare, in queste condizioni, riguardo alla trasposizione intellettuale e metafi­sica dei dogmi e dell’insegnamento teologico in vista di raggiungere l’universalità del punto di vista dottrinale e d’arrivare a un accordo sui principi con l’Oriente?

Ma potrebbero esserci fatte qui alcune obiezioni di metodo che, d’al­tronde, riguarderebbero la tesi di Guénon stesso. Ci si dirà così che non è alle autorità religiose, exoteriche per definizione, né ai teologi o altri intellettuali ordinari, che incombe realizzare quella comprensione dottrinale e il predetto accordo sui principi, e che, del resto, nei tempi migliori del Medioevo, quando tale accordo esisteva, non erano né l’autorità religiosa né i teologi ordinari a parteciparvi direttamente e a doverlo professare apertamente. Queste osservazioni sono giuste, ma non corrispondono alla situazione che abbiamo in vista, e ciò per di­verse ragioni. Innanzitutto, la posizione dottrinale modernista e anti-orientale di cui parliamo gioca ugualmente, in una certa misura, sul piano contingente degli studi teorici in cui appare in primo luogo la stessa opera di Guénon, e di conseguenza tale posizione influisce sulla mentalità cattolica in generale; molti di quelli che sarebbero disposti altrimenti ad affrontare un insegnamento tradizionale d’ispirazione orientale vengono a trovarsi confusi e sviati. D’altra parte, quando si vede con quale fretta e facilità sia accolta, come dicevamo, ogni sorta di concezioni moderne che niente giustifica, né dal punto di vista intel­lettuale, né da un punto di vista “cattolico” anche ristretto, e per cui evidentemente neppure si può invocare un argomento d’analogia con quello che succedeva all’epoca delle migliori condizioni tradizionali, si è tuttavia abbastanza giustificati nel registrare certe reazioni a titolo di significativa tendenza d’ordine generale, tanto più che le ma­nifestazioni cattoliche di senso contrario sono pressoché inesistenti. Infine, non è difficile ammettere che le condizioni in cui sono poste attualmente certe questioni non hanno nulla in comune con una situa­zione normale, e che non è possibile non tenerne conto in una certa misura; ai nostri giorni si discute di tutto e da tutti i lati, l’indifferenza pressoché generale quanto al fondo delle questioni e la libertà d’opi­nione corrente che vediamo, d’altronde, esercitarsi nello stesso moder­nismo cattolico, fanno sì che questioni, che normalmente potevano essere affrontate solo in condizioni strettamente determinate e soltanto da quanti avessero le qualità richieste per farlo, sono in realtà oggetto di discussione da parte degli ambienti e delle categorie più diverse: è così che delle nozioni che un tempo, nel Cristianesimo pre-moderno, erano inerenti a un insegnamento segreto di carattere strettamente ini­ziatico, come quelle, ad esempio, che si riferiscono alla realizzazione suprema e all’unità fondamentale delle forme tradizionali, sono ugual­mente in circolazione sotto forme spesso scorrette (poiché non sono sempre state enunciate da persone realmente competenti), accanto a tutte le aberrazioni intellettuali del mondo contemporaneo, e sono d’al­tronde questa confusione e questa reale indifferenza della mentalità generale a permettere e giustificare la divulgazione, ai nostri giorni, delle stesse dottrine autentiche, giacché altrimenti non vi sarebbe forse alcuna possibilità di raggiungere coloro che hanno possibilità spirituali reali, ma mancano del necessario orientamento. Del resto, riconoscere­mo volentieri che non bisogna accordare un’esagerata importanza alle reazioni di quelli che, in ogni caso, possono rappresentare solo il punto di vista più esteriore e le possibilità intellettuali più comuni, e che è all’atteggiamento degli elementi d’élite che bisogna attribuire una rea­le importanza. Ma questi, hanno veramente una sufficiente realtà per­ché ci si disinteressi completamente di ciò che succede sul piano gene­rale? Pensiamo che da questo lato vi debbano essere per il momento solo delle virtualità e delle speranze, giacché un’effettiva costituzione di un’élite intellettuale si rivelerebbe necessariamente in una certa mi­sura all’esterno attraverso delle tendenze diverse da quelle della men­talità generale, e finora non lo vediamo molto. Basta guardare il do­minio degli studi tradizionali del Cristianesimo per vedere quanto le manifestazioni di una reale comprensione delle verità metafisiche e iniziatiche siano rare e molto discrete. D’altronde, vi sarebbero da fare anche alcune constatazioni di un ordine più particolare che non sono maggiormente incoraggianti. Certe latenti possibilità iniziatiche del Cattolicesimo di cui si poteva sperare il risveglio non hanno avuto seguito: si tratta di quanto Guénon, che ne aveva conoscenza da molto tempo, indicava più tardi nei suoi Aperçus sur l’Initiation con l’espres­sione «possibile sopravvivenza di alcuni gruppi d’ermetismo cristiano del Medioevo»[28]. Ora, finché le cose resteranno così, tanto nell’ordine dottrinale quanto nell’ordine effettuale, e una speranza di restaurazione sussisterà, sarà legittimo accordare un’importanza alle condizioni in­tellettuali generali da cui dipende in qualche misura la realizzazione di tale raddrizzamento. Per contro, se questa speranza non esistesse più, o se si trovasse ridotta a poca cosa, e se le prospettive meno favorevoli della “seconda ipotesi” da noi esaminate precedentemente sembrano dover essere considerate come probabili per l’insieme occidentale, vi sarebbe, tanto più, interesse a sottolineare il carattere rappresentativo generale di queste speciali manifestazioni dello spirito moderno e anti­tradizionale, affinché ne derivi una certa chiarezza. Una tale chiarezza produrrà verosimilmente molta disillusione da un lato, ma permetterà anche di semplificare gli sforzi e il possibile orientamento. D’altra parte, non si domanderebbe tanto ai rappresentanti della Chiesa di pronun­ciarsi su delle questioni che sono al di fuori dei loro normali attributi; sarebbe già molto, nelle attuali condizioni, se esercitassero tali attributi nei riguardi della mentalità modernista, i cui misfatti sono d’ordine ge­nerale e vanno così contro gli stessi interessi d’ordine puramente reli­gioso della Chiesa. Se, a parte ciò, tra i membri della gerarchia catto­lica, se ne trovassero le cui capacità e convinzioni superassero l’ordine religioso, e non vediamo perché non potrebbe essere a volte così, cre­diamo che saprebbero ben affermare la loro presenza e il loro punto di vista quanto al necessario orientamento spirituale, giacché un’eccessi­va riserva da parte loro si rivolgerebbe contro il diritto e anche il do­vere che hanno di vivere in una comunità spirituale in cui la direzione spetti, non alla più desolante mentalità moderna, né alle più grossolane superstizioni, ma allo Spirito di Verità e alla santità intellettuale.

Ma René Guénon ha avvertito che, malgrado tutto, certi avvenimenti potrebbero ben presto condurre la Chiesa cattolica (e, aggiungiamo noi, pure le altre chiese) a considerare in modo molto particolare que­sta questione di posizione tradizionale della Cristianità e anche i rap­porti con le forze spirituali dell’Oriente nelle quali essa potrà persino vedere, a un certo momento, un ultimo sostegno per la sua esistenza messa in pericolo. È questo il particolare punto che avevano accanto­nato precedentemente e che si capirà meglio ora dopo il sommario esame che abbiamo appena fatto. Fu formulato nel 1927, ne La Crise du Monde moderne. Parlando dell’interesse che la Chiesa avrebbe a prevenire il movimento che normalmente dovrebbe condurre alla rico­stituzione di un’élite intellettuale, «anziché lasciare che si compia sen­za di essa ed essere costretta a seguirlo tardivamente onde mantenere un’influenza che minaccerebbe di sfuggirle», René Guénon aggiunge­va: «non è necessario porsi da un punto di vista molto elevato e diffi­cilmente accessibile per capire che, insomma, è lei (la Chiesa) che ri­ceverebbe i maggiori vantaggi nel ritrarsi da un atteggiamento che, d’altronde, ben lungi dall’esigere da parte sua il minimo compromesso d’ordine dottrinale, avrebbe al contrario il risultato di liberarla da ogni infiltrazione dello spirito moderno e, per giunta, niente sarebbe modifi­cato esteriormente. Sarebbe alquanto paradossale vedere il Cattolicesi­mo integrale realizzarsi senza il concorso della Chiesa cattolica, che si troverebbe forse allora nel singolare obbligo d’accettare, contro i più terribili assalti da essa mai subiti, la difesa di uomini che i suoi diri­genti, o almeno quelli che fanno parlare in loro nome, avrebbero in un primo tempo cercato di screditare facendoli oggetto dei più infondati sospetti; e, da parte nostra, saremmo dispiaciuti se così fosse; ma se non si vuole che le cose giungano a tal punto, è proprio ora, per coloro cui la loro posizione conferisce le responsabilità più gravi, d’agire con piena cognizione di causa e di non permettere più che dei tentativi che possono avere delle conseguenze della massima importanza rischino di trovarsi frustrati dall’incomprensione o dalla malevolenza di qualche individualità più o meno subalterna, il che s’è già verifìcato e mostra una volta di più fino a qual punto il disordine regni oggi dappertutto. Prevediamo che nessuno ci sarà grato di tali avvertimenti, da noi dati in piena indipendenza e in modo del tutto disinteressato … Ciò che di­ciamo presentemente è solo la sintesi delle conclusioni cui siamo stati condotti da certe “esperienze” assai recenti, intraprese, è appena il ca­so di dirlo, su di un piano puramente intellettuale; non dobbiamo, al­meno per il momento, entrare a tal proposito in dettagli che, del resto, sarebbero in se stessi poco interessanti; ma possiamo affermare che, in quanto precede, non v’è una sola parola che abbiamo scritto senza averci attentamente riflettuto»[29].

Emerge ora come questi avvertimenti non siano serviti a nulla, giac-ché le cose sono continuate nello stesso spirito e, d’altronde, è soprat­tutto dopo quella data che si consolidò e si estese quella posizione “anti-orientale” e molto modernista di cui parlavano. Lo sviluppo delle faccende occidentali ha ulteriormente aggravato la posizione della Chiesa; l’inquietudine per i prossimi pericoli aumenta. In via di princi­pio, le era offerto il soccorso di una solidarietà spirituale con tutto ciò che è tradizionale nel mondo, con il vero Oriente, giacché la presente minaccia grava su tutto ciò che resta inerente alle sante verità e a un ordine normale, benché essa gravi più in particolare su ciò che ancora sussiste della forma tradizionale dell’Occidente.

La Chiesa avrebbe potuto avere tra sé e l’Oriente il tramite di questa propria élite intellettuale di cui avrebbe dovuto favorire la formazione se i suoi dirigenti avessero ben compreso quale fosse l’interesse vero della Chiesa. Tra sé e l’Oriente, essa ha solo quello sbarramento d’in­comprensione e d’ostilità ora aperta ora dissimulata costituita da quella posizione anti-orientale che l’isola con i propri pericoli e che è l’opera di una sorta di “contro-élite”. Per farsi comprendere, avrebbe avuto a disposizione il linguaggio appropriato di un intermediario intellettuale consacrato, in cui le élite tradizionali autentiche e le forze spirituali si sarebbero riconosciute senza contraddizione e si sarebbero conciliate senza abdicazione, giacché l’insegnamento espresso da René Guénon è nello stesso tempo luce intellettuale e una forza coordinatrice. Essa ha ora solo degli interpreti ignoranti e incerti, nella cui parola i veri Orien­tali non avranno alcuna fiducia e che non possono esprimere alcuna verità riconoscibile; in ogni modo, costoro non raggiungeranno mai i veri rappresentanti dell’Oriente tradizionale, che resteranno fuori dal loro procedere; tali interpreti s’intenderanno più facilmente con quelli che somigliano loro nell’attuale mondo orientale, vale a dire con gli Orientali occidentalizzati e modernisti che sono, contro la propria ci­viltà, degli alleati dell’Occidente moderno; ma questi ultimi non avranno alcun titolo per intervenire nell’ordine profondo delle cose che c’interessa qui, giacché saranno essi stessi esclusi da qualsiasi ruolo rappresentativo, foss’anche nell’ordine più esteriore, quando s’effettuerà la restaurazione delle stesse civiltà orientali sulle proprie basi tradizionali. E quando ci s’accorgerà così dell’inanità della politi­ca seguita fino allora, sarà forse troppo tardi per «arrivare a ciò da cui si sarebbe dovuto normalmente cominciare, vale a dire a considerare l’accordo sui principi»[30]. Quell’accordo potrebbe essere fatto, dal lato dell’Occidente, da un’élite che sarà stata obbligata a costituirsi fuori dall’ambito della Chiesa.

Infatti, René Guénon ha considerato fin dall’inizio, come ricordava­mo più sopra, l’eventualità che quella costituzione avvenisse al di fuori di ogni supporto offerto da un’organizzazione esistente, e al di fuori d’ogni ambiente definito. Prima d’esaminare questo punto, dobbiamo considerare, a titolo metodico, benché secondariamente, un’altra possi­bilità, che è quella offerta dalle organizzazioni iniziatiche occidentali, esistenti fuori della forma cattolica. In quest’ordine, non sussiste a dire il vero che ben poca cosa, malgrado l’attuale pullulare d’ogni sorta di organizzazioni a pretesa iniziatica. A questo proposito citiamo ancora le autorevoli precisazioni di René Guénon, che si riferisce così all’in­sieme delle vestigia iniziatiche dell’Occidente: «Certe indagini che ab­biamo dovuto fare a tale riguardo, in tempi ormai lontani, ci hanno condotto a una conclusione formale e indubitabile che dobbiamo espri­mere qui chiaramente, senza preoccuparci dei furori che potrà susci­tare da diverse parti; se si eccettua il caso della possibile sopravviven­za di alcuni gruppi d’ermetismo cristiano del Medioevo, d’altronde estremamente ristretti in ogni caso, è un fatto che di tutte le organizza­zioni a pretesa iniziatica che sono diffuse attualmente nel mondo occi­dentale, ve ne sono solo due che, per quanto decadute siano entrambe in seguito all’ignoranza dei loro membri, possono rivendicare un’au­tentica origine tradizionale e una reale trasmissione iniziatica; queste due organizzazioni, che d’altronde, a dire il vero, furono originaria­mente una sola, benché con ramificazioni multiple, sono il Compagno­naggio e la Massoneria. Tutto il resto non è che fantasia e ciarlatani­smo, pure quando non serva a dissimulare qualcosa di peggio …»[31]. Ma, dal lato di queste due organizzazioni le possibilità di stabilire un punto d’appoggio per una vera restaurazione intellettuale appaiono as­sai limitate. Oltre al fatto stesso che la Massoneria, in particolar modo, è infestata dalla mentalità moderna più deprecabile e da ogni sorta di preoccupazioni politiche e sociali che l’hanno troppo spesso portata a giocare, soprattutto nelle sue branche latine, un ruolo di strumento nettamente antitradizionale negli avvenimenti delle epoche cosiddette “moderna” e “contemporanea”, queste due organizzazioni costituisco­no normalmente delle iniziazioni di mestiere (esclusivamente maschili del resto) e come tali hanno un carattere essenzialmente cosmologico; pertanto, esse non possono offrire una base appropriata per un lavoro intellettuale che dovrebbe essere prima di tutto d’ordine metafisico per corrispondere allo scopo di una restaurazione mediante i principi più universali. È questa d’altronde la ragione per cui Guénon poteva consi­derare come organizzazione suscettibile in Occidente d’offrire il punto di partenza voluto, solo la Chiesa cattolica, giacché la dottrina teolo­gica nella sua forma scolastica ha in sé, almeno parzialmente, un punto di vista metafisico che, pur non essendo il più elevato possibile, è tut­tavia tale. Nondimeno, si potrebbe dire che, così come la cosmologia può alla fine avere un punto di contatto con il dominio metafisico, non sarebbe impossibile che, in un ambiente massonico costituito su delle basi strettamente intellettuali, si operasse l’aggiunta di un punto di vista metafisico; ma se una tale aggiunta fosse possibile, ciò costituirebbe, a dire il vero, una sovrapposizione in rapporto a quanto costituisce vera­mente il punto di vista massonico e non un normale sviluppo delle possibilità di questo. A parte questo, un’altra difficoltà sta nel fatto che dalla sua modernizzazione, che coincide con la sua “uscita” sul piano visibile della storia, vale a dire dal XVIII secolo in poi, la Massoneria ha perduto il suo carattere “operativo” connesso all’effettivo esercizio del mestiere, per conservare solo un punto di vista “speculativo”: così tutto ciò che concerne la dottrina e i mezzi di realizzazione iniziatica è da ritrovare o da ricostituire, ed è questa una difficoltà di prim’ordine; ma almeno la preoccupazione di tale ricostituzione è sottintesa nell’i­dea di un risveglio intellettuale, di modo che il punto d’appoggio mas­sonico, con le restrizioni segnalate e senza bastare per il tutto, potrebbe essere uno dei fattori della restaurazione tradizionale. In realtà, in que­sti ultimi anni, v’è stato da questo lato un inizio in tal senso, con la co­stituzione di un ambiente ristretto basato sull’insegnamento di René Guénon. Si potrebbe dunque prevedere in ciò un certo sviluppo, se si arrivasse anche a isolare il lavoro iniziato da ogni commistione e in­fluenza dell’ambiente generale, giacché nell’insieme la situazione del­la Massoneria è peggiore che mai, la mancanza di coscienza tradizio­nale e iniziatica, o piuttosto lo spirito profano, superando di gran lunga quel che si vede sul lato della stessa Chiesa cattolica[32].

Ma insomma, per un’élite nel pieno senso di tale nozione, René Guénon aveva considerato come possibile, in mancanza della base cat­tolica, la costituzione al di fuori di ogni ambito definito, giacché diceva che il punto d’appoggio in un’organizzazione esistente non era un’as­soluta necessità. In questo caso però, dovendo l’élite contare soltanto «sullo sforzo di coloro che sarebbero qualificati in virtù della loro ca­pacità intellettuale, …, e anche, beninteso, sull’appoggio dell’Oriente; il suo lavoro ne sarebbe reso più difficile e la sua azione potrebbe eser­citarsi solo a più lunga scadenza, poiché essa dovrebbe crearne da sola tutti gli strumenti …»[33]. Sul modo in cui poteva operarsi una simile costituzione, Guénon non ha mai dato molte precisazioni. Per capire il suo atteggiamento e il suo metodo in quest’ordine di cose, bisogna ri­cordare quel che diceva già in Orient et Occident, quindi prima ancora che considerasse in modo particolare la possibilità cattolica: «se troppi punti restano imprecisi, è perché non ci è possibile fare altrimenti, e solo le circostanze permetteranno in seguito di chiarirli poco a poco. In tutto ciò che non è puramente e strettamente dottrinale, le contingenze intervengono necessariamente ed è da esse che possono essere tratti i mezzi secondari di qualsiasi realizzazione che presupponga un adatta­mento preliminare … Se, in questioni di tal natura, abbiamo lo scrupo-lo di non dirne troppo, né troppo poco, è perché, da una parte, teniamo s farci capire nel modo più chiaro possibile e, dall’altra, dobbiamo tuttavia sempre riservare delle possibilità, attualmente impreviste, che le circostanze possono far emergere successivamente»[34]. In realtà, dalla pubblicazione della parte principale dell’opera dottrinale di René Guénon, vari orientamenti si sono delineati successivamente, ma an­che parallelamente, tra coloro che hanno compreso il suo insegnamen­to e hanno cercato di metterlo in pratica.

Questi diversi orientamenti sono stati incoraggiati e aiutati da Gué­non nella misura in cui gli interessati si sono rivolti a lui e, nello stesso tempo, egli coglieva l’occasione per dare un insegnamento specifica­mente iniziatico, per quanto d’ordine ancora generale, in un’importan­te serie di articoli su Le Volle d’Isis, divenuto più tardi Études Tradi­tionnelles. Bisogna sottolineare quest’altro lato del suo insegnamento, giacché anch’esso esce dall’ambito degli studi semplicemente teorici, ed entra appunto in un dominio tecnico: diremo addirittura, che se v’è ora un libro assolutamente unico e insostituibile nella sua opera, e nel dominio iniziatico in generale, è quello intitolato Aperçus sur l’Initia­tion, che è proprio la sintesi della prima serie di quegli articoli di carat­tere tecnico; la seconda serie andrà a costituire un volume postumo. Faremo anche notare che un simile lavoro non ha equivalente in alcun altro scritto tradizionale, e questo in qualsivoglia tradizione.

Senza poter entrare nei particolari, diremo che tra questi orientamenti, uno si ricollegava alla speranza di una rivivificazione dell’esoterismo cattolico, un altro alla ricostituzione massonica di cui abbiamo parlato. Altri elementi hanno deciso di cercare un’iniziazione orientale, il che portava alla costituzione di “prolungamenti delle élites orientali” in Oc­cidente, non alla formazione di un’élite occidentale propriamente detta.

Ma la nozione di costituzione di un’élite occidentale al di fuori di qualsiasi punto d’appoggio e d’ogni ambito definito implica la possibi­lità che un’élite si costituisca con degli elementi che non abbiano alcun ricollegamento con qualsivoglia organizzazione. Sotto questo rappor­to, emerge come la questione della costituzione di un’élite occidentale sia rimasta senza risposta finora. Ma, ci si può domandare, che può significare esattamente una simile costituzione? Tale questione presen­ta però una certa difficoltà: posto, da una parte, che, secondo le pre­cisazioni di Guénon, con “costituzione dell’élite” bisogna intendere non una semplice formazione dottrinale, ma un’effettiva realizzazione nell’ordine della conoscenza iniziatica e metafisica, e inteso, d’altra parte, che ogni realizzazione di questo genere presuppone un’iniziazio­ne e la pratica di certi mezzi che devono avere un’origine tradizionale, come si può concepire che un’élite si costituisca effettivamente, sotto tutti gli aspetti, senza che essa prenda il suo punto d’appoggio in un’e­sistente organizzazione? Per rispondere a tale domanda diremo, innan­zitutto, che per noi, indubbiamente, tutto il lavoro effettivo doveva co­minciare con un’iniziazione e attraverso dei mezzi appropriati. Ma v’è davvero qualche altra possibilità iniziatica al di fuori delle due prece­dentemente menzionate? Risponderemo: sì. Rimane ancora la possibi­lità che un’iniziazione propriamente occidentale, ma non più esistente in Occidente, si riattualizzi in un ambiente intellettuale propizio, con dei mezzi appropriati. Quale sarebbe tale iniziazione e dove si trove­rebbe? Potrebbe essere solo l’antica iniziazione regolare ed effettiva dell’Occidente tradizionale ritiratasi da molto tempo là dove si ritira ogni iniziazione che non ha più la possibilità di mantenersi nel suo ambiente normale, quando le condizioni cicliche le sono sfavorevoli. Aggiungiamo ancora, per meglio render conto del particolare stato del­l’Occidente, che un ritiro simile, quando riguarda la forma iniziatica fondamentale di una tradizione, coincide con il ritiro del centro spiri­tuale di tale tradizione, e si fa verso il punto d’origine di ogni centro di una tradizione particolare, vale a dire verso il centro spirituale supre­mo, in cui rimane allora allo stato latente e da cui può rimanifestarsi talvolta quando le condizioni cicliche glielo permettano. Tali rimanife­stazioni sono facilitate, in una certa misura, dalla presenza, nell’ambito tradizionale abbandonato, di organizzazioni iniziatiche d’importanza secondaria che hanno soprattutto il ruolo di mantenere una continuità della trasmissione iniziatica e di collegare i loro membri, da lontano, senza neppure che ne abbiano coscienza, all’influenza del centro riti­rato. È per questo, d’altronde, che il primo metodo da considerare per la costituzione dell’élite occidentale, era quello che prendeva un punto d’appoggio in un’organizzazione esistente. Ma quando, per ragioni di­verse, una riattualizzazione non è più possibile nell’ambito delle orga­nizzazioni esistenti, mentre delle condizioni essenziali si trovano sod­disfatte in un ambito non definito, una rimanifestazione può prodursi, nei confronti di quest’ultimo o di certe individualità “qualificate”, e allora l’iniziazione necessaria e i mezzi corrispondenti possono riappa­rire. Tuttavia, in tal caso, l’iniziazione e i mezzi del lavoro di realizza­zione presenterebbero delle modalità relativamente nuove, legate più particolarmente alle qualificazioni dell’ambiente di riattualizzazione; è d’altronde attraverso queste qualificazioni e a loro misura che sareb­bero elaborati gli strumenti di lavoro che apparirebbero così successi­vamente, come una sorta di creazione dovuta alla stessa élite, secondo le opportunità dell’effettivo sviluppo di questa. Tale possibilità, così difficilmente realizzabile, ci sembra dover essere inclusa in ciò che Guénon aveva in mente con l’idea di una costituzione dell’élite occiden­tale al di fuori del punto d’appoggio in un’organizzazione esistente e d’ogni ambiente definito. Abbiamo d’altronde certe ragioni di pensare che Guénon sapesse per esperienza propria qualcosa su delle possibili­tà di questo genere, giacché al suo esordio certi tentativi si sono pro­dotti, a partire da interventi dell’antico centro ritirato della tradizione occidentale. Per quanto gli avvenimenti che abbiamo in vista qui ab­biano toccato lo stesso Guénon, aggiungeremo che ciò non contraddice per niente la personale “generazione orientale” di Guénon, giacché è possibile una coordinazione d’influenze con l’azione di centri tradizio­nali non cristiani, per scopi d’ordine più generale. A questo proposito ricorderemo che, «dopo la distruzione dell’Ordine del Tempio, gli iniziati all’esoterismo cristiano si riorganizzarono, d’accordo con gli iniziati all’esoterismo islamico, per mantenere, nella misura del possi­bile, il legame che era stato apparentemente rotto da quella distruzio­ne» e che tale collaborazione tra degli iniziati ai due esoterismi men­zionati «dovette continuare pure in seguito, poiché si trattava appunto di mantenere il legame tra le iniziazioni d’Oriente e d’Occidente»[35]. Il risveglio dell’iniziazione occidentale poteva dunque in principio essere tentato da una tale congiunzione d’influenze e interventi, le sole diffi­coltà ulteriori avendo potuto determinare in un senso più “orientale” l’appoggio che poteva ancora essere offerto all’Occidente. Non voglia­mo insistere qui di più su questo punto, ma diremo che ciò dev’essere messo in relazione con gli orientamenti spirituali più adeguati alle prospettive della “seconda ipotesi” quanto al destino dell’Occidente.

Dobbiamo dire adesso che vi sono state talvolta anche delle soluzio­ni con un carattere meno regolare, il che si spiega con il fatto che esse non procedono da indicazioni dottrinali o altre, date dall’insegnamento di Guénon. Tale è il caso di coloro che, talvolta addirittura senza cono­scenza alcuna di quest’insegnamento, si sono ricollegati a delle orga­nizzazioni aventi il loro punto di partenza nell’Oriente ma che René Guénon dichiarava sprovviste delle condizioni di regolarità tradiziona­le, e che si mostravano, del resto, inficiate di modernismo. Non esa­mineremo in dettaglio queste organizzazioni, ma faremo soltanto al­cune osservazioni d’insieme che d’altronde vanno oltre questo caso speciale, poiché corrispondono a delle constatazioni che si sono potute fare pure in certi casi in cui non v’era alcuna difficoltà sotto l’aspetto della regolarità essenziale del ricollegamento. Due generi di deviazioni di prospettiva tradizionale si accentuano generalmente presso coloro che non hanno conosciuto o non hanno assimilato sufficientemente l’insegnamento di René Guénon, e non hanno compreso perciò in quali condizioni una vera realizzazione poteva essere intrapresa dagli Occi­dentali, si trattasse d’altronde di coloro che si sono ricollegati, in modo illusorio o regolare, a delle organizzazioni orientali, o ancora di coloro che sono rimasti senza alcun ricollegamento: le chiameremo la devia­zione “assolutista” e la deviazione “universalista”.

La prima è definita dalla volontà di raggiungere una realizzazione, e persino la Conoscenza Suprema, fuori dalle normali condizioni di un metodo e di una forma tradizionale particolare, mediante una semplice partecipazione alla tecnica strettamente intellettuale della rispettiva via. La seconda è definita dalla negligenza della regola d’omogeneità spirituale tra la modalità iniziatica d’insieme cui si vuol partecipare e la forma tradizionale praticata, o ancora dall’illusione di un metodo unico applicabile indifferentemente a forme tradizionali diverse, e per­sino al di fuori dell’esistenza di un ricollegamento iniziatico. Le diver­se forme di queste deviazioni, che talvolta si combinano tra loro in modo strano, procedono tutte dall’ignoranza della relazione che deve esistere tra la natura delle influenze spirituali che agiscono nell’inizia­zione, i corrispondenti mezzi di realizzazione e le qualificazioni degli esseri umani. Tale ignoranza è quasi sempre unita all’orgoglio e alla sufficienza caratteristiche del moderno individualismo, e anche alla pretesa d’adattare l’insegnamento e la tecnica tradizionale alle esigen­ze dei tempi nuovi! Per gli intellettuali afflitti da questi difetti spiritua­li, l’insegnamento e la disciplina iniziatiche di una forma tradizionale sono delle cose inattuali, sia perché le trovano fastidiose per la vita ordinaria, sia perché, semplicemente, le ignorano. Costoro tacceranno dunque volentieri di “ritualismo” la pratica d’insieme dei mezzi sacri, sia ritenendo che non è necessaria nel loro caso personale (e allora si è stupiti nel vedere quanti si credono nella stessa condizione) sia prefe­rendo in quest’ordine delle combinazioni artificiali di propria inven­zione, che dipendono dal “sincretismo” o dalla “mescolanza delle for­me tradizionali”. Riprendendo in un senso più generale certi giudizi di Guénon, diremo dunque che queste cose, che si constatano da diverse parti, sono più gravi quando si producono in organizzazioni iniziatiche regolari che non quando sono proprie a persone che insomma agiscono solo per conto proprio e non hanno nulla d’autentico da trasmettere. Infine, un tratto caratteristico e significativo di queste scuole è la loro ostilità, sia dichiarata sia dissimulata, alla funzione e all’insegnamento di Guénon. È da temere adesso che, con la sua scomparsa, queste irre­golarità diverse s’accentuino ancora, giacché la sua presenza eserci­tava un certo effetto censorio anche presso coloro che non erano in accordo con l’insieme del suo insegnamento.

Ciò ci induce a dire una parola sul significato generale che può avere la cessazione della sua personale funzione. Ci si ricorderà qui che, par­lando della speranza di un’intesa tra Oriente e Occidente e del ruolo degli “intermediari”, egli diceva riguardo a questi ultimi che «la loro presenza prova che qualsiasi speranza d’intesa non è irrimediabilmente perduta»[36]. La sua improvvisa scomparsa sarebbe da interpretare come la perdita o la diminuzione di tale speranza d’intesa? Non v’è dubbio che sotto questo aspetto vi sia, in questo inatteso avvenimento, un cer­to senso negativo, e le difficoltà diverse o limitazioni di possibilità che la sua funzione aveva incontrate, e cui abbiamo fatto menzione, non farebbero d’altronde che rinforzare tale significato. Ma dobbiamo de­terminare i limiti entro cui un’interpretazione simile è possibile. Innan­zitutto, la sua funzione doveva avere a un certo momento, con l’età, un limite naturale. D’altra parte, benché niente facesse pensare al momento a una fine, la sua attività si è comunque estesa per una durata apprez­zabile: una trentina d’anni separa la sua morte dalla pubblicazione del suo primo libro; la sua produzione intellettuale fu eccezionalmente ricca: 17 libri, più il materiale degli articoli da ripubblicare in volumi, per un totale di almeno 8 opere; l’influenza di quest’opera dovrà svilupparsi ancora di più in futuro. Data l’importanza che noi stessi abbiamo attribuita alla funzione di Guénon, la sua opera non potrebbe restare senza qualche conseguenza positiva per quanto riguarda i rap­porti con l’Oriente. D’altra parte, la fine della sua attività non è una ra­gione sufficiente per arrivare alla conclusione che debba cessare l’ap­poggio dell’Oriente, giacché Guénon stesso non ha mai legato tale appoggio alla sua sola presenza e, testualmente, ha parlato sempre al plurale d’“intermediari”, il che può benissimo non essere una semplice formula di stile impersonale, tanto più che non poteva pronunciarsi su ciò che sarebbe successo dopo di lui. La cosa certa è che la risorsa intellettuale che l’Oriente ha utilizzato con lui è cessata, giacché era legata a delle qualità personali provvidenzialmente disposte. Cosa cer­ta è anche che, poiché la parte dottrinale generale del suo messaggio appariva in larga misura realizzata per rendere possibile il risveglio intellettuale voluto in Occidente, non è nello stesso ordine che si po­trebbe prevedere come probabile una continuazione dell’appoggio che l’Oriente offriva. È piuttosto riguardo a delle forme dottrinali più cir­costanziate e alle applicazioni contingenti d’ogni genere che il bisogno di una continuazione di quell’appoggio si fa sentire. Ciò può essere le­gato d’altronde in modo speciale a nuove necessità cicliche dell’orien­tamento tradizionale e, sotto questo aspetto, si potrebbe pensare ap­punto a un più particolare sviluppo in relazione con le circostanze e le modalità proprie alla “seconda ipotesi”, il che d’altronde ci sembra esigere tanto un lato dottrinale quanto un lato d’orientamento pratico, più determinati nella loro forma. Alle nostre riflessioni verrà rimpro­verato un carattere troppo ipotetico e astratto, cosa che riconosceremo volentieri, ma non ci è possibile evitarlo, tanto più che cerchiamo qui solo di circoscrivere in modo molto generale il significato che può avere la cessazione in questo momento della funzione personale di Guénon.

Ma l’opera intellettuale lasciata da Guénon manterrà la sua presenza, così come tutto quello che è stato concepito per sua ispirazione pro­seguirà l’iniziale orientamento dato da lui. La sua opera comincia per-sino a essere conosciuta e compresa in certi ambienti d’Oriente, là dove gli intellettuali, che hanno sperimentato l’attuale civiltà occiden­tale e le dottrine profane e ne hanno provato tutte le conseguenze in loro stessi e attorno a loro, non hanno altro mezzo per riprendere con­tatto con lo spirito tradizionale se non attraverso un insegnamento che costituisce al contempo un’efficace critica dello spirito moderno e una formulazione intelligibile delle immutabili verità della tradizione. D’altra parte, coloro che, in Occidente, costituiscono, per il loro ricol­legamento orientale, ciò che Guénon chiamava «un prolungamento delle élites orientali, che potrebbe diventare un tramite fra queste e l’élite occidentale il giorno in cui quest’ultima sarà arrivata a costi­tuirsi»[37], sono in modo naturale una ragione per non abbandonare la speranza di un’intesa dell’Occidente con le forze salutari dell’Oriente tradizionale. Ma nelle condizioni d’esistenza di un’epoca piena d’ogni sorta d’illusioni e di pericoli, questa speranza resta fondata sulla per­fetta fedeltà sotto tutti gli aspetti all’insegnamento di colui che fu e sarà la “Bussola infallibile” e la “Corazza impenetrabile”. Tutti coloro che sono partecipi della saggezza tradizionale e dello spirito di vera riconciliazione divina del mondo incontreranno certamente la stessa incomprensione del loro grande predecessore, e saranno anche loro oggetto della stessa ostilità, o di un’ostilità ancora più grande di quella provata dal Testimone della Verità Unica e Universale, ma è a loro che, nell’ordine delle implicazioni umane, si ricorrerà alla fine per trovare un’intercessione che, al di là degli errori e delle iniquità di un mondo che s’inabissa nel proprio caos, deve aprire le porte della Luce e della Pace.

 


L’opera *

 

Frithjof Schuon

 

La definizione dell’opera di René Guénon è racchiusa in quattro parole: intellettualità, universalità, tradizione, teoria. L’opera è “intel­lettuale”, giacché riguarda la conoscenza – nel senso profondo e inte­grale della parola – e la considera in conformità alla sua natura, cioè alla luce dell’intelletto, che è essenzialmente sovra-razionale; è “uni­versale”, giacché considera tutte le forme tradizionali in funzione del-l’unica Verità, pur adottando, secondo i casi, il linguaggio di tale forma. D’altra parte, l’opera guénoniana è “tradizionale”, nel senso che i dati fondamentali che trasmette sono rigorosamente conformi all’insegna­mento delle grandi tradizioni, o una d’esse quando si tratta di una forma particolare; infine, quest’opera è “teorica”, giacché non ha direttamen­te in vista la realizzazione spirituale; si guarda anzi dall’assumere quel ruolo di un insegnamento pratico, di porsi, ad esempio, sul terreno degli insegnamenti di un Râmakrishna[38].

E questo ci porta alla questione del contenuto: questo converge es­senzialmente sulla dottrina metafisica – non su quanto può essere chia­mato la “vita spirituale” – e si suddivide in quattro grandi soggetti: la dottrina metafisica, i principi tradizionali, il simbolismo, la critica del mondo moderno.

***

Parliamo in primo luogo della dottrina metafisica. Qui, il merito di Guénon è, non soltanto d’averla esposta, ma soprattutto d’averne spie­gato la vera natura, distinguendola chiaramente dalle “filosofie” nel senso corrente di questa parola; tale senso non è probabilmente esclu­sivo, ma segna in ogni caso una forte predominanza del raziocinio sull’intuizione intellettuale, al punto da ridurre questa a una sorta d’“accidente” più o meno inconscio. Questo è il grande merito della tesi guénoniana: aver ricordato ciò che il pensiero moderno, sull’esem­pio del pensiero “classico”, ha dimenticato o voluto dimenticare, ossia l’essenziale distinzione tra l’intuizione intellettuale e l’operazione men­tale o, in altri termini, tra l’intelletto, che è universale, e la ragione, che è individuale e persino specificamente umana. E ciò taglia corto a tutte le speculazioni prive di carattere trascendente; infatti, per raggiungere la verità, occorre risvegliare in sé – se possibile – la facoltà intellettiva, e non sforzarsi di “spiegare” con la ragione delle realtà che non si “ve­dono”; ora, la maggior parte delle filosofie parte da una sorta di cecità assiomatica, da cui le loro ipotesi, i loro calcoli, le loro conclusioni, tutte cose sconosciute nella pura metafisica, la cui dialettica è fondata sull’analogia e sul simbolismo.

La dottrina metafisica non è altro, in fondo, che la scienza della Realtà e dell’illusione, e si presenta, a partire dallo stato terreno – dunque con la sua estensione cosmologica – come la scienza dei gradi esistenziali o principiali, secondo i casi: essa distingue da una parte tra il Principio e la Manifestazione – o “Dio” e il “Mondo” – e d’altra par­te, nello stesso Principio, tra l’Essere e il Non-Essere, o in altri termi­ni, tra il Dio personale e la Divinità impersonale; nella manifestazione, la metafisica – divenuta allora cosmologia – distinguerà tra l’informale e il formale, quest’ultimo diviso a sua volta in due stati, uno sottile o animico e grossolano o corporeo l’altro.

Il secondo grande tema trattato da Guénon è la tradizione, o più pre­cisamente l’insieme dei principi che la costituiscono, qualunque ne sia la forma; si può dire che la tradizione è ciò che ricollega ogni cosa umana alla Verità Divina. Guénon sottolinea, non soltanto la distinzio­ne tra ciò che è tradizionale e ciò che non lo è, ma anche, sullo stesso piano della tradizione, la distinzione tra i suoi due aspetti fondamen­tali, ossia l’exoterismo e l’esoterismo, e quest’ultimo si congiunge in maniera diretta con la dottrina metafisica.

Quanto al terzo grande tema dell’opera guénoniana, il simbolismo, s’impone perché l’espressione naturale e universale della metafisica è il simbolo: espressione naturale perché risiede nella natura delle cose, e universale perché suscettibile d’illimitate applicazioni in tutti gli ordini del Reale. Il simbolismo ha due vantaggi sul raziocinio: in pri­mo luogo, lungi dall’opporsi artificialmente à ciò che esprime, ne è, al contrario, un aspetto o un’“incarnazione”; in secondo luogo, invece di suggerire un solo aspetto di tale realtà, ne manifesta diversi allo stesso tempo e presenta le verità nelle loro varie connessioni metafisiche e spirituali, aprendo così alla contemplazione delle “dimensioni” incom­mensurabili.

Infine, l’opera guénoniana comporta, come quarto grande tema, la critica del mondo moderno; non può mancare, data, da un parte la sua natura che è intellettuale e tradizionale, e d’altra parte la sua sfera d’a­zione che è precisamente questo mondo privo d’intellettualità e di tradizione quali fattori determinanti. Questa critica del modernismo si presenta sotto due aspetti, uno generale e l’altro dettagliato; vale a dire che l’autore critica, da un lato, le tendenze specifiche della civiltà in cui viviamo, e dall’altro tali espressioni di questa civiltà, ad esempio le diverse forme di “neo-spiritualismo”.

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Come ogni opera di levatura eccezionale, quella di René Guénon può dare luogo a varie interpretazioni, non quanto alla sua verità glo­bale, ma quanto al suo carattere e alla sua portata; vi sono tuttavia dei punti sui quali tutti coloro che hanno seguito quest’opera con interesse devono essere d’accordo, e sono proprio questi punti soli che, a nostro parere, definiscono l’opera guénoniana.

Il ruolo di Guénon era di stabilire dei principi piuttosto che mostrar­ne l’applicazione: è nell’enunciazione dei principi che il suo genio in­tellettuale[39] si esercita con un’incontestabile maestria; ma che si am­mettano senza riserve tutti gli esempi e tutte le deduzioni che l’autore ci propone lungo i suoi numerosi scritti, questo ci pare essere una que­stione d’opinione[40], per non dire di fede, tanto più che la conoscenza dei fatti dipende da contingenze che non possono intervenire nella co­noscenza principale[41]. Il piano dei fatti è, per certi aspetti, all’inverso di quello dei principi, nel senso che comporta delle modalità e degli imponderabili che si trovano all’estremo opposto del rigore tutto “ma­tematico” delle leggi universali; almeno così apparentemente, giacché va da sé che i principi universali non si contraddicono affatto; persino sotto il velo dell’inesauribile diversità del possibile, la loro immutabilità è sempre riconoscibile, purché l’intelligenza si trovi nelle condizioni richieste per poterla discernere.

Ora, se l’opera guénoniana ha, sul piano dottrinale, un carattere d’u­nicità, potrebbe non essere inutile specificare che questo non dipende da una natura più o meno “profetica” – supposizione esclusa, che lo stesso Guénon ha già respinto in anticipo – ma da una congiuntura ci­clica eccezionale[42] il cui aspetto temporale è questa “fine di un mondo” che stiamo vivendo, e il cui aspetto spaziale è – in funzione d’altronde del primo – il ravvicinamento forzato delle civiltà; si può quindi dire che per l’Occidente, Guénon è il provvidenziale interprete di tale con­giuntura, almeno sul piano dottrinale. Per gli uomini del Medioevo, una tale opera sarebbe stata senza scopo, in primo luogo perché la “fine di un mondo” era ancora troppo lontana e la saggezza non era ancora misconosciuta come lo è a causa delle tendenze moderne, e in secondo luogo perché l’India era praticamente inesistente per l’Occi­dente[43].

I modi di partecipazione all’opera guénoniana sono per forza diversi: certi lettori se ne sono ispirati in una maniera più o meno parziale o superficiale, mentre altri si sono lasciati convincere dallo stesso merito dell’opera; certi sono stati “convertiti” a partire dagli errori correnti della nostra epoca; altri ancora, senza aver avuto bisogno di una “con­versione”, hanno trovato presso Guénon quello che pensavano loro stessi, salvo per la metafisica che nessuno può trarre da sé, e che hanno ricevuto da Guénon – a parte altre possibili fonti, ma praticamente troppo poco esplicite – come Guénon l’ha ricevuta dall’Oriente, e co­me ogni Orientale la riceve da un altro Orientale. In ogni caso, il ruolo di Guénon consiste essenzialmente in una funzione di trasmissione e commento e non di riadattamento[44]: «Non ho altri meriti – ci ha detto in una lettera – se non d’aver espresso al mio meglio alcune idee tradi­zionali». Se questa definizione è, certo, troppo modesta in quanto pas­sa sotto silenzio l’elemento speculativo dell’opera guénoniana, e anche il carattere fondamentale delle idee esposte, ne indica tuttavia l’inten­zione e la natura.

Il teorico in quanto tale, per definizione, scompare dietro la dottrina; nulla sarebbe più ingiusto del rimproverarglielo, e aspettarsi da lui un argomento diverso dalla verità dottrinale. Ci pare senza scopo, pertanto, parlare della persona di Guénon, e ci limiteremo a rilevare l’impres­sione di mancanza d’orgoglio e di semplicità che ci fece in occasione di tutti i nostri incontri. L’uomo sembrava ignorare il suo genio, come questo, inversamente, sembrava ignorare l’uomo.

 


Prospettive generali *

 

Luc Benoist

 

René Guénon è morto all’età di sessantaquattro anni, avendo scritto dall’età di 23 anni una quindicina libri e più di trecento articoli, in diverse lingue. Tutta l’“intelligenza” francese e straniera conosceva la sua opera, la cui azione invisibile è stata profonda. La nostra rivista Études Traditionnelles s’adoperava per far conoscere le sue idee. Da tutti gli angoli del mondo, dai continenti più vecchi e nuovi, dall’India come dall’America, uomini preoccupati dalle più alte questioni solleci­tavano un parere o un chiarimento da parte sua. Eppure il suo nome rimane quasi sconosciuto alla folla e aveva raggiunto la sua notorietà, senza alcun intervento di questa moderna Fama che è la stampa. Durante la sua vita solo due articoli gli erano stati dedicati in francese e questo in oscure riviste.

Nessuno sarà stupito da un’avventura così banale, quella di uno degli spiriti più potenti del nostro tempo misconosciuto nel paese che fu suo, nessuno tranne gli ingenui che credono nella spontaneità dei modi e nella gratuità delle reputazioni, anche quando si tratta di modi dello spirito e di reputazione intellettuale. A occhi avvertiti, il mondo che è nostro non pare meno camuffato o truccato della Svizzera di Tartarin. E se esistono a questo riguardo delle differenze tra i popoli, si tratta soltanto di gradi nella suggestione subita.

Ora che non è più, è il caso di gettare sulla sua opera uno sguardo d’insieme che permetta di inquadrarne l’importanza e di conoscerne meglio la natura. Possiamo dire innanzitutto che il punto di vista cen­trale e sintetico, quello che comprende tutto senza sopprimere nulla, che consente il risparmio della memoria e dello sforzo, che aiuta l’in­venzione e la scoperta, che facilita il nesso tra le discipline più estranee, il punto di vista dei principi che uniscono idee e gli uomini, questo e nient’altro è stato il tema degli scritti di René Guénon. A quest’idea di centro è intimamente connessa l’idea di germe. Il germe è l’effettivo centro per eccellenza, quello che già contiene nella sua misteriosa com­plessità tutti i suoi successivi sviluppi. L’idea di germe porta con sé l’idea di collegamento con la sua origine, quindi quella di tradizione.

L’uomo moderno deve capire che incarna il proprio passato e che non può andare avanti in contraddizione con lui. Guarirà solo tornando al punto di vista dei principi, l’unico che gli permetterà di sfuggire alle incertezze che l’opprimono e alle catastrofi che lo minacciano.

La conoscenza tradizionale dei principi è un bene comune dell’uma­nità, deposito ben anteriore alla storia, poiché è contemporaneo allo stesso uomo. Si è poi realizzato nelle forme più alte e perfette del pe­riodo storico. Si comprende perché René Guénon si sia trovato obbli­gatoriamente orientato verso il pensiero asiatico. Anche se, in parte, sembra essersi occidentalizzato, ciò fu molto più per risponderci e di­fendersi, che per imitarci. In questo “orientamento” del pensiero di Re­né Guénon, non v’è alcuna rivalità di “punti cardinali”. La verità non comincia a essere, nel momento in cui passa sotto questo o quel me­ridiano. Ma così come per far luce su un fatto storico, si raccoglie la testimonianza di coloro che l’hanno visto o che trasmettono la narra­zione di coloro che l’hanno visto, ci si deve iniziare alla conoscenza presso coloro che l’hanno conservata come l’eredità più preziosa.

Questa conoscenza dei principi l’Occidente l’ha posseduta una volta. Si chiamava la metafisica da una parola che significa “oltre la fisica”, cioè “oltre la natura”. Tale conoscenza è infatti il dominio del sopran­naturale; può essere raggiunto solo dall’intuizione immediata dell’in­telletto trascendente, che non è una facoltà individuale ma universale, come lo stesso oggetto che pretende di cogliere.

L’idea di tradizione, ci si dirà, è una vecchia luna. Senza dubbio! E la preoccupazione per la novità è l’ultima che avrebbe potuto sfiorare l’animo di René Guénon. Non si curava che della verità. Non bisogne­rebbe d’altronde confondere la vera tradizione con le sue caricature umane, che servono così bene a camuffare l’ignoranza e la cupidigia. Qui si tratta esclusivamente della tradizione integrale e primordiale che tutti gli uomini al loro apparire sulla terra hanno ricevuto in depo­sito con la vita stessa, poiché la vita è una delle manifestazioni di questa verità.

Il carattere decisivo che distingue René Guénon da tutti i “profeti del passato”, a parte l’impeccabilità della sua dottrina, è il suo metodo. Uno degli scrittori che più hanno fatto per diffondere il suo pensiero, Leopold Ziegler, l’ha espresso con grande forza: «Presso René Gué­non v’è un’incrollabile convinzione che la tradizione integrale non sarà mai colta con gli abituali strumenti della scienza. Non v’è alcun risultato decisivo da aspettarsi né dalla vanga dell’archeologo, né dai documenti dello storico, né dai simboli del mitografo, né dai mano­scritti del filologo, né dalle indagini dell’etnografo, né dalla “remini­scenza ancestrale” del filosofo. Senza dubbio non si può fare del tutto a meno di un apparato scientifico di quel genere o di qualsiasi altro analogo. Ma avanzerà con sicurezza solo colui che sarà stato in grado d’ottenere un ricollegamento diretto alla tradizione integrale, là dov’è ancor viva». Non si tratta, infatti, di una conoscenza teorica e astratta, che è sempre indiretta e simbolica, ma di un’effettiva realizzazione, di una reale presa di contatto, di un’identificazione mediante la cono­scenza.

Esponendo nelle sue opere e articoli la natura e la portata di questa conoscenza, René Guénon ha illuminato come mai era stato prima i problemi decisivi che si presentano alla nostra epoca e permette di risolverli nel modo più chiaro. I suoi più esigenti lettori hanno la pia­cevole e riposante certezza di “sorvolare” i diversi antagonismi che lacerano le menti d’oggi. Per molti uomini i suoi libri furono i messag­geri della felicità, almeno quelli per cui la felicità inizia nel momento in cui hanno potuto capire.

L’opera di René Guénon si divide naturalmente in quattro parti principali. La prima potrebbe includere Le Théosophisme, L’Erreur spirite e i suoi vari articoli sul neo-spiritualismo moderno. Giacché prima d’esporre le forme autentiche della tradizione, conveniva com­piere il necessario e spiacevole bisogno di stroncare le loro contraffa­zioni moderne. Guénon l’ha fatto e in tal maniera che nessuno ha vali­damente risposto alle sue requisitorie.

Ha segnatamente dimostrato ne Le Théosophisme, che il posto molto relativo che concedeva generalmente al metodo detto “storico” non corrispondeva affatto a un’incapacità sua a servirsene, se necessario, ma un’equa valutazione dei suoi limiti.

Per un residuo di creanza verso i circoli occultisti che, al tempo della sua giovinezza, aveva attraversato, non aveva dato seguito al suo pro­getto di scrivere un Erreur occultiste, ma molti articoli sulla questione, e che potranno essere riuniti in volume, testimoniano la sua instancabi­le vigilanza nel sottolineare le false verità che potrebbero accecare le menti non avvertite.

Oltre ai loro valori negativi, queste opere contengono come contro­partita degli insegnamenti molto positivi. L’Erreur spirite soprattutto possiede dei capitoli e delle pagine sugli stati postumi, sulle differenze esistenti tra reincarnazione, trasmigrazione e metempsicosi, delle defi­nizioni decisive che sarebbe impossibile trovare altrove. Già appariva nei suoi primi libri uno dei caratteri principali del suo apporto, che si può ben chiamare personale. Si tratta di un allargamento degli orizzon­ti mentali. Questo metafisico, che non s’è mai preoccupato che dell’in­visibile, si rivela il geografo delle terre sconosciute. Per un uomo me­dio d’oggi, tutto ciò che va al di là della sperimentazione e dei feno­meni misurabili rimane nell’ambito dell’immaginazione, della sensi­bilità, dell’intuizione, della spiritualità religiosa, tutto ciò vagamente mescolato in un magma indefinibile, in cui l’incertezza dei fatti e la vaghezza del vocabolario non recano a un cervello esigente altro che una deludente pastura. Prima di René Guénon, si può dire che, come per i fotografi, l’infinito cominciava a cinque metri. Il suo compito a questo riguardo è stato immenso. Ci ha fatto toccare in ispirito i “limiti della storia e della geografia”; ci ha fatto sentire tutti gli altri nostri limiti. E nello stesso tempo ci ha rivelato la gerarchia dei mondi invi­sibili, degli inferi e dei cieli, che non sono “altrove” ma “qui”, che non sono “luoghi” ma “ stati”.

Applicando a ciascun livello di conoscenza il suo particolare modo di comprensione, ha mostrato, nel nostro psichismo e nella nostra in­tuizione intellettuale, le antenne ipersensibili del mondo informale, e ci ha restituito, nel dettaglio delle sue modalità qualitative, la gerarchia, al tempo stesso molto precisa e affatto delimitata, di questi “stati mol­teplici”.

Molto di più. Capovolgendo il consueto punto di vista della scienza moderna e ponendosi da un punto di vista chiaramente anti-antropo­morfico, René Guénon ha disegnato con un tratto ineluttabile i limiti della sperimentazione quantitativa, nello stesso tempo in cui mostrava le connessioni corrispondenti che esistono tra i diversi “mondi”, connes­sioni che rendono i risultati della nostra sperimentazione fenomenica allo stesso tempo meno importanti in se stessi e più rivelatori al di là.

Questo risultato, René Guénon l’ha in primo luogo fatto capire con la sue critica dell’individualismo, restituendo alla personalità e al , come dicono gli indù, il ruolo che l’individuo aveva ideologicamente usurpato.

Nei suoi libri critici, si potrebbe ugualmente includere il suo Prin­cipes du calcul infinitésimal, poiché insomma, il punto di vista rimane lo stesso. L’errore spiritista e lo pseudo-infinito matematico derivano entrambi dalla stessa incapacità di concezione riguardo al vero infinito e alla possibilità universale.

In quel libro, che tutti possono comprendere senza una preliminare preparazione matematica, ha meravigliosamente dimostrato che l’infi­nito dei matematici non era, in realtà, che un indefinito e ha restituito, all’interno se si può dire di quest’“indefinito”, la molteplicità dei suoi diversi ordini, e cancellato la confusione tra la continuità quantitativa e la discontinuità qualitativa degli ordini e degli stati.

All’inverso dei filosofi, che non avendo niente di nuovo da dire lo dicono rivestendo la loro ripetizione di un nuovo vocabolario, René Guénon ha ridotto, in apparenza, al minimo la novità del suo contri­buto. Non ha avuto bisogno di ripetere il pensiero di Pascal in merito a “la verità che non inizia a essere nel momento in cui comincia a essere conosciuta”, per manifestare una modestia naturale. Ma, pur sottile e difficile da svelare agli occhi dei profani, il suo ruolo non è stato meno eminente. E la restituzione dei veri principi è andata in lui di pari passo con un raddrizzamento del vocabolario. Sarebbe troppo lungo enume­rare le lezioni di semantica e nello stesso tempo di logica che ha dato ai suoi lettori, le sue rigorose definizioni di termini, tanto più neces­sarie perché le realtà che qualificavano erano per loro natura più vaghe da cogliere. Chi non ha presente queste coppie: spirito e anima, indivi­duo e persona, infinito e indefinito, dualismo e dualità, mentale e intel­letto, salvezza e liberazione, e tante altre di cui ha saputo così precisa­mente fissare gli intangibili rapporti e che non si può evitare d’utiliz­zare poi come lui, tanto la verità che trasmette pare priva d’accento in­dividuale per restare piena di una realtà che lo supera. Nessuno scritto­re ha saputo assicurare la sopravvivenza del suo pensiero in modo così poco singolare legando il suo dire alla verità complice.

La seconda parte delle opere di René Guénon includerebbe la parte più accessibile del suo lavoro, quella in cui espone le ragioni dell’attuale disordine e le condizioni puramente spirituali di un raddrizzamento.

Questi sono Orient et Occident, La Crise du Monde moderne, Auto­rité spirituelle et pouvoir temporel e infine Le Règne de la Quantité et les Signes des Temps. Il più importante dal punto di vista teorico, quel­lo che dà in parte la chiave degli altri, è Autorité spirituelle et pouvoir temporel. René Guénon vi riduce i rapporti tra queste due potenze a quelli che esistono tra la contemplazione e l’azione. Tutte le tradizioni autentiche insegnano la subordinazione dell’azione verso la contem­plazione e questo sia dal punto di vista sociale che dal punto di vista individuale. Anche, beninteso, dal punto di vista storico, e Guénon mostra che tutti i periodi di disordini sociali sono contemporanei a una messa in discussione di quella gerarchia dei poteri. Si tratta, insomma, in questo libro, di una filosofia della storia, vista dal lato metafisico.

Le Règne de la Quantité, scritto durante la guerra, è l’opera più importante che René Guénon abbia scritto nel campo delle applicazio­ni storiche. Le sue capacità di matematico e il gusto che aveva per il simbolismo geometrico, gli permettono di dare un sorprendente scor­cio simbolico della storia, nel passaggio dalla sfera al cubo, in una continua progressione verso una solidificazione del mondo, nell’appa­rizione finale della “Gerusalemme celeste”. È d’altronde qui che ha ri­sposto, senza forse esserne effettivamente preoccupato, ad alcuni dei suoi critici. Poiché, dicevano questi, la Tradizione prevede l’evoluzio­ne del mondo in un determinismo intangibile, tutto ciò che faremo per sfuggirvi sarà vano. La progressiva solidificazione del mondo è voluta dalla Provvidenza e sarebbe empio opporvisi, giacché, come dice Léon Bloy, «tutto ciò che accade è ammirevole».

È questo il tipo stesso d’obiezione ignorante, quella che considera ogni questione solo da un unico punto di vista. La solidificazione del mondo si presenta, ci dice René Guénon, sotto un senso duplice: consi­derata in se stessa, in un frammento di ciclo, ha certamente un signifi­cato “sfavorevole” e persino “sinistro”, contrario alla spiritualità. Ma d’altro lato è nondimeno necessaria per preparare i risultati del ciclo nella forma della “Gerusalemme celeste”, dove questi risultati diver­ranno i germi del ciclo futuro. Solo, affinché questa fissazione diventi una restaurazione dello “stato primordiale”, occorre l’intervento di un principio trascendente. Tale intervento produce il capovolgimento fi­nale e induce la riapparizione del “Paradiso terrestre”.

Così si comprende meglio il modo di procedere di questo spirito da­vanti al quale ogni soggetto della sua meditazione pone ogni polo an­tagonista come complementare e che risolve ogni problema mediante la realizzazione di un ciclo completo. E siccome ogni complementare a un elemento del mondo manifestato è necessariamente dell’ordine spi­rituale, si capisce che per lui l’essenziale risiedeva in un permanente “orientamento” dello spirito. È lo spirito che qualifica il mondo. Questo è il motivo per cui, per l’iniziato, “anche il Paradiso è una prigione” e che, per la Provvidenza, pure la solidificazione è una purificazione. È un’altra forma di sacrificio, il sacrificio della “materia”.

La seconda metà del libro è quasi interamente dedicata all’aspetto satanico della dissoluzione, segnatamente alla deviazione dei simboli e alla grande parodia della falsa spiritualità.

La terza parte del lavoro di René Guénon includerebbe meno libri che articoli. È quella in cui mostra che l’Occidente possedeva una volta una tradizione autentica, d’altronde nascosta e analoga a quella che sussiste in Oriente. I libri che ne parlano sono L’Ésotérisme de Dante, Le Roi du Monde e molti articoli, tutti quelli ad esempio che ha un tempo dedicato alla Massoneria e che costituiscono i migliori studi pubblicati sull’argomento.

Questa questione della Tradizione in Occidente era una di quelle, e forse persino l’unica su cui René Guénon non amava pronunciarsi, e si capisce facilmente perché. Aveva messo in imbarazzo troppe persone, in tutti i mondi, per arrischiarsi ancora a offendere degli amor propri troppo sensibili. Eppure, per noi Occidentali, la questione è importan­te. Non abbiamo la pretesa di risolverla qui in due pagine, ma di porla. René Guénon, in gioventù, aveva attraversato tutti i circoli occidentali in cui a torto o a ragione s’erano manifestate delle pretese d’esoteri­smo. Ne aveva giustamente concluso che solo la Massoneria e il Com­pagnonaggio possedevano il carattere di un’autentica tradizione, vale a dire che non esistevano più in Occidente che iniziazioni di mestiere.

Tuttavia, i lettori fedeli dei suoi articoli ricordano certamente ancora il suo studio su Christianisme et Initiation, in cui affermava che «il Cristianesimo, alle origini, aveva tanto per i suoi riti quanto per la sua dottrina, un carattere essenzialmente esoterico e pertanto iniziatico». Ma questo carattere, a seguito del suo trionfo sociale, al tempo di Costantino, e del suo adattamento necessario al maggior numero, l’ha ben presto perduto e la permanenza dei riti non consente di pronun­ciarsi sulla permanenza dell’esoterismo, poiché ogni rito è per natura del dominio dell’azione e gioca nei riguardi della conoscenza solo un ruolo di supporto e di simbolo. In verità, non vi sono riti “esoterici” in sé, ma soltanto nella misura in cui il carattere iniziatico della tradi­zione contemplata, la sua comprensione e la sua prospettiva sono stati mantenuti. Tale non pare essere il caso del Cristianesimo occidentale.

Sfortunatamente, René Guénon, trattando queste questioni, forse non ha insistito abbastanza sulla differenza tra il Cristianesimo romano e il Cristianesimo ortodosso. Ora v’è lì, proprio al contrario, una distinzio­ne di primaria importanza. Già, in un articolo degli Études Tradition­nelles dell’aprile 1935, dicevamo che gli esicasti greci costituivano «l’ultima scuola di realizzazione metafisica storicamente accertata in una chiesa cristiana». I recenti studi del sig. F. Schuon hanno mostrato ai nostri lettori come si potessero, infatti, trovare nella tradizione patri­stica ortodossa degli indizi e persino delle prescrizioni che permettono di concludere che il carattere iniziatico della devozione monastica vi si è mantenuto meglio che nella chiesa romana. D’altronde la storia se­greta dell’esoterismo occidentale abbonda di tracce di una corrente ini­ziatica che ancora sussiste e misconosciuta. In molteplici lavori, René Guénon l’ha dimostrato: sia che evochi il Santo Graal e la tradizione druidica, Dante e i Fedeli d’Amore, i Rosa-Croce e i Templari, o Mar­tinez de Pasqually e Fabre d’Olivet. Lui stesso, se così si può dire, co­stituisce il prestigioso “sigillo” di quest’oscuro lignaggio. È come il fiore di quegli abbozzi e se deve certamente il suo carattere ecceziona­le a un reale ricollegamento con diverse tradizioni autentiche che non sono occidentali, i suoi mezzi d’espressione li ha in parte presi dalle manifestazioni dell’esoterismo d’Occidente.

La quarta parte delle opere di René Guénon includerebbe insomma tutte quelle che hanno fatto la sua reputazione e l’hanno consacrato, di fronte al grosso pubblico, come indianista e orientalista. È la parte più positiva e più ricca, che espone con inaspettata chiarezza la vera meta­fisica orientale: Introduction générale à l’étude des doctrines hindoues, L’Homme et son devenir selon le Vêdânta, Le Symbolisme de la Croix, Les États multiples de l’Être e il suo ultimo libro La Grande Triade. In una panoramica che abbraccia con eguale scienza i libri sacri della Cina e dell’India, dell’Egitto e del Medioevo, dell’Islam e d’Israele, René Guénon ci fa penetrare con una profondità, una precisione e una (relativa) facilità in egual misura stupefacenti, nel cuore delle più alte questioni che si siano imposte alle più grandi menti di tutti i tempi, e le risolve, grazie alle tradizioni che espone, con perfetta agiatezza. Questi problemi e queste menti non paiono più arcani misteriosi riservati a degli specialisti più eruditi che comprensivi, ma vivono di una vita effettiva ed eterna.

Giacché quel suo dominio soprannaturale può aprirsi all’animo di un mendicante analfabeta forse più facilmente che a quello di un membro dell’Istituto. Il sovreminente valore dell’opera di cui parlo deriva soprat­tutto dal fatto che è assolutamente e totalmente indipendente dall’indi­vidualità del suo autore. In quest’opera, non è un individuo, di qualsi­voglia livello, che ci parla, ma è l’umanità che c’istruisce, grazie al de­posito soprannaturale che ci ha preservato su delle realtà più antiche di tutta la storia conosciuta. Ci porta la propria testimonianza su se stessa.

Se René Guénon si è servito più generalmente dell’alfabeto della tra­dizione indù, fu per ragioni d’opportunità. Ma tutti i suoi libri, qualun­que sia il punto di vista temporaneo in cui si pongono, gettano luce su tutti gli altri. La Grande Triade si riferisce più particolarmente alla tradizione cinese, Le Symbolisme de la Croix alla tradizione cristiana e musulmana. Nessuno è esclusivo degli altri e si può dire al contrario che ciascuno completa ciò che negli altri rimane allo stato d’indicazione.

Il più originale di quei libri e quello che si pone inoltre al di sopra di tutte le tradizioni è certamente: Les États multiples de l’Être.

L’Introduction rimetteva il piccolo Occidente in un luogo molto re­lativo e diminuito, mostrando i misfatti del “pregiudizio classico”.

L’Homme et son devenir allargava la condizione dell’uomo, lo mo­strava in relazione agli stati inferiori, come pure ai superiori, indicava i mezzi della liberazione e dell’Identità Suprema. Le Symbolisme de la Croix generalizzava questa prima visione della gerarchia degli stati, grazie al simbolismo geometrico e alle varie corrispondenze dei tre gûna indù.

La Grande Triade, riprendendo la stessa divisione ternaria da un punto di vista più cosmico, chiariva nello stesso tempo il simbolismo alchemico.

Les États multiples, superando tutte le tradizioni e tutte le forme, co­stituisce il pezzo principale, la chiave di volta dell’opera guénoniana, quello di cui nessun altro testo può dare l’equivalente, e che, al contrario, è necessario per la perfetta comprensione di tutti gli altri. Si tratta della più completa delucidazione che sia mai stata data della geografia dell’in­visibile, dell’Infinito, del Non-Essere e del Possibile, di tutta la comples­sità delle gerarchie spirituali. Tra l’Infinito e la Libertà, René Guénon mostra la coscienza e il mentale umani sospesi e vaganti in un divenire senza fine attraverso stati ben distinti e perfettamente qualificati.

Aggiungiamo per finire un’osservazione tecnica essenziale. La lettu­ra, la comprensione e lo studio dei suoi libri sono possibili e utili solo a coloro che hanno familiarità con il simbolismo autentico. Non si trat­ta qui della vaga iconografia letteraria del secolo scorso, che ha intro­dotto più errori ideologici di quanto non abbia creato capolavori, ma del simbolo in quanto legge naturale e soprannaturale, di cui il rapporto matematico è solo un caso particolare e di cui, all’estremo dei possibili, l’unione suprema costituisce un altro caso. Le leggi naturali sono solo dei casi particolari delle leggi soprannaturali o, per parlare il linguag­gio quotidiano, l’assioma è un caso molto particolare del miracolo.

Nessun altro pensiero è riuscito a darci una tale armoniosa totalità. Qual è dunque l’ultima e irriducibile differenza che separa René Guénon dai pensatori metafisici e orientalisti occidentali? È che le sue formula­zioni si riferiscono sempre a un’esperienza interiore delle realtà dell’e­soterismo. È in questo che risiede, in ultima analisi, la comprensione di un testo antico. Comprendere significa realizzare nella coscienza del­l’individuo e in tutti i gradi degli stati dell’essere. È questo riferimento perpetuo che permette di scegliere tra la verità e l’errore, che interpreta correttamente i simboli, che rettifica i difetti dell’espressione, che sup­plisce alle mancanze, che esclude i dettagli secondari o superflui.

Il mezzo di questa presa di possesso è il simbolo e, se riteniamo ne­cessario finire questo studio fin troppo sommario insistendo su que­st’intermediario in apparenza secondario, è perché costituisce in realtà la base stessa dell’edificio. Il simbolismo è il filo continuo che collega le diverse realtà, è attraverso di esso che ragioniamo, che pensiamo, che sogniamo, che siamo. L’eredità a tutti i gradi è un caso di simbo­lismo e l’analogia delle leggi fisiche e psichiche ne è un altro. Ogni manifestazione è un simbolo del suo autore e della sua causa. È su questa vetta del pensiero che René Guénon, così poco artista e poeta in apparenza, concorda molto facilmente con i poeti e gli artisti. Giacché l’intuizione di questi ultimi, per quanto incompleta e inconscia sia tal­volta, nondimeno possiede allo stato di germe gli stessi doni che, presso i più compiuti iniziati, segnano il grado superiore che hanno raggiunto.

Senza dubbio è difficile dire quale sarà il destino storico di René Guénon. Seguirà con ogni probabilità nel suo aspetto formale il desti­no della lingua e della cultura di cui tale lingua fu l’espressione. Ma quel che è certo, è che nessun’opera umana s’è assicurata in se stessa una garanzia più sicura di sopravvivenza, per il suo integrale attacca­mento a ciò che è la Verità.

 


René Guénon e l’idea metafisica *

 

André Préau

 

Qualunque siano le conseguenze pratiche che sono state e potranno essere tratte dall’opera di René Guénon e quali che possano essere gli apprezzamenti cui darà luogo, v’è un punto sul quale i suoi fedeli let­tori hanno sempre concordato: il loro attaccamento a quest’opera viene prima di tutto da ciò che ha permesso loro di “comprendere”. Per loro, tutto a un tratto, il caos intellettuale in cui vive l’uomo moderno s’è ordinato: hanno avuto la fortissima impressione di “vedere” e, se non “vedevano” tutto, almeno avevano la consapevolezza di possedere, per studiare qualsiasi questione, una posizione nuova e, a loro avviso, su­periore. Analizzare quest’impressione, questa “sensazione” di chiarezza che il lavoro di René Guénon dà è un compito più complesso di quanto paia a prima vista; e ci limiteremo a chiarire l’elemento centrale, es­senziale, della lucidità guénoniana e che è, crediamo, l’idea metafisica.

Quest’idea che, come ciascuno sa, Guénon ha presentato soprattutto nella sua forma indù, si riassume in poche parole: identità del Sé e di Brahma, Infinito e manifestazione, Essere e Non-Essere, stati moltepli­ci. Quest’idea è “metafisica” in quanto è “ultima”, vale a dire che assi­cura alla mente la possibilità più grande: ora l’idea dell’Infinito apre all’intelligenza un campo illimitato in cui ogni cosa, qualsiasi visione dell’animo, persino qualsiasi errore, può trovare il suo posto. Permette così d’avvolgere tutto e di riportare tutto all’unità, il che è la prima condizione d’ogni comprensione. E, l’Infinito essendo in una volta Es­sere e Non-Essere, luce e tenebre, affermazione e negazione, può es­sere l’origine di tutte le posizioni come di tutte le esclusioni, avvicina e tiene a distanza, identifica e distingue, fa brillare e spegne. Con ciò è principio d’unione e di separazione e, per gli innumerevoli nessi, tal­volta stranamente opposti, che implica tra tutte le forme e tutte le idee, è l’origine allo stesso tempo di discordia e d’armonia, di lotta e di conciliazione, vale a dire di vita intellettuale nel senso più elevato della parola, vita “intelligibile” cui partecipiamo debolmente e che è in definitiva quella della stabilità principale. Unità, non-limitazione, dua­lità del sì e del no, gerarchia: in questa complessa idea, l’intelligenza trova tutti gli elementi di un ordine universale, vale a dire che si ritrova essa stessa e, con lei, tutti i modi, forme e “intenzioni” del pensiero, tutti i possibili giochi di conoscenza e d’ignoranza.

Quest’idea, come Guénon ha ben visto, non è puramente e semplice­mente tradizionale, nel senso che vi sono delle tradizioni che non sono metafisiche. La dottrina dell’identità del Sé e di Brahma, che ne è un aspetto essenziale, è ignorata dal Buddismo e non è riconosciuta da alcuna delle tre tradizioni monoteiste. È anzitutto una dottrina del Brâhmanesimo, ma anche del Taoismo e del “Platonismo”; in realtà, allo stato attuale dei documenti accessibili, tali sono proprio le tre grandi sorgenti metafisiche dell’umanità. Va anche aggiunto che, pur lasciando da parte la negazione buddistica, la dottrina dell’identità non è stata criticata in nessun luogo più aspramente che in India, proprio là dove s’era affermata il più fortemente e dove poteva far valere nume­rosi testi delle Upanishad; e questa critica non è venuta soltanto dal vishnuismo, ma anche dallo shivaismo, segnatamente da quell’impor­tante branca dello Shaiva-Siddhânta. Quest’atteggiamento di numerosi maestri indù è, in ultima analisi, con ogni probabilità imputabile a un indebolimento dello spirito metafisico; ma, poiché la dottrina del­l’âtmâ è fondata su dei testi formali della Shruti, è ragionevole suppor­re che non avrebbe mai incontrato un’opposizione così forte e così estesa se l’esperienza non avesse dimostrato che il suo insegnamento non era privo di pericoli e che il suo senso vero era più sottile di quanto sembrasse a prima vista. L’indù, che si sa identico a Brahma, è tentato di considerare Brahma, che risiede nel loto del suo cuore, come una sorta di gioiello nascosto che sarebbe suo e di cui dovrebbe solo prendere possesso. La “realizzazione” spirituale, con cui diventa ciò che è, viene allora intesa come una sorta d’“affare personale”, per il quale i mezzi tradizionali sono solo procedimenti di risveglio e dei coadiuvanti: l’essenziale per l’uomo è di far penetrare la punta della sua coscienza attraverso tutti gli involucri che gli velano il Sé. Tale realizzazione, in altre parole, rischia assai d’essere concepita semplice­mente come il ratto e l’assimilazione del Sé da parte dell’io, mentre essa è anche, e ancor più, il dono del Sé all’io e l’evizione dell’io da parte del Sé. Il Sé universale non è un possesso dell’io individuale, è il suo essere nascosto, cioè si rivela a lui quando piace. Da qui l’insistenza dei maestri sugli atteggiamenti d’amore e di sottomissione e sull’impor­tanza della grazia (prasâda, anugraha, shaktipâta), che non era d’al­tronde stata dimenticata dalle scuole rimaste legate alla pura dottrina dell’identità, quali il vêdânta shankariano e lo shivaismo del Kashmir.

In modo generale, una dottrina spirituale è, in quanto tale, un’antro­pologia, cioè è d’ordine cosmologico. È una dottrina della dualità, poi­ché insegna una via, una direzione, definita al tempo stesso dal suo punto di partenza e dal suo punto d’arrivo: è mediatrice tra jîvâtmâ e Paramâtmâ. La metafisica è per lei un’implicazione, non il suo stesso corpo; e le difficoltà intellettuali che offrirà deriveranno spesso dalla necessità d’armonizzare le formule, sovente contraddittorie, della me­tafisica e della cosmologia. Una metafisica leggermente irrigidita mi­naccia la spiritualità; e questa, per difendersi, s’è frequentemente ri­fugiata in dottrine dualiste e pluraliste che, a loro volta, compromette­vano la sua fondamentale ispirazione dandole un carattere più o meno arbitrario.

Quest’ultima soluzione tuttavia non è stata quella del buddismo, co­me se obbedisse suo malgrado a qualche secondo fine metafisico. Par­tendo, come l’Induismo, della dualità del samsâra e della liberazione, distrugge il primo termine con l’idea d’illusione, di vuoto; e, quanto al secondo, lo vela in un’apofasi assoluta. Realizza l’unità in modo nega­tivo, è l’unità del Vuoto. Infine, per dare il colpo di grazie all’uomo e lasciarlo senz’alcuna prospettiva di futuro, che diventerebbe veloce­mente per lui l’occasione di un desiderio, rompe il sûtrâtmâ, che riuni­sce tra loro i vari stati dell’essere, e non lascia più di fronte all’asceta che un compito da adempiere. Alla lunga, come si sa, questa dottrina non ha potuto mantenere il rigore della sua negazione originaria[45].

Nelle tradizioni monoteiste, al contrario, si è in pieno “realismo” e la nozione scritturale di creazione è stata interpretata dogmaticamente nel senso di un’irriducibile dualità del Creatore e della creatura. Senza dubbio si potrebbe far osservare che questa dualità, essendo d’ordine cosmologico e corrispondente a una prospettiva temporale, non con­traddice la non-dualità metafisica. Si può considerare la creazione co­me inclusa nell’Atto eterno e infinito – Dio essendo e irraggiando per un solo e medesimo atto –; ma, dal momento che non lo si fa, si tra­spone quest’idea su un piano puramente razionale, temporale, la si “pensa” per mezzo di schemi la cui relatività è evidente e che implica­no in qualche modo una dualità: o, in relazione a Dio, quella di un interno (il Creatore) e di un esterno vuoto che si tratta di riempire, o in Dio stesso quello della potenza, corrispondente allo stato “anteriore” alla creazione, e dell’atto, corrispondente allo stato “posteriore” o, se si preferisce, allo stesso Fiat creatore. Gli Indù hanno un Dio creatore, che è Brahmâ, ma il suo atto rientra nel dominio della Shakti, non in quello di Parama-Shiva. Senza dubbio la differenza e la distanza han­no i loro analoghi in ciò che abbiamo chiamato l’Atto eterno e infinito, che è l’unione, non la confusione, di Shiva e della Shakti: esse ne rap­presentano dei “momenti” che una dottrina monistica rischierebbe di dimenticare. Ma i “momenti” dell’unità e dell’identità sono a loro vol­ta, dal punto di vista in cui ci poniamo, un po’ troppo trascurati nelle teologie monoteiste, in cui l’unità divina s’oppone puramente e sem­plicemente alla diversità creata. L’esperienza degli spirituali, che ha fatto temere che il Sé, riconosciuto come divino, non venisse a gon­fiare l’io invece di ridurlo e d’esaurirlo, ha con ogni probabilità gioca­to un ruolo importante nella costante affermazione del dualismo; cui è venuto ad aggiungersi, presso i teologi della Chiesa latina, l’influenza decisiva e ben nota dell’aristotelismo.

Se dunque la dottrina dell’identità non è accettata dalle tradizioni monoteiste, il minimo tuttavia che se ne può asserire è che infesta tutto il pensiero “platonico”, incluso il “platonismo cristiano”, per non par­lare dei sufi, soggetti d’altronde alla duplice influenza dell’India e del neoplatonismo. S’è espressa, talvolta in modo molto chiaro, vuoi negli scritti di uomini naturalmente metafisici – ad esempio in Plotino e Ni­cola Cusano – o in quelli di spirituali che cercano di tradurre le loro il­luminazioni. Ma, fondamentalmente estranea all’aristotelismo, è dive­nuta, dalla fine del Rinascimento, che è stato anche quella del plato­nismo, e malgrado certi sforzi dei cartesiani, e soprattutto dei filosofi romantici tedeschi, quasi estranea al pensiero moderno. L’opinione di Cartesio, che l’idea dell’Infinito fosse la prima di tutte, è rimasto per molti lettera morta e, in modo generale, la filosofia degli ultimi secoli è mancata del campo necessario alla sua speculazione. Sebbene reagi­sca oggi piuttosto fortemente contro il razionalismo e il materialismo, resta nondimeno lo specchio del suo tempo, ossia di un’epoca che trae dalle scienze positive la maggior parte del suo nutrimento intellettuale; e il desiderio, abbastanza naturale, di rimanere sempre in piena conti­nuità con la scienza, di non abbandonare alcun punto di contatto con essa, la ricollega in realtà ai modi di pensiero e di conoscenza propria­mente umani, razionali. Vorremmo quasi dire, se l’espressione non fosse così irriverente, che la filosofia moderna ha una palla al piede: la palla del “pensiero scientifico”, relativo per definizione. A parte alcu­ne felici eccezioni, lo stato della filosofia contemporanea – per ripren­dere un paragone molto usato – è ancora sotto molti aspetti simile a quello dell’astronomia prima di Copernico: le costruzioni più ingegno­se sono accumulate attorno a un postulato cui non si vuol rinunciare e che è qui la supremazia dell’uomo[46]. Se si indica la “terra” come la dimora dell’uomo, il suo ambiente naturale, il “sole” come la verità che attrae le intelligenze, si potrebbe dire che l’attuale situazione intel­lettuale richiede una rivoluzione che faccia passare da un sistema geocentrico a un sistema eliocentrico, che faccia preferire la verità all’uomo, o più precisamente la verità in breve alla verità umana.

Questa rivoluzione, Guénon l’ha compiuta per molti dei suoi lettori. Ha restituito loro le regioni ipercosmiche e sovra-umane della realtà, quel che il pensiero moderno ha ritenuto di dover trascurare e quel che si è dimostrato incapace di sostituire. Senza dubbio si può giudicare che l’opposizione che Guénon ha stabilito tra le civiltà tradizionali e il mondo moderno è la parte della sua opera più visibile e più caratteri­stica; ma si sarebbe capita male senza il suo sfondo metafisico. Ecco perché ciò che abbiamo chiamato l’idea metafisica, con i suoi diversi aspetti e i suoi punti di partenza cosmologici, ci pare rappresentare la parte centrale del suo messaggio, la verità più “vivente” e più impor­tante che ci abbia portato o richiamato. Siegfried Lang ha caratteriz­zato abbastanza bene la sua opera come un “rifugio della metafisica”. Val appena la pena aggiungere che le verità più alte sono, per loro natura, proprie al dominio dell’inesprimibile e che non si rivelano con qualche formula, per quanto indovinata e opportuna possa essere. Mal si concilierebbero con procedimenti affrettati, che s’accontenterebbero d’opporre un dogmatismo a un altro dogmatismo. Come il ghiaccio di cui parla lo Yi-king («Si cammina sul ghiaccio. Grande circospezio­ne»), i nostri concetti ci portano sempre solo fino a un certo punto; e la dottrina più chiara giace a nostra insaputa su un fondo yin, su un mi­stero, proprio come dietro al Deus revelatus, e velata dal suo splen­dore, si trova ancora il Deus absconditus che l’ha generato[47]. Si tratte­rebbe, dunque, non tanto di “trasmettere” un’idea quale ad esempio quella dell’identità (se ne può solo trasmettere l’abito) quanto di stu­diarne le diverse espressioni, di meditarla e di comprenderla, se possi­bile, nelle sue più utili sfumature. Non è questione, beninteso, di co­gliere lo spirito impercettibile in alcuna rete concettuale, ma soltanto d’affinarne e orientare la concezione, in modo che possa irradiare più liberamente in un dato ambiente mentale e, innanzitutto, in noi stessi.

 


Come situare l’opera di René Guénon *

 

Jean Thamar

 

Prima che apparisse l’opera di René Guénon, era generalmente faci­le classificare un autore d’opere di natura spirituale, per quanto oscuro potesse essere il suo pensiero. Se s’atteneva alla teoria, doveva essere un teologo, un filosofo o uno storico, e se trattava della realizzazione, doveva trattarsi di una guida spirituale o di un contemplativo che rac­contava le sue esperienze interiori. Ora, l’eminente scrittore di cui de­ploriamo la morte non era un teologo, giacché non parlava in nome di una particolare tradizione, né un filosofo, poiché non esponeva un si­stema, ma dei dati tradizionali, e neppure uno storico delle dottrine metafisiche e religiose, dato che le sue opere sono una sintesi nel senso proprio della parola, e riflettono una prospettiva che il loro autore aveva fatto sua. Non rientra inoltre nella seconda categoria; i suoi libri, infatti, non contengono la minima allusione alla sua vita interiore, e ha d’al­tronde sempre declinato categoricamente il titolo di maestro spirituale.

Così, una delle caratteristiche proprie di quest’opera è precisamente d’essere inclassificabile. Non rientra nelle prospettive classiche, ma le include tuttavia più ancora forse di quanto non le escluda. Trattenendo ciò che ciascuna ha di più centrale e di più metafisico, comincia in certo qual modo là dove esse finiscono e si congiungono. Così, per fa­re un esempio, quel che René Guénon intende per conoscenza non corrisponde a ciò che questa parola indica nelle suddette prospettive, nemmeno nel senso che dava loro la scolastica, ma piuttosto a quel che il Medioevo cristiano chiamava il “dono di saggezza”, la parola “dono”, che si riferisce allo Spirito Santo, rispondendo all’origine non umana e al carattere universale che Guénon assegna alla conoscenza, e la parola “saggezza”, che consiste nel giudicare secondo “le più alte cause” in virtù di una certa “connaturalità” con esse (San Tommaso), traducendo il fatto che la conoscenza metafisica è inseparabile da una certa realiz­zazione corrispondente. Un altro esempio è la stessa idea di tradizione, con cui R. Guénon intende, non le tradizioni come tali, ma un corpo di verità principiali da cui le tradizioni derivano come da una comune ra­dice e la cui forma primordiale sfugge a qualunque indagine storica.

Se nessun epiteto ordinario conviene alle opere in questione, si trova almeno nel passato qualcosa che assomigli loro sotto certi aspetti? Si è tentati di pensare in primo luogo ai “tradizionalisti” del primo Otto­cento, segnatamente Lamennais, de Bonald, Joseph de Maistre, ai qua­li potremmo aggiungere Fabre d’Olivet, Martinez de Pasqually, Louis-Claude de Saint-Martin[48]. Joseph de Maistre soprattutto, cattolico e mas­sone, per il quale non v’è punto dogma «che abbia le sue radici nella natura intima e in una tradizione tanto antica quanto il genere umano», ha parlato dei principi metafisici, dell’esoterismo e dell’analogia uni­versale in un modo che ricorda René Guénon, e si ricollegava d’altron­de a una corrente iniziatica cui l’autore degli Aperçus sur l’Initiation accordava una particolare attenzione. Tuttavia, mentre il tradizionali­smo era esclusivamente orientato, quanto all’avvenire, verso un “cri­stianesimo trascendente”, è il destino dell’Oriente e dell’Occidente che abbraccia l’opera di Guénon, in cui la prospettiva ciclica è trattata con un’ampiezza unica e in cui la nozione d’“ortodossia” è applicata per la prima volta alle tradizioni dell’umanità considerate nel loro insieme; e se le ultime parole di Joseph de Maistre sono state: «Io muoio con l’Europa», l’autore de Le Règne de la Quantité et les Signes des Temps, 130 anni dopo, s’è forse spento pensando che stava morendo con tutto il mondo tradizionale. Il tradizionalismo era soprattutto una reazione contro il razionalismo e il naturalismo dei secoli XVII e XVIII; R. Guénon aveva dietro di sé la straordinaria accelerazione della caduta prodottasi nel corso del XIX secolo, secolo mostruoso e “stupido” (so­prattutto nella sua seconda metà), ma che fu nello stesso tempo l’epoca della “riabilitazione” del Medioevo, delle grandi sintesi storiche e del­la compenetrazione dell’Oriente e dell’Occidente su tutti i piani; que­sta mescolanza senza precedenti del peggio e del meglio forma un caos che Guénon è riuscito a “gerarchizzare” grazie a una larghezza di vedute che, anch’essa, doveva essere senza precedenti[49].

È solo nelle epoche in cui la struttura di una civiltà minaccia di spez­zarsi che s’avverte il bisogno di cercare oltre i suoi limiti gli elementi di una sintesi e di un rinnovamento. La crisi spirituale che fu il Rina­scimento offre degli scritti più o meno paragonabili a quelli di cui par­liamo? Non va dimenticato che l’allargamento dell’orizzonte materiale (segnatamente astronomico e geografico) che caratterizza il Rinasci­mento s’è manifestato in due correnti divergenti, da una parte, la ten­denza naturalistica, scientifica, moralista e profana, dall’altra un ritorno eminentemente “tradizionale” al platonismo, un crescente interesse per l’Oriente e un insieme di “tentativi” miranti a integrare la visione del­l’universo, divenuta eliocentrica, in una gerarchia cosmologica di cui Dio è il Centro metafisico. Nicola Cusano, Marsilio Ficino, Pico della Mirandola, Giordano Bruno e Campanella mostrano come il mondo “nascente”, che le nuove concezioni sembrano sottrarre per sempre al teocentrismo medievale, sia perfettamente riducibile al punto di vista tradizionale, a condizione d’applicargli convenientemente i principi delle corrispondenze, dell’identificazione per conoscenza, dell’Unità e dell’Infinito, e d’affrancarsi dal razionalismo che s’era impadronito della scolastica; e questo assomiglia, mutatis mutandis, a ciò che farà Guénon. Il cardinal Cusano oppone alla conoscenza razionale, domi­nata dal principio di contraddizione, la conoscenza intellettuale o intui­zione, che regola il principio della “coincidenza degli opposti”; la sua “matematica intellettuale” o arte delle “trasmutazioni geometriche” e la sua nozione di passaggio al limite – che tanta importanza avrà pres­so R. Guénon – sono più prossimi degli scritti medievali a Le Symbo­lisme de la Croix e a Les Principes du Calcul infinitésimal. G. Bruno aspira a una “filosofia totale” che riconduce alla “religione egiziana” e in cui l’uomo sa che Dio è “più interiore a lui di quanto lui stesso possa essere”. Ritroviamo dunque, dal XIV al XVI secolo, questo con­trasto tra il tradizionale e l’antitradizionale che segna il periodo ro­mantico, ma mentre i tradizionalisti cercavano il principio della loro sintesi in un ritorno “in profondità” alle verità originarie, i platonici del Rinascimento – simili in ciò agli intellettuali di cui si circondava in India, nella stessa epoca, l’imperatore Akbar – lo cercano forse più nel senso dell’“ampiezza”, e si potrebbe dire che l’opera di Guénon fonde in una sola queste due prospettive complementari.

Quanto al Medioevo, sarebbe inutile cercarvi una formulazione di­dattica delle verità spirituali paragonabile a quella di René Guénon, vale a dire indipendente dalla prospettiva monoteista. A quale bisogno ciò avrebbe potuto rispondere in un’epoca in cui le rivelazioni di forma religiosa offrivano alle più elevate aspirazioni metafisiche di che realiz­zarsi integralmente? È d’altronde proprio per quest’autonomia tradi­zionale, per questa coincidenza di fatto tra la Tradizione primordiale e ciascuno dei suoi tre aspetti monoteistici, che il volto interiore dell’Oc­cidente era allora più prossimo che mai a quello dell’Oriente, così vicino che qualsiasi contatto “orizzontale” tra i due sarebbe stato superfluo e persino dannoso, a meno che non fosse rimasto puramente esoterico e nascosto. È proprio vero che tutte le forme tradizionali dell’umanità convergono nello stesso Principio, ma non è necessario averne consa­pevolezza per accedere agli stati sovra-individuali dell’essere.

Quindi bisogna risalire fino alla precedente grande crisi della civiltà occidentale, fino a quel terzo secolo in cui il cristianesimo s’appre­stava a stabilirsi sulle rovine dell’impero romano, per incontrare delle esposizioni metafisiche staccate da una particolare via di realizzazione. Pensiamo infatti che sia nelle Enneadi di Plotino, più ancora che pres­so gli autori citati precedentemente, che regna il clima intellettuale più vicino a quello dell’opera guénoniana. Si trova la maggior parte delle idee centrali di quest’ultimo presso il maestro del neoplatonismo, che era di filiazione pitagorica e non ignorava le dottrine indù, ma seppe affrancarsi dal sincretismo alessandrino: una prospettiva metafisica che supera l’ontologia; l’idea della realizzazione attraverso la cono­scenza; gli stati dell’essere concepiti come simultanei e paralleli ai gradi dell’Esistenza universale; la corrispondenza costitutiva del mi­crocosmo e del macrocosmo; la dottrina della trasmigrazione e quella dei cicli cosmici; la critica del razionalismo, del moralismo e delle fantasticherie dottrinali degli “occultisti” d’allora: gli gnostici, gli astrologi e i maghi. Plotino ha fatto per il platonismo, per certi aspetti, ciò che ha fatto per l’Induismo l’autore de L’Homme et son devenir selon le Vêdânta, ed è stata d’altronde giustamente sottolineata la so­miglianza delle ipostasi plotiniane con i gradi dell’Esistenza nelle dot­trine dell’India[50].

Il punto principale in cui i due maestri paiono differire è quello del ruolo dei riti. Per Plotino hanno solo una funzione negativa: ci “disin­cantano” dalle influenze malefiche che “infestano” il mondo intero, ma restano senz’effetto nel dominio della pura contemplazione. La no­zione di riti iniziatici nel senso di positivo elemento della realizzazione spirituale sembra quindi essergli estranea. Tuttavia, questa divergenza si rivela meno profonda se si tien conto dell’affinità tra i “sortilegi” plotiniani e la Mâyâ indù e del fatto che R. Guénon ha adottato l’idea shankariana che nessun rito conduce alla conoscenza, tanto che con­corda con Plotino nel riconoscere che l’effetto di un rito, consistente nell’allontanare un ostacolo, è essenzialmente negativo. D’altra parte, senza voler in alcun modo sminuire la grandissima e ammirevole opera di Plotino, che viveva in un’epoca senza i nostri mezzi d’infor­mazione, si può riconoscere a R. Guénon il merito d’aver riportato tutte le tradizioni dell’umanità a un punto di vista che le riunisce senza diminuirle poiché le illumina dall’interno. Senza la sua opera, l’incon­tro spirituale dell’Oriente e dell’Occidente non avrebbe ancora trovato il livello intellettuale che gli corrisponde.

L’enorme influenza dell’opera di Plotino, vero testamento dell’anti­chità, è stata più reale che appariscente e rimase indiretta per lungo tempo. Si può dire che solo oggi si misura quanto gli devono i padri greci e i maestri sufi, gli scolastici e i “dionisiani” – segnatamente Meister Eckhart –, l’ermetismo e in modo generale tutti i rappresentan­ti della philosophia perennis. Questo ruolo, l’attribuiamo segnatamen­te al fatto che questo “visionario” privo d’orgoglio messianico ha sa­puto esprimere una dottrina essenzialmente “platonica” con una preci­sione e un’oggettività di stampo “aristotelico”, il che rende il suo stile in una volta impersonale e intenso, trasparente e penetrante, e situa il suo insegnamento su un piano in cui la “teoria” metafisica s’unisce in certo qual modo direttamente alla “contemplazione”, conformemente d’altronde al senso originario della parola teoria. Questo tratto ci pare essere anche quello degli scritti di R. Guénon. La loro lettura abolisce le partizioni stagne che certi metodi occidentali d’educazione stabili­scono tra il “soprannaturale” e il “naturale”. L’azione feconda e vivifi­cante degli insegnamenti di colui che “riceveva solo degli intimi” ri­marrà con ogni probabilità più nascosta che visibile, ma non sarà per questo meno profonda. Numerosi sono i teologi, i filosofi e i letterati che se ne ispirano senza citarli. E, a parte coloro che accettano senza riserve tutta la sua opera, v’è il numero molto più ingente degl’intellet­tuali, sconcertati dal mondo moderno in cui non credevano più possi­bile “amare Dio con intelligenza”, scossi nella loro fede dalla coesi­stenza di rivelazioni ugualmente autentiche e che sembravano loro escludersi o contraddirsi, che deve a René Guénon l’aver compreso una volta per tutte che quello che chiamavano “Dio” ha delle dimen­sioni profonde, una ricchezza, una realtà e un “valore” universali di cui non avevano idea alcuna.

 


Alcune osservazioni a proposito dell’opera di René Guénon *

 

J. C.

 

Prefazione

L’attuale crisi mondiale, considerata dal punto di vista delle energie cosmiche che vi manifestano la loro azione, comporta, tra le altre ca­ratteristiche, un crescente spiegamento di questo Potere di suggestione e d’illusione che i teologi cattolici chiamano “il Diavolo”[51].

D’altronde, non è sorprendente per noi che questo Potere eserciti la sua azione, anche nei domini da cui sembrerebbe che dovesse essere più escluso, poiché sappiamo da secoli, e anche letteralmente da mil­lenni che il periodo precedente il “giudizio universale” deve vedere l’apparente trionfo esteriore di tale Potere, che d’altronde avrà con ciò stesso realizzato le condizioni della propria rovina.

Non abbiamo intenzione d’occuparci di tutte le manifestazioni di quest’attività, alla quale è già abbastanza difficile resistere per non ricevere il suo marchio e il suo segno sulla fronte o sulla mano[52], ma vi sono certi domini in cui non possiamo astenerci d’intervenire, non mossi da un personale desiderio d’azione esteriore, ma per scrupolo di verità.

È così che certi fatti recenti, che mettono in causa e in discussione l’opera e la personalità di René Guénon, ci fanno obbligo di precisare certi punti di dottrina o di fatto, poiché le circostanze esteriori esclu­dono un intervento materiale dell’interessato.

 

I

Portata e carattere dell’opera di René Guénon

1. – Ogni esposizione intellettuale, in qualunque campo, costituisce, in quanto manifestata esteriormente, un’autentica “azione”, che s’in­quadra nel divenire cosmico; generando nello sviluppo della specie umana delle serie indefinite di conseguenze, d’importanza d’altronde assai disuguale a seconda dei casi.

Quest’“azione”, come tale, si esercita quindi evidentemente in ac­cordo con le condizioni logiche e ontologiche di questo divenire, e pertanto, una tal esposizione contiene pienamente, e contiene sola­mente, ciò che corrisponde al posto cosmologico dove si situa l’in­dividualità il cui organo mentale assume il compito d’esprimere este­riormente ciò che è l’oggetto dell’esposizione. È questo uno degli aspetti di ciò che si può chiamare la funzione cosmica dell’individuo considerato nella Manifestazione Universale.

2. – L’opera di René Guénon, esaminata da questo punto di vista, è essenzialmente dedicata a una corretta esposizione della Metafisica pura, e gli aspetti cosmologici, biologici e pratici della Dottrina, non vi sono considerati che accessoriamente, e nello stretto limite in cui era necessario accennarne il normale ricollegamento ai principi metafisici da cui questi aspetti subordinati dipendono.

È che nello stato attuale del divenire della specie umana, era neces­sario, e di conseguenza inevitabile, che fossero espressi in Occidente (dove ha sede esteriormente la potenza materiale) in maniera precisa e che non lasciasse posto a degli errori più o meno volontari, i dati fon­damentali della pura Conoscenza Metafisica, in modo tale che nella crisi presente e in quelle che seguiranno, sia possibile a tutti gli uomini che dispongono di un “intelletto sano” e di un’autentica “buona vo­lontà” verificare se tale o talaltra attività esteriore fosse, o non fosse, in accordo con questi dati.

Il posto cosmologico occupato da René Guénon corrispondeva pre­cisamente a questa funzione.

3. – Risulta d’altronde dalla natura come dalla forma delle esposi­zioni di René Guénon, che queste non possono essere deviate dal loro vero senso dagli schiavi dell’Anticristo, e utilizzate così dalla Contro-Iniziazione, giacché, come scriveva giustamente lo stesso René Guénon parlando del Diavolo[53], «non v’è che un dominio che gli sia rigorosa­mente interdetto, ed è quello della pura metafisica».

Proprio al contrario, è sempre possibile utilizzare una dottrina cosmologica per dei fini qualunque, e anche opposti, ed è così che, ad esempio, dei gruppi d’uomini “più o meno mal ispirati”, hanno potuto servirsi e rivendicare gli scritti di Saint-Yves d’Alveydre, mentre nel caso di René Guénon, coloro che sono “mal ispirati” si trovano costretti a tacciare di falso la sua opera e a opporsi ad essa.

 

II

René Guénon e gli Orientali occidentalizzati

1. – La funzione cosmica che s’è così espressa a mezzo di René Guénon e che possiamo designare come l’“Iniziazione” (precisamente nel senso cosmologico di questa parola), ha in questa maniera assicu­rato un efficace contrappeso alle conseguenze dell’azione perseguita in senso inverso per distruggere dappertutto (e specialmente in Oriente dove sussisteva ancora), la struttura “regolare” delle società umane, fa­cendo perdere di vista le concezioni metafisiche sulle quali riposa que­sta struttura regolare, o alterando la comprensione di questi concetti.

2. – Infatti, dal momento dell’insediamento degli Europei in Oriente, uno sforzo immenso e tenace s’è esercitato senza tregua, sotto l’in­fluenza dei dirigenti segreti del mondo occidentale, per ottenere che la mentalità dei popoli d’Oriente sia – tanto quanto si potesse – distaccata dalle forme tradizionali legittime da cui dipendevano, affinché il rove­sciamento dei reali valori, che caratterizza la mentalità occidentale mo­derna, possa essere estesa all’insieme dell’umanità terrestre, il che è uno dei marchi e delle condizioni che devono essere realizzate verso la fine del ciclo attuale.

Abbiamo qui l’occasione d’insistere sul fatto, che l’estensione a tutta l’umanità di questo processo, differenzia profondamente la crisi attuale da tutte le altre crisi analoghe già attraversate nel corso delle epoche dette “storiche”, e che così si trova messo in valore il suo speciale carattere di preparazione immediata al “Giudizio Universale”, per impiegare il linguaggio del cristianesimo.

3. – Comunque sia di quest’ultimo punto, è un fatto che quasi tutto – diciamo bene quasi tutto – ciò che è stato fatto in Oriente[54] per avvi­cinare l’Oriente e l’Occidente, ha avuto in realtà per scopo di sostituire alle concezioni proprie delle dottrine orientali, le “concezioni intel­lettuali” del mondo occidentale moderno, rivestendo queste ultime con un velo o una terminologia proprie a mascherarne la vera natura.

Così, è necessario affermare, per quanto sgradevole possa essere per certuni, che gli Orientali che hanno preteso di mettere le dottrine orientali alla portata degli Occidentali, sono stati in realtà solo i mis­sionari dell’Occidente. Queste persone, Orientali di fatto occidentaliz­zati, non hanno potuto e non possono che ingannare coloro che gli ac­cordano una fiducia che non meritano in alcun modo, e la supposi­zione più favorevole si possa fare a loro favore, è che impregnati a loro insaputa delle influenze occidentali che hanno subito inconscia­mente, essi s’ingannano da sé ingannando gli altri.

Vi sono, a questo riguardo, certi criteri che non tradiscono, come ad esempio l’uso del sostantivo “il Divino” che, sconosciuto all’Oriente e preso in prestito dal pietismo protestante anglosassone[55], costituisce uno di quei marchi d’antitradizionalismo e di debolezza intellettuale che abbiamo in vista. Ci riferiamo qui in particolare a certi testi pub­blicati sotto il patronimico di Śrî Aurobindo, senza voler d’altronde, in mancanza di sufficiente documentazione, formulare qualsiasi giudizio su questa stessa personalità, e sulla sua azione, il che richiederebbe numerose precisazioni e distinzioni, e insomma un lavoro che non possiamo attualmente intraprendere. Avremmo delle osservazioni ana­loghe da presentare a proposito di certe traduzioni commentate di testi tibetani, di una mediocrità intellettuale lamentevole.

4. – Più precisamente, dobbiamo aggiungere ancora che il processo con il quale degli Indù, facendosi forti di Śrî Ramâkrishna vengono in Occidente a esporre un Vêdânta nettissimamente occidentalizzato, di­pende in realtà dalle manovre con le quali ci si sforza di dare agli Occi­dentali l’illusione che essi penetrano nel dominio dell’Iniziazione, e anche che entrano nel campo delle conoscenze conservate in Oriente, quando in realtà essi dimorano, malgrado le apparenze, nel dominio mentale con­trollato strettamente dai veri dirigenti dei popoli occidentali che domi­nano esteriormente, con la forza o con l’inganno, i popoli dell’Oriente.

Per di più, nello stesso Oriente, i dirigenti delle imprese pseudo-orientali che abbiamo in vista hanno per compito reale, quali che siano le loro pretese e le loro illusioni, di diffondere tra gli stessi Orientali, in tutta la misura in cui ciò è possibile, la mentalità antitradizionale alla quale abbiamo fatto allusione più sopra. Che lo si voglia o no, tutto ciò si situa nel quadro delle attività cui ci siamo riferiti al punto 2, qui sopra.

5. – Per contro, esistono in Occidente delle notevoli tracce di uno sforzo propriamente diretto allo scopo di rendere possibile una prepa­razione intellettuale alla conoscenza effettiva delle dottrine tradizio­nali, e noi ci riferiamo qui specialmente da una parte alle traduzioni di Mohyiddîn ibn ‘Arabî, apparse nella rivista La Gnose[56], e d’altra parte a certe traduzioni di testi orientali pubblicati dalla scuola belga; la formazione intellettuale cattolica degli autori di quest’ultime tradu­zioni avendoli preservati (malgrado le limitazioni alle quali essi erano intellettualmente soggetti) dal prendere una direzione antitradizionale.

6. – Sarebbe tuttavia erroneo non aggiungere alle affermazioni che precedono una controparte indispensabile, notando che l’attività anti­tradizionale, che si esercita nelle imprese pseudo-orientali, cui ci siamo riferiti, ha per contro per effetto di preparare l’unificazione spirituale dell’umanità, abituando delle categorie numerose d’esseri umani alle forme di linguaggio e ai simboli che rivestono le dottrine orientali, e anche aprendo alla loro sensibilità (in mancanza del loro intelletto) i cammini dell’Oriente, o almeno i dintorni di questi cammini.

Si tratta lì di un processo analogo a quello per il quale, in Occidente, le attività pseudo-tradizionali (dunque in realtà antitradizionali) degli ambienti neo-spiritualisti (occultisti in testa) arrivano a condurre cer­tuni verso delle vie intellettuali di cui senza ciò essi non avrebbero pensato a ricercare l’entrata.

Il pericolo che noi segnaliamo sarebbe dunque d’attardarsi in queste direzioni difettose o d’attribuire loro una portata e un significato che esse non hanno.

Per adottare un linguaggio impiegato qualche volta, si può dire che le diverse scuole o gruppi che critichiamo duramente, dipendono, da certi punti di vista, da quel processo che, nell’Iniziazione, è chiamato “discesa agli inferi”, di sorta che considerati da un punto di vista molto più generale, s’inquadrano nell’armonia totale della Manifestazione Universale e giocano, al loro posto, il ruolo che conviene, in vista della realizzazione delle condizioni che marcheranno la fine del Kali-Yuga.

7. – Quel che tenevamo dunque essenzialmente a precisare qui, è anzitutto il posto reale di tutte queste manifestazioni con le quali si “occidentalizza l’Oriente”, e con le quali s’illudono gli Occidentali che ricercano le “Chiavi dell’Oriente”.

Vogliamo anche precisare che ciascuno può situare se stesso in rapporto alle diverse vie possibili, secondo la scelta che egli fa tra un Occidentale orientalizzato come René Guénon, e un Orientale occi­dentalizzato, come quelli cui ci riferiamo.

III

René Guénon e la realizzazione metafisica

1. – È abbastanza sorprendente constatare che la maggior parte degli Occidentali che sono stati attratti dall’opera di René Guénon, e che si credono sinceramente “guénoniani”, manifestano un’impazienza vivis­sima d’essere messi in possesso di “procedimenti di realizzazione”, e che manifestano una certa delusione, per il fatto che René Guénon ha sistematicamente lasciato da parte questo punto la cui importanza è evidente.

Ora, è in ragione di condizioni molto generali, alle quali non è in po­tere di nessuno sottrarsi, che René Guénon ha taciuto su questo punto. Noi non possiamo trattare, neppure succintamente, una tale questione, che esigerebbe una messa a punto eccedente di molto i limiti di una breve nota; ma è tuttavia possibile cercarne certi aspetti, più parti­colarmente in rapporto con le circostanze che ci hanno indotto a scri­vere queste poche pagine.

2. – Innanzitutto, è necessario sottolineare che non si può sfuggire all’impressione che, quando degli Occidentali parlano di “procedi­menti di realizzazione”, essi hanno in vista una sorta di “raccolta di ricette” tali che mettendole in opera in maniera regolare, sistematica e progressiva, sotto la guida di un buon professore, ne seguirebbe un avanzamento regolare nel cammino che conduce dallo stato di profano a quello di Liberato. In questa concezione, la “trasmissione iniziatica” sarebbe una sorta di rito preliminare, mediante il quale si produrrebbe una trasformazione della biologia del recipiendario, assicurando lo svolgimento del processo di cui parliamo.

3. – Probabilmente, questa maniera di rappresentarsi le cose non è formulata in maniera così schematica, che parrebbe sotto certi aspetti un po’ troppo ingenua; eppure, inconsciamente, la maggior parte degli Occidentali si rappresenta il processo iniziatico in maniera abbastanza analoga a quella che abbiamo appena descritto.

Ora, occorre proprio dire che questa descrizione molto generalmente diffusa non corrisponde, se la si schematizza così, alla realtà e non è affatto con una tale rappresentazione che si può trovare accesso alla Conoscenza effettiva comportante la realizzazione degli stati d’esi­stenza nei due sensi dell’ampiezza e dell’esaltazione, poi di Ciò che è di là degli stati d’esistenza.

La descrizione – (e non la definizione) – corretta di questo processo esige degli sviluppi abbastanza estesi per essere intelligibili, e non possiamo pensare di presentare attualmente questi sviluppi. Quindi ci limiteremo a presentare un’analogia presa in prestito da un processo abbastanza paragonabile, benché dipendente da un dominio differente, vogliamo dire il dominio religioso, che, malgrado le caratteristiche del tempo presente, dimora ancora relativamente abbastanza familiare a molti Occidentali.

4. – Nell’ordine d’idee e di realtà al quale corrisponde la “religione”, lo scopo proposto all’individuo si presenta come la “salvezza”, la “vita eterna”, la “santità”, ciascuna di queste designazioni corrispondendo d’altronde a degli aspetti differenti della realtà di cui si tratta.

Ora, il “sacramento del battesimo”, con il quale si diviene cristiani è ben una condizione necessaria[57] per appartenere al Corpo della Chiesa, e pertanto per beneficiare in principio delle possibilità inerenti allo stato di Cristiano.

Ma, da una parte, è possibile supplire al battesimo per tutti coloro che nella pienezza del loro volere, desiderano perfettamente, senza alcun miscuglio di frode interna, compiere quel che è o che essi cre­dono essere la volontà di Dio.

D’altra parte, il possesso di un buon insegnamento concernente la dottrina cristiana, e la sottomissione alle direttive di un prete dal quale si è stati battezzati, o di uno dei suoi confratelli, non possono ad alcun grado garantire la conquista della “santità”.

5. - Allo stesso modo, va detto:

a) Che il possesso di un corpo di dottrine teoriche e pratiche (o tecni­che) comportanti dei metodi efficaci (in principio) per la conquista degli stati superiori d’esistenza, non costituisce di per sé una condi­zione sufficiente per realizzare l’effettivo possesso di questi stati, e ancora assai meno per raggiungere Ciò che è di là di tutti gli stati d’esistenza.

b) Che occorre, oltre a questo possesso, in qualche modo esteriore, un insieme di qualificazioni interne, che ci si porta con sé venendo in questo mondo, ma che sviluppano effettivamente i loro effetti solo nella misura in cui gli insiemi di causalità interne inerenti alla serie dell’individualità considerata, e di causalità cosmiche o esterne che si spiegano in modo concomitante e rigorosamente correlativo, permet­tono l’effettiva manifestazione di queste possibilità nel corso dell’esi­stenza umana considerata.

c) Tra questi insiemi di condizioni causali, la ricezione di certi riti speciali, costituisce una necessità abituale, nel senso che questi riti portano alla partecipazione (almeno in principio e virtualmente) a certi gruppi d’energie sottili e spirituali in rapporto con certune delle moda­lità (in numero d’altronde indefinitamente indefinito) di cui è suscetti­bile la biologia della specie umana presa in tutta la sua estensione.

Con questa ricezione è dunque aperta in principio una via che per­mette un’estensione individuale in rapporto con tutta l’estensione di cui sono suscettibili le forme, energie, o modalità biologiche in questione.

Presa in tutta la generalità di cui è suscettibile, questa nozione con­duce all’Iniziazione ai Piccoli Misteri che porta alla “restituzione dello Stato Primordiale” (la chiave d’argento di Dante, Purgatorio, Paradiso).

d) V’è naturalmente qui pluralità di riti, e persino pluralità indefinita, siccome v’è pluralità di forme, di gruppi energetici e di modalità biolo­giche, nell’ordine delle realizzazioni cosmologiche in questione qui.

Inoltre esistono numerosi lignaggi iniziatici differenti gli uni dagli altri, con dei riti che corrispondono a queste differenze. È solamente alla piena realizzazione dello Stato Primordiale, vale a dire della pie­nezza di tutta l’estensione delle possibilità incluse nello Stato umano, che queste differenze cessano d’esistere.

D’altronde, se si considera il processo iniziatico nel suo complesso, fino alla restituzione di cui parliamo, bisogna dire, adottando il simbo­lismo di Dante, che la chiave con la quale è stata aperta la Porta Santa è custodita da un “Angelo” qualunque siano d’altronde gli uomini per i quali s’è espressa l’azione che ha portato alla realizzazione di questo processo.

D’altra parte, né la ricezione di un rito, né il possesso di una tecnica (nella sua espressione con delle parole che per definizione non pos­sono superare i limiti del mentale) garantiscono un incamminarsi regolare nella via della realizzazione effettiva della Conoscenza. In realtà, come diceva un rituale martinista (che probabilmente noi interpretiamo in un senso più pieno di colui che lo scrisse): «È da te stesso, in tutto il tuo isolamento, che tu devi trarre il principio del tuo avanzamento». Vale a dire che la realizzazione, essendo opera interna, che si compie in e attraverso l’Unità, non può essere effettuata che con questo sforzo interiore in cui l’approfondimento dell’Unità interna s’accompagna all’espansione indefinita nel suo ordine, delle possi­bilità dell’essere umano.

e) Al di là della restituzione dello Stato Primordiale e dell’apertura dei Grandi Misteri con la chiave d’oro (Dante), non è più questione delle distinzioni che precedono, non più d’altronde che dei riti nel senso che noi vogliamo solo considerare qui.

f) Come esplicitamente indicato da René Guénon in diversi pas­saggi[58], i riti costituiscono un aiuto e un normale punto d’appoggio, ma non una condizione strettamente indispensabile. D’altronde come afferma da parte sua il trattato di Mohyiddîn ibn ‘Arabî sulle Cate­gorie dell’Iniziazione, sono esistiti, esistono, esisteranno dei Solitari che non dipendono dalla gerarchia che culmina nell’“Apogeo Spiri­tuale”, ma direttamente da questo spirito, di cui El-Khidr è l’espres­sione nella formulazione musulmana della Tradizione, e i cui equiva­lenti, quantunque meno conosciuti, sono ugualmente menzionati nelle altre forme tradizionali.

g) Infine, per terminare con quel che riguarda quest’ordine di que­stioni, conviene sottolineare che l’incontro di detentori dell’insegna­mento tradizionale, vale a dire d’individualità ricollegate sotto una forma o sotto un’altra a un’organizzazione conservante un effettivo contatto con il Centro del Mondo, costituisce per colui al quale simile cosa succede la testimonianza ch’egli perviene all’entrata del Cam­mino, quand’anche condizioni diverse s’oppongano a una realizza­zione effettiva delle corrispondenti possibilità. D’altronde se in questo dominio qualsiasi impazienza sarebbe un ostacolo all’avanzamento spirituale, per contro gli sforzi interni anche se non producono effetti esteriori generano tuttavia i germi, o le possibilità, che si sviluppe­ranno del tutto naturalmente al momento opportuno.

6. – Aggiungeremo ancora un’osservazione che, probabilmente, sarà poco gradita a certuni, ma che, precisamente, è opportuna in ragione stessa di questo fatto.

L’inizio del processo iniziatico, ha in realtà per risultato d’aprire nell’individuo umano delle vie attraverso le quali egli entra in rapporto cosciente o no con le potenze cosmologiche che abbiamo appena con­siderato nel paragrafo 5. Queste potenze presentano evidentemente, tra altri campi di manifestazione, delle attività nei domini intellettuali, politici, religiosi, economici, ecc, ecc.[59].

Vi sono dunque in questo dominio, come in quello dei “poteri”, due pericoli da evitare. Il primo sarebbe di misconoscere la realtà di questi legami, e, con il pretesto d’indifferenza per “il punto di vista cosmo­logico”, di divenire lo schiavo incosciente del complesso sistema d’azioni e di reazioni al quale facciamo allusione qui, e nel quale il ricollegamento a una qualsiasi organizzazione comporta inevitabil­mente una partecipazione.

Vogliamo dire molto esplicitamente che la forma stessa di un’orga­nizzazione: giudaica, massonica, cristiana, musulmana, indù, lamaista, taoista, ecc., comporta per colui che vi si trova dei legami con il ruolo intellettuale, politico, economico, ecc., della Forma in questione, nella biologia generale della specie umana.

Il secondo pericolo sarebbe al contrario d’accettare la servitù ine­rente questi legami, con le limitazioni ch’essa comporta, il che com­porterebbe dei pericoli altrettanto gravi, benché di natura diversa, di quelli inerenti la ricerca dei “poteri” per se stessi. Il processo iniziatico comporta infatti l’effettivo riconoscimento dei legami di cui si tratta, così come la determinazione delle rispettive funzioni delle diverse forme, e l’apertura del cammino attraverso il quale ci si libera dalle servitù dalle quali si è trattenuti a distanza dal Luogo Centrale in cui queste forme s’unificano nel loro comune Principio.

 

IV

René Guénon e la reincarnazione

1o. Nessuna questione pare aver dato luogo a più malintesi e controversie di quelle della reincarnazione (se non quella di Atman e d’Iswara), non che essa presenti delle difficoltà eccezionali, ma piuttosto perché per esporla correttamente nei suoi diversi aspetti, occorrerebbe entrare in sviluppi abbastanza ampi, che vertono su nozioni che paiono del tutto estranee agli Occidentali.

Non possiamo pensare di fare al presente un’esposizione del genere e delle spiegazioni inevitabilmente molto succinte rischiano d’aumen­tare ancor più la confusione che regna in questo dominio. Ci sembra tuttavia che malgrado questi inconvenienti che non ignoriamo, non possiamo esimerci dal presentare almeno alcune considerazioni fon­damentali su certi punti essenziali.

2o. Anzitutto, dobbiamo ben constatare questo fatto (il cui significato richiederebbe uno studio speciale), che mentre le religioni occidentali negano la reincarnazione, per contro le folle orientali, particolarmente quelle ricollegate alla civiltà indiana, credono in una successione d’esistenze sotto forma umana, animale, ecc. (i cinque destini). Quest’opposizione è dello stesso ordine di quella che sembra esistere tra le tradizioni apparentemente “creazioniste” e quelle apparente­mente “emanazioniste”, o tra le tradizioni che evocano l’“Attrazione Originale” (Nahash) come origine dell’esistenza separata, e quelle che evocano l’Avidyâ, l’ignoranza o l’illusione.

In realtà, come sempre, in questi casi, si tratta di “punti di vista” di­versi sulla “Realtà totale” che ne comporta un’“indefinita indefinità”, e non esiste né può esistere tra loro alcuna reale contraddizione. Per contro, v’è il rischio di grave errore, se non si precisa a che corrispon­de ogni speciale punto di vista, vale a dire se non si fissano le sue limitazioni (o i suoi limiti) e le sue relazioni con gli altri punti di vista.

3o. Come dicevamo iniziando questa nota, René Guénon ha avuto per compito fondamentale l’esatta esposizione metafisica delle dottrine tradizionali, ed egli ha affrontato la descrizione cosmologica della Manifestazione Universale nei suoi rapporti con il divenire umano, solo nella misura strettamente indispensabile a tal fine.

È così che nella sua opera fondamentale, L’Homme et son devenir selon le Vêdânta, ha esposto completamente (benché in breve), le varie tappe che percorre quello che al presente è l’uomo, quando questo segue una delle vie che conducono dallo stato umano alla Liberazione; per contro, non ha affrontato, se non con un’allusione alla teoria dei cicli, l’esposizione del divenire dell’Essere nel passaggio da uno stato individuale umano a un altro stato individuale.

4o. Pertanto, egli ha metafisicamente dimostrato (capitolo VI de L’Erreur spirite) il carattere erroneo di ciò che gli Occidentali inten­dono con “reincarnazione”, vale a dire: il passaggio di una stessa so­stanza separata, di natura spirituale, o anima (che forma una sorta di monade), attraverso una successione di stati corporei successivi[60].

Dobbiamo d’altronde aggiungere subito che non conosciamo alcun testo canonico, sia orientale, sia occidentale, in cui la reincarnazione, intesa in questo modo, si trovi menzionata, e questo semplicemente per la buona ragione che non ne conosciamo alcuno in cui la nozione d’anima, come credono di considerarla i moderni Occidentali (sostanza + unitaria + spirituale + individuale)[61], si trovi associata sia all’idea di ritorno a uno stesso stato, sia anche all’idea di una soprav­vivenza dopo la morte.

Tutto ciò che è stato detto in contrasto con quest’affermazione si basa su degli errori d’interpretazione o di traduzione, e risulta da que­st’infermità degli uomini del Kali-Yuga che rende loro così difficile concepire delle esistenze senza forma o delle esistenze che non siano supportate da sostanze separate e irriducibili.

Ora, né nel Giudaismo (dove né Nephesh, Ruach e Neschamah corri­spondono a ciò che i moderni chiamano anima e spirito), né nel Cristianesimo (in cui san Paolo s’è naturalmente limitato a trasporre questi termini ebraici); né nel Brahmanesimo (in cui Atman non ha niente in comune con l’anima dei moderni), né nella Bhâgâvad-Gîta (in cui la formula impiegata nel capitolo II, 22 designa la serie causale individuale che genera una continuazione di vite su vite attraverso la corrente delle forme), né ancor meno nel Buddhismo o nel Lamaismo (in cui l’Alaya Vîjnana corrisponde alla formula della Bhâgâvad-Gîta), né nell’esoterismo islamico *; in una parola in nessuna delle forme ortodosse, niente di simile è mai esistito, e la concezione occidentale moderna è alle concezioni metafisiche dell’Oriente quel che la viscerale devozione al Sacro Cuore è all’ardore dell’amore informale del vero cristiano per il Verbo supremo, incarnato (quindi manifesto) in Gesù Cristo, Colui che è per il Cristiano la fonte mediante la quale si produce nell’uomo tutto ciò che è Amore e sussistono e si muovono nel Cosmo, il Sole e le altre Stelle.

5o. Ma, precisamente, essendo le questioni propriamente metafisiche trattate prima al loro rango primordiale (che si tratti della Mahâprajnâ parâmita nel Lamaismo, dei Brahma Sûtras nel Brahmanesimo, ecc.) una sezione importante dell’insegnamento sacro dell’Oriente verte sulla descrizione cosmologica della Manifestazione Universale nei suoi rapporti con lo Stato umano (Abidharma nel Lamaismo, ecc.), così come sui rapporti individuali e sulle corrispondenti tecniche (Tantras o Rgyud).

Ora, questa descrizione puramente fenomenica mette in gioco tutti i processi inglobati assai sommariamente in quello che gli antichi Pitagorici chiamavano la metempsicosi e di cui vorremmo cercar di dare almeno un’idea sommaria.

6o. Lo stato umano, caratterizzato dal possesso del Manas (organo mentale) (semplice partecipazione d’altronde al Manu cosmico) comporta un certo numero di caratteristiche psicologiche[62], tra le quali la memoria.

Da una parte, la serie interna degli stati che un uomo percorre nel corso della sua esistenza individuale genera la determinazione dello stato d’esistenza che succederà a questo stato umano.

Dall’altra parte, la serie esterna (corrispondente alla precedente) dei suoi atti nel corso della sua presente esistenza ha generato nel mondo grossolano come nel mondo sottile, delle serie di causalità, tra le quali un gran numero appartenenti a quei complessi psico-mentali che ab­biamo l’abitudine metafisicamente errata di ritenere come costituente l’essere individuale umano che conosciamo (mentre ne sono solo degli elementi formanti aggregato, come gli elementi fisici che entrano nella composizione del corpo grossolano e poi ne riescono nel corso del­l’esistenza).

Queste serie di causalità si spiegano dopo la morte, generano delle sequenze di stati psico-mentali, centralizzati (o aggregati) su una o più esistenze individuali, che saranno a questo riguardo, entro tale limite e sotto tale forma, la continuazione nel dominio psico-mentale dell’esi­stenza psicologica dello scomparso.

Così si costituiscono le “reincarnazioni” del morto, che non hanno davvero niente a che fare con la reincarnazione, poiché si tratta esclu­sivamente di una metempsicosi.

7o. È questo il momento d’aggiungere che in certi casi la concen­trazione unificante della vita psicologica nel corso di un’esistenza umana può essere tale, che quasi tutti gli elementi psicologici che erano legati a quell’esistenza siano portati a raggrupparsi in una stessa nuova esistenza umana, in modo tale che la continuità seriale così creata dà l’illusione di una trasmissione sostanziale.

Nello stesso modo, nell’arcobaleno, delle gocce d’acqua entrano nel­la zona in cui l’illusione colorata sembra localizzata per un osservato­re, poi ne escono, senza che in realtà vi sia alcun colore che sussiste nel punto in cui la si vede, supportata da alcuna sostanza colorata.

8o. D’altronde, in certi casi, la realizzazione di uno stato in cui degli elementi non individuali, non umani, si manifestano attraverso la forma umana (vedere qui sopra ciò che è stato detto a proposito della realizzazione metafisica) s’accompagna giustamente con la realizza­zione di quella concentrazione unitaria cui ci riferivamo qui sopra. In questi casi, la continuità seriale considerata s’accompagna con un’a­naloga continuità della manifestazione dell’elemento non individuale non umano, e i casi che consideriamo al presente corrispondono a quel che il Lamaismo designa come Tûlkus (Es. il Dalai Lama, Tûlku parziale di Subhuti e allo stesso tempo d’Avalokitêswara che continua peraltro la sua esistenza sotto le diverse forme e condizioni che cor­rispondono alla sua definizione e alle sue funzioni).

D’altra parte, una trasmissione simile resta, bisogna dirlo, soggetta a parecchia alea, giacché è subordinata alle condizioni cosmiche gene­rali, e gli aggregati d’elementi che si succedono così in serie possono subire dei cambiamenti per addizioni, sottrazioni, o anche modifi­cazioni correlative alle modificazioni della biologia umana sull’in­sieme della Terra nel corso della durata.

9o. Infine, per terminare con quest’ordine di questioni dobbiamo aggiungere che così come nel nostro mondo occidentale, molti fedeli assolutamente incapaci di qualsiasi attività propriamente intellettuale prendono alla lettera la terminologia religiosa, e, in realtà, adorano più o meno coscientemente delle immagini scolpite o dipinte, o delle immagini psico-mentali, allo stesso modo in Oriente la folla poco dotata dal punto di vista metafisico o poco istruita vede facilmente nei fenomeni di continuazione seriale che abbiamo appena descritto quel che gli occultisti e i neo-spiritualisti d’ogni genere chiamano reincar­nazione.

D’altronde il potente sforzo d’occidentalizzazione dell’Oriente al quale ci riferiamo all’inizio di questo studio, s’esercita naturalmente su questo punto come su tutti gli altri nel senso più adeguato per distruggere tutto ciò che costituisce lo spirito tradizionale, in maniera da rendere possibile lì come dappertutto la conquista del potere terrestre da parte di tutto ciò che v’è di più basso e opposto all’ordine gerarchico dei reali valori.

 

V

Conclusione

A mo’ di conclusione, insistiamo ancora sulla straordinaria potenza di suggestione, continuamente crescente, del potere di menzogna che dominerà interamente il mondo esteriore prima della fine del ciclo. Sappiamo che vi sarà un momento in cui ciascuno, solo, privato d’ogni contatto materiale che possa aiutarlo nella sua resistenza interiore, dovrà trovare in se stesso, e solo in sé, il modo d’aderire fermamente, tramite il centro stesso della sua esistenza, al Signore d’ogni Verità. Non si tratta di un’immagine letteraria ma della descrizione di uno stato di cose che non è forse molto lontano. Possa ciascuno prepa­rarvisi e armarsi di una tale rettitudine interiore che tutte le potenze d’illusione e di corruzione siano impotenti a farlo deviare. Niente meglio dell’opera di René Guénon può facilitare agli Occidentali questa preparazione.

 

 

 

 


René Guénon e il Buddismo *

 

Marco Pallis

 

Se certi lettori, ricordando le prime edizioni delle opere del grande jnânin defunto, segnatamente dell’Introduction générale à l’étude des doctrines hindoues e de L’Homme et son devenir selon le Vêdânta, se certi lettori, diciamo, sono un po’ stupiti del titolo scelto per questo studio, risponderemo che non si tratta per nulla di sottoporre a un qual­siasi esame critico le vedute di René Guénon, tanto anteriori che recenti, sul Buddismo, bensì di dimostrare che, a dispetto di certe difficoltà d’interpretazione che erano sorte nel passato, il punto di vista “guéno­niano” non è meno valido per quanto riguarda la forma buddista della Tradizione universale di quanto lo sia nel caso delle altre forme di cui René Guénon ha specificamente trattato.

Quanto alle opere succitate, tutto ciò che è importante dire per esclu­dere qualsiasi malinteso a questo riguardo è che, quando la questione del Buddismo è stata finalmente sottoposta a René Guénon, già alcuni anni fa, accompagnata da riferimenti dottrinali e testuali (una parte dei quali ci è stata fornita da Ananda K. Coomaraswamy), René Guénon ha subito deciso che i passaggi in questione riguardanti il carattere ori­ginario del Buddismo sarebbero stati modificati o soppressi, pur ag­giungendovi altre modifiche relative a punti che, essendo meno impor­tanti, non gli erano stati espressamente segnalati.

Ciò che ha dato l’opportunità di sollevare quella questione, fu la tra­duzione inglese dell’Introduction générale à l’étude des doctrines hin­doues e una nuova edizione inglese de L’Homme et son devenir selon le Vêdânta; la probabilità che tali traduzioni inglesi fossero lette da de­gli Orientali di tradizione buddista rendeva una messa a punto abba­stanza urgente.

È importante d’altronde dire che, se René Guénon ha voluto porsi, all’inizio, dal punto di vista del grande maestro del jnâna-yoga sotto la sua forma indù, Shankarâchârya, l’atteggiamento di quest’ultimo verso il Buddismo della sua epoca è pienamente comprensibile solo tenendo conto delle necessità esteriori legate all’esatta determinazione dei do­mini di due differenti tradizioni la cui coesistenza nella stessa civiltà intralcerebbe l’economia di ciascuna. Per Shankarâ, si trattava anzitut­to di salvaguardare l’ortodossia indù contro qualsiasi tentativo, fos­s’anche il più giustificato nel suo ordine, che avrebbe potuto condurre, anche indirettamente, a una rottura interna della sua forma. Perseguen­do tale scopo, divenuto capitale per lui, Shankarâ non aveva alcuna ra­gione d’aver riguardo per un movimento tendente a sfuggire alla cornice provvidenzialmente stabilita per l’Induismo.

In un caso simile l’attacco scatta evocando il lato negativo della dottrina diciamo opposta, se non addirittura gli abusi che questo lato negativo potrebbe attivare. Nel caso particolare, è significativo che Shankarâ sia stato lui stesso oggetto di critiche da parte di altri Indù, che lo accusavano di propagare una dottrina che era solo un Buddismo mascherato. La concomitanza tra l’atteggiamento di Shankarâ verso il Buddismo e quella di certi Indù nei confronti dello stesso Shankarâ è d’altronde assai caratteristico e, a dire il vero, è il secondo atteggiamento che rappresenta il punto di vista più profondo, giacché, malgrado una differenza molto marcata nell’espressione e nel metodo, la posizione spirituale di Shankarâ, quindi del Vêdânta, e quella del Buddismo Mahâyânico sono così simili che si può parlare di una quasi identità.

Detto questo, ci rimane da precisare ciò che le opere di René Gué­non contengono di positivo relativamente alla tradizione buddista. Il primo esempio che daremo è di portata del tutto generale e consiste nel fatto, di cui noi stessi abbiamo avuto l’esperienza a più riprese, che l’espressione guénoniana dei principi metafisici è pienamente in accor­do, e talvolta anche testualmente, con gli stessi principi esposti oggi in Tibet. Infatti, c’è capitato più di una volta di citare qualche frase di Guénon – ma tuttavia senza menzionare il nome dell’autore – per illustrare alcun punto di dottrina, e di constatare che la frase in questio­ne era subito approvata, se non addirittura “riconosciuta” dai nostri interlocutori tibetani, compresi degli eminenti Lama, senza il sospetto che provenisse da un’autorità estranea quanto alla razza e al ricollega­mento tradizionale. Il fatto che René Guénon non abbia trattato speci­ficamente del Buddismo e che abbia persino, fino a un certo punto, misconosciuto questa forma, rafforza in realtà la tesi dell’universalità e dell’ortodossia intrinseche della dottrina quale l’ha esposta colui di cui onoriamo la memoria. Il Tibet l’ha riconosciuto senza conoscerlo e questo, non s’insisterà mai abbastanza, costituisce in favore dell’opera di René Guénon una testimonianza tanto potente quanto imparziale.

Non va dimenticato che René Guénon, da parte sua, ha sempre rico­nosciuto, senza la minima riserva, il valore e l’ortodossia della tradi­zione tibetana e, di conseguenza, aveva riconosciuto implicitamente l’autenticità del tronco di cui questa tradizione è solo una branca tra le altre (sebbene una delle più notevoli), il che neutralizza in gran parte i dubbi che provava ancora circa dieci anni fa circa il buddismo origina­rio. Infatti, il punto di vista di René Guénon sull’origine e la natura delle tradizioni autentiche esclude a priori la possibilità che un movi­mento di per sé eterodosso possa costituire il punto di partenza di una tradizione nel vero senso della parola.

René Guénon ha esercitato in Tibet un’influenza un po’ inaspettata; nel senso che siamo stati spinti a comporre uno speciale adattamento de La Crise du Monde moderne a uso dei tibetani. Si era parlato a più riprese di traduzioni di questo libro in lingue orientali, nella speranza che tali traduzioni fornissero agli asiatici più o meno disassati un mez­zo d’informarsi quanto al vero carattere delle manifestazioni del mon­do moderno, e con questo, di consolidare in loro lo spirito tradizionale “ripiegato su se stesso”, come ha detto Guénon. Ma più si studiava tale questione, più ci si persuadeva che una traduzione propriamente detta non sarebbe stata appropriata e che, per rendere l’esposizione piena­mente comprensibile a delle individualità con abitudini mentali così diverse dalle nostre, occorreva un ampio adattamento quanto all’espres­sione, agli esempi e persino alla forma dell’opera. Ci siamo dedicati a questo compito dalla fine del 1947, dopo il nostro ritorno dal Tibet, e l’opera è apparsa in tibetano nell’autunno del 1950 con il titolo: Le Kâli-Yuga et ses dangers, un po’ tardivamente, in considerazione del­l’attuale situazione dell’Asia centrale, ma è stato impossibile pubbli­carlo prima.

Al fine di garantire all’opera un’incontestabile autorità tradizionale, è stato presentato sotto forma di un commentario sul “testamento” del tredicesimo Dalai Lama pubblicato poco prima della sua morte, docu­mento estremamente importante che tratta dello stesso tema ma in mo­do molto conciso. Su questa base, l’argomento è svolto in tredici capi­toli, ciascuno dei quali è dedicato a un particolare aspetto della crisi moderna, partendo dai principi, il tutto supportato da numerose cita­zioni delle scritture buddistiche e illustrato con esempi familiari ai tibetani, consentono così loro di “situare” ciascuna questione in rela­zione alla propria esperienza. La materia dell’opera tibetana ingloba all’incirca La Crise du Monde moderne e Le Règne de la Quantité et les Signes des Temps.

Le citazioni dello stesso Guénon e di altre autorità non buddiste sono presentate nella seguente forma: “Un eminente Lama dell’Occidente ha insegnato”, e, in questa forma, i tibetani, che non soffrono in alcun modo dei pregiudizi associati in Occidente all’exoterismo religioso, non hanno avuto difficoltà alcuna ad accettarli allo stesso titolo degli insegnamenti provenienti da autorità più familiari. Possiamo quindi dire che, per mezzo di questo libro, l’influenza di René Guénon s’è esercitata in modo diretto sul mondo tibetano.

Le leggi cicliche e le loro applicazioni costituiscono uno stretto le­game tra la tradizione indù e buddista da un lato e l’insegnamento di cui René Guénon è stato il più recente formulatore dall’altro. In gene­rale, gli Orientali sono rimasti molto consapevoli dell’esistenza di tali leggi, così che non v’è da convincerli quando si tratta di trarne qualche conseguenza d’immediata applicazione, ad esempio quando si fa allu­sione al fatto che il mondo si trova attualmente in una fase avanzata di quest’epoca oscura di cui René Guénon ha descritto le cause e le ten­denze con tale meravigliosa chiarezza. Tsong-Khapa, il Saggio fonda­tore dei Gelupa (noti pure con il nome di “Berretti Gialli”), Ordine che conta tra i suoi membri il Dalai Lama, aveva distinto, nello stesso seno del Kâli-Yuga, una quinta tappa ciclica cui dà il nome d’“Età in cui la corruzione va di male in peggio” (letteralmente: sempre di più), perio­do che corrisponde certamente alla “fase” avanzata del Kâli-Yuga di cui parla René Guénon, quindi all’epoca contemporanea. A questo ri­guardo, v’è un punto interessante da segnalare: in tibetano, il nome del Kâli-Yuga si traduce con Nyigmai Tû, la cui radice nyig (snyigs) ha il significato primario di “sedimento (o residuo) impuro”, il che evoche­rà immediatamente ciò che ha sovente ripetuto Guénon, ossia che la fine del ciclo è caratterizzata soprattutto dallo sfruttamento di tutto quello che i periodi anteriori avevano rifiutato, di cui le moderne scienze, derivate dai residui delle scienze antiche, forniscono solo un esempio tra molti altri. Questo termine nyigmai che, contrariamente all’uso tibetano, non costituisce una traduzione letterale della corri­spondente parola sanscrita, ma che sembra piuttosto trarne le sue suc­cessive implicazioni, è reso ancor più sorprendente dal raffronto con le formulazioni di Guénon che abbiamo appena menzionato.

Un altro punto di contatto molto importante tra René Guénon e la dottrina Mahâyânica è formato dal suo articolo su Réalisation ascen­dante et descendante, che potrebbe ben servire da introduzione alla dottrina, centrale per il Buddismo quando lo si considera nella sua in­terezza, del Bodhisattwa. Quest’articolo rappresenta d’altronde una delle rare occasioni in cui Guénon s’è riferito direttamente alle dottrine buddiste.

Vorremmo infine dire poche parole sul “re del mondo”, il cui miste­rioso regno porta nella tradizione tibetana e mongolica il nome sanscrito Shâmbala del Nord, forse alludendo alla localizzazione simbolicamente iperborea della Tradizione primordiale. Quanto al nome Agarttha, sem­bra totalmente sconosciuto ai popoli in questione. Il nome Shâmbala, nelle Indie, indica una regione del nord-ovest, vicino alla città di Muzâffirpur, e ciò che è molto significativo è il fatto che questo posto è indicato dalla tradizione come il luogo di nascita del futuro Kalki-Avatâra. L’opinione di Guénon, secondo cui Ossendowski avrebbe ap-preso il nome d’Agarttha, o piuttosto Agharti che, in Bestie, Uomini e Dei sostituisce Shâmbala, in altro modo che per il tramite Saint-Yves d’Alveydre, quest’opinione ci pare oggi difficilmente sostenibile giac­ché, come ci ha spiegato recentemente il professore russo George Roerich, i libri a tendenza più o meno occultista, segnatamente quelli di Saint-Yves, hanno avuto un grande successo in Russia negli anni immediatamente precedenti la prima guerra mondiale, così che è molto probabile che un uomo come Ossendowski li abbia conosciuti, o al­meno ne abbia sentito parlare. Ci si può domandare quale ragione avrà spinto Ossendowski a preferire il nome Agharti a Shâmbala, che è quello che avrà sicuramente ascoltato in Mongolia, ma ci sembra che questo possa spiegarsi semplicemente con un desiderio d’evocare un “simpatico ricordo” nei suoi lettori russi, presentando loro un nome che conoscevano già dalla lettura di Saint-Yves. Non si tratterebbe quindi in nessun modo di plagio, ma piuttosto di un piccolo sotterfugio d’autore in vista del suo pubblico e, a parte questo, i dettagli della nar­razione d’Ossendowski, come d’altronde ben visto da René Guénon, sono del tutto verosimili, almeno per quanto riguarda le cose che ha vedute lui stesso o le persone che ha incontrato. Lo stesso professor Roerich, che ha viaggiato in Mongolia poco tempo dopo quegli avve­nimenti e che, inoltre, ha una padronanza perfetta della lingua, ha confermato molti dettagli menzionati da Ossendowski.

Il sig. George Roerich ci ha detto anche che la maggior parte degli altari nei templi della Mongolia sono orientati verso nord, in allusione a Shâmbala, e che i loro vestiboli sono spessissimo decorati con af­freschi raffiguranti la “guerra di Shâmbala”, ossia il combattimento che si svolgerà alla fine del ciclo quando gli infedeli saranno distrutti e la tradizione ristabilita. La rappresentazione tradizionale del re di Shâmbala, mentre sovrintende alla detta guerra santa, si ritrova anche su un certo numero di thankas o stendardi tibetani di cui abbiamo visto un esemplare molto di recente. Dobbiamo ancora al sig. Roerich un ragguaglio un po’ sorprendente: ci ha detto che nel 1928 degli speciali riti sono stati compiuti in molte lamasserie del Tibet e della Mongolia per celebrare l’incoronazione di un nuovo re di Shâmbala; questi riti hanno avuto luogo, dice, ovunque ci fosse un Collegio monastico con­sacrato allo studio della dottrina tantrica dal nome Kala-Chakra o “ruota del tempo”, la cui prima predicazione è attribuita al Buddha Sakya-Muni in persona. La detta dottrina e i corrispondenti metodi di meditazione sono compresi d’altronde nell’Anuttara Yoga, lo “Yoga senza superiore”, e sono anche conosciuti con il nome di “scienza dei Bodhisattwa”, quella il cui studio approfondito permetterà di raggiun­gere la Liberazione nel corso di un’unica vita. È detto che i Doubtops (siddha), detentori dei poteri conferiti da tale dottrina, lasciando questa terra, si ritirano a Shâmbala, ed è anche per questa ragione che il re di Shâmbala è rappresentato con una ruota nella mano. I supporti di meditazione impiegati nel Kala-Chakra sono in gran parte tratti dal­l’astrologia, il che d’altronde ne spiega il nome, e ogni astro è stret­tamente connesso con la visualizzazione di un aspetto divino che di­verrà successivamente l’oggetto della meditazione di colui che si sfor­za di seguire questa via.

Esiste in Tibet un buon numero di libri che trattano del regno di Shâmbala, e uno d’essi è stato pubblicato in Europa accompagnato da una traduzione tedesca. Questo libro, dal titolo Livre de route pour Shâmbala, ha per autore un Panchhen-Lama del XVIII secolo e inclu­de un trattato sulla geografia sacra, partendo dai regni principali cono­sciuti all’epoca, in numero di quattro, ossia: gli imperi di Cina, India, Russia e Roûm (l’impero ottomano), dopodiché passa alla descrizione del viaggio simbolico che conduce al centro spirituale in questione.

Affine alla tradizione riguardante Shâmbala è quella del re eroe Guésar de Ling, la cui epopea è stata adattata in francese dalla sig.a David-Neel. In questo poema non v’è, salvo errore, una specifica men-zione di Shâmbala, e la connessione tra le due tradizioni scaturisce so­lo a partire dal momento in cui l’eroe, campione pure lui, della guerra santa contro gli empi, si è ritirato con i suoi compagni dal mondo visi­bile in cui riapparirà tuttavia alla fine del ciclo per riprendere il com­battimento interrotto nella battaglia di Shâmbala, avvenimento che deve precedere l’avvento del futuro Buddha, Chamba o Maitreya (“il Com­passionevole”), grazie al quale l’età d’oro sarà finalmente restituita.

I dettagli appena menzionati ricorderanno inevitabilmente le analo­ghe descrizioni che s’incontrano nella tradizione cristiana, islamica e altre, ma forse l’accostamento più sorprendente di tutti è quello che si può fare tra le tradizioni lamaiche e la leggenda di re Artù e dei suoi cavalieri, che sono ugualmente scomparsi a un certo punto, ma sono destinati a rimanifestarsi, allo squillo di tromba che li risveglierà dal loro lungo sonno, per scacciare dalla Sacra Terra i sassoni invasori rappresentativi degli infedeli nella tradizione celtica. C’è capitato, du­rante il nostro soggiorno a Shigatse nel 1947, d’essere interrogati circa il vero senso di questa leggenda da tibetani che, sapendo leggere un po’ d’inglese, aveva incontrato da qualche parte un accenno alla storia d’Artù, e non abbiamo esitato a rispondere loro che re Artù altri non era che il Guésar occidentale, così come Guésar è l’Artù tibetano, i due essendo identici nella loro funzione. Questa risposta è stata accolta come del tutto soddisfacente.

Abbiamo pensato non si potesse rendere un omaggio migliore alla memoria di René Guénon che portare alcune conferme al suo libro Le Roi du Monde, che è solo un esempio tra molti altri dell’ampiezza delle sue vedute così come della sua straordinaria penetrazione intel­lettuale[63].

Kalimpong, maggio 1951.

 


La vita semplice di René Guénon *

 

Paul Chacornac

 

I lettori di René Guénon saranno sorpresi di trovare qui, non certo una biografia del nostro compianto collaboratore, ma almeno alcune informazioni riguardanti la sua individualità e, di conseguenza, dob­biamo innanzitutto giustificare la pubblicazione del presente studio.

René Guénon ha detto e ridetto che, nel dominio tradizionale, le individualità non contano, ma non possiamo far sì che il mondo in cui viviamo non s’interessi alle individualità e, non potendo scriverne la storia, costruisca su di loro delle leggende con intenzioni che possono essere, d’altronde, assai diverse e persino opposte.

La mattina del 9 gennaio 1951, ricevemmo il telegramma dal medico che aveva curato René Guénon che c’informava della sua morte. In se­rata, con nostra grande sorpresa, la radiodiffusione francese annun­ciava la notizia, che era ripresa da vari giornali il mattino successivo. Da allora, gli articoli e necrologi si sono moltiplicati nella stampa quotidiana e settimanale e nelle riviste. Molti di questi articoli sono eccellenti e comprensivi, ma molti errori sono anche stati detti e stampati dopo sei mesi. Non possiamo rilevarli tutti qui, ma ve ne sono alcuni cui possiamo fin d’ora opporre una categorica smentita: René Guénon non è mai stato un professore all’università d’El-Azhar né in alcuna università musulmana; non si è mai parlato di una cattedra per lui al Collège de France in sostituzione di Sylvain Lévi o chiunque altro; non è mai andato in India e neppure ha mai soggiornato durante la sua giovinezza in un monastero tibetano: come vedremo più avanti, i suoi contatti con dei rappresentanti delle tradizioni orientali hanno avuto luogo in Europa e in Nordafrica. Per porre fine a queste leg­gende, la cosa più semplice è seguire René Guénon nelle varie tappe della sua esistenza.

***

René Jean Marie Joseph Guénon nacque il 15 novembre 1886 a Blois, rue Boissée Cross, nel sobborgo di Vienne, sulla riva sinistra della Loira, da un’ottima famiglia della borghesia cattolica. Suo padre, Jean-Baptiste Guénon, architetto, e sua madre, nata Jolly, erano en­trambi originari di Blois. Il giovane René fu battezzato sotto condi­zione il 4 gennaio 1887 e battezzato il 15 novembre dello stesso anno nella chiesa parrocchiale di Saint-Saturnin.

Qualche anno più tardi, verso il 1894, suo padre, allora architetto esperto della compagnia d’assicurazione “La Mutuelle de Loir-et-cher”, acquisì, al 74 di rue du Foix, nel sobborgo omonimo, sulla riva destra della Loira, una casa con giardino che divenne per René Gué­non la vera casa di famiglia dove ritornerà quasi ogni anno fino alla sua partenza dalla Francia.

La delicata salute di René Guénon, durante la sua infanzia, diede mol­te preoccupazioni ai suoi genitori, che lo circondarono di cure attente tanto più che l’altro loro figlio, una bambina, morì all’età di quattro anni. La prima istruzione fu data al giovane René dalla zia materna, la signora Duru, poi, dopo la sua prima comunione, che ebbe luogo il 7 giugno 1897 nella chiesa di Saint-Nicolas, i suoi genitori lo fecero am­mettere nella scuola di Notre-Dame-des-Aydes, situata in rue Fran­ciade, i cui corsi erano comuni con quelli del seminario minore. Ri­mase in questa scuola, dove fu allievo brillante, dall’ottobre 1897 al luglio 1901 e la lasciò, essendo in seconda, per entrare nel Collegio Augustin-Thierry, nel gennaio 1902.

René Guénon, entrato in retorica, fu considerato anche lì un soggetto ben dotato, ma la sua salute sempre malferma gli impedì molto spesso di frequentare i corsi del collegio regolarmente. L’anno seguente, nel 1903, essendo in filosofia, René Guénon prese parte al concorso gene­rale dove ottenne una menzione in fisica e ricevette anche un premio dalla Société des Sciences et Lettres di Blois. Ottenuto, il 2 agosto 1902, la prima parte del baccellierato, divenne, il 15 luglio 1903, baccelliere in lettere e filosofia. Entrato in matematica elementare nel 1904, rice­vette il premio più alto del collegio, la medaglia offerta dall’associa­zione degli exallievi. Allora, i suoi professori lo esortarono a prosegui­re i suoi studi di matematica a Parigi, dove René Guénon arrivò nel­l’ottobre 1904 per farsi ammettere come “taupin”, vale a dire allievo di matematica preparatoria, al Collegio Rollin. La sua intenzione era allo­ra di preparare la laurea in matematica. Anche qui, la sua salute sem­pre precaria, fu un ostacolo ai suoi progressi e, nel 1905, s’iscrisse per seguire dei corsi supplementari presso l’Associazione dei candidati, l’École Polytechnique e l’École Normale, e, nel 1906, sembra proprio che abbandonò i suoi studi universitari.

Le informazioni molto precise che abbiamo appena dato e che ci so­no state fornite dal sig. curato di Saint-Saturnin, dal sig. preside del Collegio Rollin (oggi Liceo Jacques Decour), che ringraziamo per la loro estrema cortesia, dall’ufficio del Baccalauréat a Parigi e, infine, dal libretto scolastico di René Guénon nel Collegio Augustin-Thierry, tutte queste informazioni, diciamo, permettono di seguire René Gué­non fino al suo ventesimo anno e dimostrano abbondantemente che al­cun soggiorno in Oriente può porsi in quel periodo.

René Guénon era arrivato a quel periodo della vita in cui, molto spesso, la mente non s’accontentava più dei soli studi classici. Credette – come molti altri, prima e dopo di lui – di trovare un allargamento del suo orizzonte intellettuale rivolgendosi alle dottrine neo-spiritualiste in voga all’epoca e, introdotto da uno dei suoi amici, seguì i corsi della libera Scuola superiore delle scienze ermetiche, diretta dal dott. Gérard Encausse che, sotto lo pseudonimo di Papus, fu l’indiscusso capo del movimento occultista. Portando alla sua ricerca la serietà e la cura me­ticolosa che metteva in tutte le cose, René Guénon si fece ammettere nella maggior parte delle organizzazioni raggruppate intorno a questo movimento: Ordine Martinista, Rito di Memphis, Rito spagnolo, Chie­sa gnostica. Oggi che si sa, e soprattutto grazie a lui, a che cosa atte­nersi circa il carattere fantasioso o irregolare di queste organizzazioni, il lettore può provare qualche sorpresa venendo a sapere che René Gué­non v’ha appartenuto. È questa una questione che bisogna affrontare francamente e che non diminuisce affatto la penetrazione e la perspi­cacia del nostro compianto collaboratore. Non v’era, infatti, nulla d’in­verosimile, a priori, nel fatto che l’antico Ordine degli Eletti Cohens, fondato nel XVIII secolo da Martines de Pasqually, fosse sopravvissu­to fino alla fine del XIX secolo e che una regolare trasmissione avesse così dato vita all’Ordine Martinista; né era assolutamente escluso che una corrente gnostica si fosse perpetuata attraverso il catarismo si fos­se mantenuta in modo sotterraneo fino ai giorni nostri. Ancora nel 1938, Charbonneau-Lassay non diceva al nostro collaboratore Jean Reyor che persone degne di fede gli avevano asserito la sopravvivenza di riti catari in seno a certe famiglie nel sud-ovest della Francia? Sap­piamo adesso che non v’era niente di simile nell’Ordine Martinista né nella Chiesa gnostica, ma non v’erano allora altri mezzi per saperlo che entrare in queste organizzazioni, giacché queste si presentavano con un carattere più o meno segreto ed era quindi normale che non fornissero al pubblico le prove della loro filiazione. L’atteggiamento di René Guénon, in quel periodo 1906-1909, era dunque perfettamente normale e doveva, nel futuro, rivelarsi “provvidenziale” poiché ha per­messo che altri dopo di lui evitassero di compromettersi in vie senza uscita e di perdervi come minimo il loro tempo. René Guénon non doveva perderne molto giacché, fin dal dicembre del 1909, scriveva:

«È impossibile associare delle dottrine così discutibili come lo sono tutte quelle classificate sotto il nome di spiritualismo; tali elementi non potranno mai costituire un edificio stabile. Il torto della maggior parte di queste sedicenti dottrine spiritualiste, è quello d’essere solo del ma­terialismo trasposto su un altro piano, e di voler applicare al dominio dello spirito i metodi che la scienza ordinaria impiega per studiare il mondo ilico. Tali metodi sperimentali non faranno mai conoscere altro che semplici fenomeni, sui quali è impossibile edificare una qualunque teoria metafisica, giacché un principio universale non può inferirsi da fatti particolari. D’altronde, la pretesa d’acquisire la conoscenza del mondo spirituale con dei mezzi materiali è ovviamente assurda; questa conoscenza è soltanto in noi stessi che potremo trovarne i principi, e non negli oggetti esterni»[64].

Convinto che le organizzazioni occultiste non detenevano alcun se­rio insegnamento e dirigevano i loro membri verso un falso spirituali­smo incoerente e privo di base tradizionale, René Guénon pensò di raggruppare gli elementi più interessanti di queste organizzazioni in un “Ordine del Tempio” che, benché privo di una regolare trasmissione iniziatica, avrebbe potuto costituire un gruppo di studi del genere di quelli di cui l’autore d’Orient et Occident doveva più tardi considerare la possibilità. Ma questo gruppo ebbe solo un’esistenza effimera e i di­rigenti del movimento occultista non ebbero difficoltà a riprendere il controllo della maggior parte degli elementi che erano per un momen­to sfuggiti alla loro influenza.

Dopo la sua rottura con le organizzazioni occultiste, René Guénon fu ammesso alla Loggia Thébah, dipendente dalla Grande Loge de France, Rito Scozzese Antico e Accettato. Doveva restare attivo in quest’Ob­bedienza fino alla guerra del 1914, che mise le Logge in sonno. Dopo la guerra, interamente assorbito dalla sua opera pubblica, non riprese alcuna attività, senza smettere con ciò d’interessarsi alla Massoneria e di mantenere delle relazioni con membri delle diverse Obbedienze.

Ma torniamo all’anno 1909. Negli ambienti martinisti e gnostici, René Guénon aveva incontrato due uomini che erano stati portati lì, uno per curiosità intellettuale, l’altro per amicizia per uno dei più notevoli rappresentanti del movimento occultista: Léon Champrenaud e Albert de Pouvourville, un giovane amico di Stanislas de Guaita.

Léon Champrenaud (1870-1925) era stato coinvolto giovanissimo nel movimento lanciato da Papus, quasi dai suoi esordi. Verso il 1904 co­minciò a perdere interesse e si rivolse allo studio delle dottrine orienta­li. In un periodo che non abbiamo potuto precisare, aderì all’Islam con il nome d’Abdul Haqq. Ma l’inizio del suo orientamento fu probabil­mente dovuto ad Albert de Pouvourville (1862-1939) che, nel corso di un soggiorno nel Tonchino in cui adempie delle funzioni militari e am­ministrative, aveva ricevuto un insegnamento e un’iniziazione taoiste con il nome di Matgioi. Matgioi e Léon Champrenaud fondarono nel­l’aprile 1904 la rivista La Voie, che durò fino al marzo 1907 e nella qua­le furono pubblicati per la prima volta le due opere capitali di Matgioi, La Voie Métaphysique e La Voie Rationelle, e pure un’opera in collabo­razione intitolata Les enseignements secrets de la Gnose a firma Simon-Théophane (Simon essendo Pouvourville e Théophane, Champrenaud).

Nel novembre 1909, René Guénon fondava la rivista La Gnose, che si presentava come una ripresa de La Voie e che diresse con il nome di Palingenius fino al febbraio 1912, data dell’ultimo numero. Egli stesso ha dichiarato, in un necrologio su Champrenaud, che in quel periodo aveva lavorato quasi costantemente con quest’ultimo per diversi anni. Tuttavia, Champrenaud non pubblicò personalmente nulla in questa rivista e Matgioi diede un solo articolo. Il redattore principale fu lo stesso Guénon, che vi pubblicò la prima redazione de L’Homme et son devenir selon le Vêdânta e de Le Symbolisme de la Croix. Nel 1911 venne ad aggiungersi la collaborazione d’Abdul Hâdi con i suoi studi sull’esoterismo islamico e le sue traduzioni di Mohyiddin ibn Arabi[65]. Da quell’epoca, Guénon-Palingenius s’afferma come il grande metafi­sico conosciuto dai lettori dei libri pubblicati sotto il suo patronimico dal 1921. È dunque tra i 23 e i 26 anni che va posta l’elaborazione di due dei suoi libri essenziali così come il progetto di scrivere un’opera sulle condizioni dell’esistenza corporea[66]. Che cos’era successo?

Più tardi René Guénon affermerà d’aver conosciuto le dottrine indù, cinese e islamica attraverso il diretto contatto con dei rappresentanti autorizzati di queste tradizioni. Sappiamo che ha ricevuto l’iniziazione islamica, con il nome d’Abdel Wahed Yahia con il quale ha trascorso gli ultimi vent’anni della sua vita, nel 1912. Il suo libro Le Symbolisme de la Croix è dedicato “Alla venerata memoria di Esh-Sheikh Abder-Rahman Elish el-Kebir el-Alim el-Malki el-Maghribi”, che fu il suo iniziatore, e la prima delle due date menzionate sotto la dedica, 1329 H. ossia 1912 è la data della sua iniziazione, come lui stesso ha scritto al nostro collaboratore Jean Reyor. Abbiamo meno precisazioni per quanto concerne i suoi contatti indù e taoisti, ma i lavori pubblicati ne La Gnose attestano che, almeno per quanto riguarda la tradizione indù, il con­tatto non può essere stato posteriore al 1910 e non pensiamo neppure anteriore al 1909. Quel periodo 1909-1910 rappresenta quindi il mo­mento cruciale della vita intellettuale e spirituale di René Guénon.

Già, nel corso degli ultimi vent’anni, degli Indù erano entrati in con­tatto, in Francia, con almeno due Occidentali d’orientamento più o meno chiaramente tradizionale: Saint-Yves d’Alveydre prima (e non pensiamo qui all’Afghan Hardjij Scharipf), Paul Sédir poi. Sembra che gli informatori indù del primo furono scoraggiati dalle sue preoccu­pazioni sociali e dalla sua ostinazione a considerare gli insegnamenti a lui trasmessi, non come un insegnamento tradizionale che va ricevuto e assimilato, ma come degli elementi destinati a integrarsi in un perso­nale sistema. Quanto a Sédir, sembra proprio che l’ostacolo principale fu il gusto che aveva allora per i “fenomeni” e di cui, malgrado le ap­parenze, non riuscì forse mai a sbarazzarsi completamente. Si è quindi portati a pensare che l’opera di René Guénon rappresenti la conclu­sione di tentativi fatti durante più lustri dagli Indù per provocare un risveglio tradizionale in Occidente.

Ci s’è spesso domandato perché René Guénon avesse scelto l’Islam per la sua via personale quando la sua opera fa preferibilmente appello alla tradizione indù. A dire il vero, si tratta di una domanda che non riguarda veramente nessuno e alla quale, con ogni probabilità, nessuno può rispondere con certezza. Tuttavia, è lecito menzionare a questo proposito delle considerazioni d’ordine del tutto generale. Innanzitutto, poiché le modalità d’iniziazione indù sono legate all’istituzione delle caste, non si vede come un occidentale, per definizione fuori casta, potrebbe accedervi[67]; d’altra parte, il rituale indù non si presta in alcun modo alla vita occidentale, mentre il rituale islamico, a prescindere dalle difficoltà pratiche che presenta, è nondimeno compatibile con la vita dell’Occidente moderno.

L’anno 1912 doveva pure segnare un cambiamento nella vita privata di René Guénon. Ogni anno, durante le vacanze, si recava a Blois per trovare i suoi genitori e sua zia, la signora Duru. Quest’ultima, divenu­ta libera istitutrice a Montlivault, piccolo villaggio a dieci chilometri da Blois, aveva per collaboratrice una ragazza, originaria di Ballan, non lontano da Tours, la signorina Berthe Loury. Il 17 luglio 1912, René Guénon sposava questa ragazza a Blois. Pochi mesi dopo, la coppia si stabilì a Parigi, nel piccolo appartamento che René Guénon occupava dal 1904 al 51 di rue Saint-Louis-en-l’Île.

Per ragioni a noi sconosciute, e che sono forse d’ordine meramente materiale (una rivista che ha 150 abbonati non può vivere senza finire ogni anno in deficit) la rivista La Gnose era cessata nel febbraio 1912[68]. Forse questa cessazione corrispondeva a un cambiamento, non nell’or­dine dottrinale, ma nell’atteggiamento di René Guénon verso le reli­gioni in generale e, in particolare, il Cristianesimo, ancora più precisa­mente il Cattolicesimo. Non sembra che Léon Champrenaud e Matgioi abbiano avuto un’esatta idea dei rapporti tra exoterismo ed esoterismo o, se si preferisce, tra religione e Iniziazione. V’è innegabilmente in Matgioi un atteggiamento antireligioso piuttosto sorprendente e, in ogni caso, in tutti coloro che circondavano René Guénon all’epoca de La Gnose, una posizione “anticlericale” molto pronunciata. Pensiamo che sia nel periodo del suo ricollegamento islamico che si precisarono nell’animo di Guénon le nozioni così importanti di religione e d’inizia­zione, la delimitazione dei loro domini, la distinzione dei rispettivi scopi e, infine, i loro normali rapporti.

Fin dal 1909, all’epoca delle sue dispute con le organizzazioni oc­cultiste, Guénon era in relazione con un pubblicista cattolico, A. Clarin de la Rive, che dirigeva una rivista antimassonica che ebbe successi­vamente come titoli La France Chrétienne poi La France Anti-Maçonnique. Il sig. de la Rive era stato coinvolto molto da vicino nella famosa mistificazione di Léo Taxil, nella quale Guénon avrebbe visto in seguito una delle manifestazioni più sinistre della contro-iniziazione nell’epoca contemporanea. Il sig. de la Rive aveva persino giocato un ruolo importante nelle circostanze che costrinsero Léo Taxil a confes­sare le sue menzogne. Da lui Guénon poté essere documentato su que­sta vicenda e misurarne la gravità. Gravità, la parola non è troppo grossa, poiché con le sue “fabbricazioni” Léo Taxil era riuscito in un colpo solo a gettare il discredito sulla Massoneria e a ridicolizzare, se non la Chiesa, almeno molti ecclesiastici e persino alti dignitari roma­ni. Non si tratta di ripetere qui la storia della vicenda Taxil e ricorde­remo soltanto che costui era riuscito a convincere ampi segmenti del pubblico cattolico dell’esistenza, dietro la Massoneria abitualmente conosciuta, di un’“alta Massoneria luciferina”, alla quale attribuiva e crimini molteplici e l’abitudine d’abbandonarsi a delle evocazioni dia­boliche. Anche dopo il discorso dell’aprile 1897 in cui Taxil ammise d’aver fabbricato il “palladismo”, numerosi cattolici restavano persua­si del carattere luciferino della Massoneria.

René Guénon aveva potuto rendersi conto direttamente e personal­mente del vero carattere della Massoneria, che è la più grande soprav­vivenza delle antiche organizzazioni iniziatiche del mondo occidenta­le. Aveva potuto rendersi conto anche, grazie ai suoi contatti orientali, di tutto ciò che separava la moderna Massoneria da un’organizzazione iniziatica completa sotto il duplice aspetto della dottrina e del metodo; aveva potuto rendersi conto dei danni esercitati delle preoccupazioni e dall’attività politica di un gran numero di Massoni, il che spiegava e giustificava fino a un certo punto, ma fino a un certo punto soltanto, l’esistenza di un “antimassonismo’. A causa del suo carattere iniziati­co, conveniva rendere alla Massoneria il suo vero volto sfigurato dalla mistificazione taxiliana; a causa della loro politica e del loro moderni­smo, bisognava combattere i Massoni contemporanei infedeli alla vo­cazione iniziatica perché la Massoneria potesse ridiventare effettiva­mente quello che non ha mai cessato d’essere virtualmente. È questo lavoro che René Guénon intraprese ne La France Anti-Maçonnique nel corso degli anni 1913-1914 e che fu interrotto dalla prima guerra mondiale. Anonimamente, poi sotto lo pseudonimo “Le Sphinx”, pub­blicò una serie d’importanti articoli sul Regime Scozzese Rettificato, sul potere occulto, sulla Stretta Osservanza e i Superiori Incogniti, sugli Eletti Cohen, lavori pieni di spunti inattesi e che rivelano un’ap­profondita conoscenza della storia dell’Ordine massonico[69].

***

Quando scoppiò la guerra del 1914, René Guénon, che era stato ri­formato durante il suo consiglio di revisione nel 1906, fu mantenuto nella stessa situazione. Piccolo ereditiere che ha visto dileguarsi le sue entrate, fu costretto, per far fronte alle necessità materiali, a entrare nel libero insegnamento, ed è così che insegnò filosofia in vari collegi. Durante l’anno scolastico 1916-1917, lavorò come supplente a Saint-Germain-en-Laye. In quel periodo, l’8 marzo 1917, sopraggiunse la morte di sua madre e, siccome sua zia, la signora Duru, era sola a Blois, la fece venire a Parigi. Ma, sei mesi dopo, il 27 settembre 1917, René Guénon era nominato professore in Algeria, a Setif. Partì per raggiungere il suo posto, accompagnato da sua moglie e da sua zia. Arrivarono il 20 ottobre, dopo un lungo e faticoso viaggio, e si siste­marono presso il collegio, in rue de Constantine. Per mancanza d’inse­gnanti, Guénon dovette tenere, oltre alla classe di filosofia, i corsi di francese in prima e latino in prima e in seconda.

Per una curiosa coincidenza, un amico di Blois, il dott. Lesueur, era stato nominato capo medico dell’ospedale civile di Hammam-Rhira, circa un centinaio di chilometri a est d’Algeri. Il dott. Lesueur aveva sposato un’allieva della signora Duru quando costei era istitutrice a Montlivaut e aveva conosciuto la sua assistente, diventata la signora Guénon. Legami d’amicizia s’erano stretti tra le due coppie, così quan­do il dott. Lesueur apprese che René Guénon e sua moglie si trovavano a Setif, li invitò a trascorrere le vacanze a Hammam-Rhira. Questa città è una stazione termale estiva e invernale, ma anche un importante centro di pellegrinaggio.

Nell’ottobre 1918, René Guénon rientrò in Francia e si stabilì con la moglie a Blois, nella casa di rue du Foix; qualche tempo dopo, fu nomi­nato professore di filosofia al collegio della città, mentre il dott. Lesueur, anche lui tornato dal Nordafrica, era nominato curatore del castello.

L’anno seguente, Guénon lasciò l’insegnamento per dedicarsi intera­mente alla preparazione dei suoi primi libri. Sua moglie condivideva il suo lavoro, rileggendo i manoscritti prima che fossero sottomessi agli editori. Siccome non avevano bambini, presero con loro una nipote di 4 anni e s’occuparono interamente della sua educazione. Ritornarono a Parigi alla fine del 1921, per vivere nel piccolo appartamento di rue Saint-Louis-en-l’Île, ed è poco tempo dopo che dovemmo far la cono­scenza di René Guénon.

Un giorno, nel gennaio del 1922, entrò nel nostro negozio di quai Saint-Michel un uomo sulla trentina, molto alto, molto magro, scuro, vestito di nero, con il classico aspetto dell’accademico francese, il suo viso allungato era illuminato da occhi stranamente chiari e penetranti che davano l’impressione di vedere oltre le apparenze. Con perfetta affabilità, ci chiese di venire a prendere dalla sua casa dei libri e degli opuscoli neo-spiritualisti di cui voleva disfarsi. Come accettammo la sua proposta, ci diede il suo nome e il suo indirizzo: René Guénon, 51, rue Saint-Louis-en-l’Île. La casa in cui abitava era un vecchio albergo del XVIII secolo che fu in un certo periodo, intorno al 1840, la resi­denza degli arcivescovi di Parigi. Guénon ci occupava un piccolo ap­partamento in fondo al grande cortile lastricato, al terzo piano. L’interno era d’estrema semplicità e s’accordava perfettamente alla semplicità dell’uomo stesso. Da quel momento decorrono le nostre relazioni, che sarebbero diventate ininterrotte dal 1929, come vedremo più avanti.

Abbiamo detto che René Guénon non possedeva patrimoni e non erano i diritti d’autore delle sue prime opere che potevano permettergli di vivere. Dal 1924, impartì delle lezioni private e lezioni di filosofia al Cours Saint-Louis dove studiava sua nipote.

È in quel periodo, nel 1924, che Frédéric Lefèvre, redattore capo di Nouvelles Littéraires, andò a intervistare Ferdinand Ossendowski allo­ra di passaggio a Parigi, in compagnia di René Guénon, René Grousset e Jacques Maritain. L’intervista che apparve nelle Nouvelles Littérai­res del 25 maggio 1924 presenta un sorprendente scorcio delle rispet­tive posizioni dei quattro scrittori.

Non sappiamo esattamente in quale data René Guénon conobbe Louis Charbonneau-Lassay, archeologo e simbolista cristiano che perseguiva nella sua casa di famiglia di Loudun il vero lavoro di benedettino che ha dato luce al Bestiaire du Christ, i cui capitoli sono apparsi in gran parte nella rivista Regnabit, diretta dal R. P. Anizan. Charbonneau-Lassay introdusse René Guénon in quest’ambiente e, durante gli anni dal 1925 al 1927, Guénon pubblicò in questa rivista numerosi articoli sul simbolismo cristiano che, nel suo animo, doveva aiutare i Cattolici a prendere coscienza del senso profondo della loro tradizione. Aveva scritto per questa rivista l’articolo intitolato Le grain de sénevé che gli Études Traditionnelles hanno pubblicato nel numero di gennaio-febbraio 1949. Nella nota introduttiva di quest’articolo, René Guénon scriveva: «Quest’articolo, che era stato scritto una volta per la rivista Regnabit, ma che non poté apparire lì, dato che l’ostilità di certi ambienti neo-scolastici ci aveva costretti a cessare la nostra collaborazione, si pone soprattutto nella prospettiva della tradizione cristiana, con l’intenzione di mostrarne l’accordo perfetto con le altre forme della tradizione uni­versale». Questa rottura, unita ai risultati di certe esperienze fatte in circoli di studi tomistici, doveva scuotere in René Guénon la speranza di un raddrizzamento tradizionale dell’Occidente poggiato sulla Chiesa cattolica.

Fin dal 1925, René Guénon aveva dato alcuni articoli alla nostra rivista Le Voile d’Isis. Alla fine del 1928 decidemmo di cambiare il carattere di questa pubblicazione. Qualche tempo prima, avevamo messo in contatto con René Guénon il nostro amico Jean Reyor che aveva già interamente aderito alle dottrine tradizionali. Domandammo a quest’ultimo di considerare con Guénon una completa trasformazio­ne de Le Voile d’Isis. René Guénon accettò di concedere la sua rego­lare collaborazione a condizione di non occupare alcuna funzione nella rivista e d’essere considerato semplicemente come uno dei redattori. Di comune accordo scegliemmo il nostro vecchio amico Argos come redattore capo, funzione che mantenne dal gennaio 1929 alla fine del 1931, quando circostanze contingenti gli impedirono di continuare la sua collaborazione su base regolare. A Guénon e Argos s’unirono in que­sto primo periodo Patrice Genty, Gaston Demengel, Probst-Biraben, Marcel Clavelle, poi, in ordine cronologico, André Préau, René Allar, Frithjof Schuon. Dal 1935, la rivista, per rispondere meglio ai suoi con­tenuti, prese il titolo d’Études Traditionnelles che mantiene tutt’ora, con tutti i collaboratori che i nostri lettori d’oggi conoscono. René Guénon aveva finalmente trovato un organo in cui poteva esprimersi liberamente e condurre nel corso di 20 anni un incessante combatti­mento contro tutte le idee anti-tradizionali, mentre portava avanti la sua opera dottrinale.

All’inizio del 1928, René Guénon aveva avuto il dolore di perdere la moglie e, nove mesi dopo, sua zia, la signora Duru. I loro corpi furono portati nella tomba di famiglia, nel cimitero di Saint-Florentin, nel sobborgo di Vienne, a Blois. Rimasto solo allora, René Guénon lasciò Parigi per l’Egitto il 20 febbraio 1930. Partiva per alcuni mesi al fine di ricercare, far copiare e tradurre per conto di una nuova casa editrice, testi esoterici dell’Islam. Questo lavoro lo trattenne più a lungo di quanto avesse pensato, poi la casa editrice abbandonò il suo progetto. René Guénon si stabilì allora al Cairo, nel quartiere della moschea di El-Azhar, dove visse, con discrezione e modestamente, con poche re­lazioni con l’ambiente europeo. Il pubblico dei suoi libri e dei suoi articoli si diffondeva sempre di più e riceveva una corrispondenza che diveniva ogni giorno più considerevole. S’assoggettava a rispondere a tutti quelli che gli scrivevano, con una benevolenza mai smentita. Il suo tempo e la sua salute furono divorati da questo lavoro.

Nel 1934, René Guénon, o piuttosto Abdel Wahed Yahia, si risposò con la figlia maggiore dello Sheikh Mohammed Ibrahim. Subito dopo progettò di fare un viaggio in Francia per sistemare le faccende che aveva lasciato nello stato in cui si trovavano al momento della sua partenza nel 1930, ma alla fine non partì. Nel 1935, si fece spedire i libri e i documenti che ancora si trovavano nel suo appartamento di rue Saint-Louis-en-l’Île. Andò quindi a stabilirsi fuori dal Cairo, nel quar­tiere di Doki, un posto, ci scrisse, «dove non s’ode alcun rumore e dove non si rischia d’essere continuamente disturbati dagli uni e dagli altri». Doveva vivere lì, senza quasi mai uscire, fino ai suoi ultimi mo­menti. La seconda guerra mondiale interruppe le nostre relazioni e la pubblicazione degli Études Traditionnelles. Non appena ripresero le relazioni con l’Egitto, René Guénon ci chiese di considerare la ripresa della rivista, che avvenne nell’ottobre 1945. Durante la guerra, approfit­tando di una significativa diminuzione della sua corrispondenza, aveva potuto mettere a punto diverse opere capitali: Le Règne de la Quantité et les Signes des Temps, gli Aperçus sur l’Initiation e La Grande Triade. E la corrispondenza riprese, e gli articoli e le recensioni. Una delle sue ultime gioie fu la nascita di suo figlio Ahmed, il 5 settembre 1949. Aveva avuto fin’allora solo due figlie, Khadidja e Leila. Abbiamo sa­puto poi della nascita di un figlio postumo, avvenuta il 17 maggio 1951 e al quale è stato dato il nome di suo padre, Abdel Wahed.

Dal 25 novembre 1950, qualsiasi attività gli divenne impossibile e i suoi migliori amici non ricevettero più lettere da lui dopo quella data. Soffriva di un avvelenamento del sangue con diverse manifestazioni; ebbe una gamba orribilmente infetta che fu salvata a forza di vigilanza. Fu curato con ammirevole devozione dalla moglie e da uno dei suoi ammiratori, il dott. Katz. Nei primi giorni del 1951, accusò un nuovo indebolimento, poi fu colto da una strizione laringea che gl’impediva di parlare e mangiare, e presto la morte lo colse in tutta la sua lucidità. Era domenica, 7 gennaio, alle 23.

I funerali, ci scrive il dott. Katz, furono molto semplici e si sono svolti l’indomani, lunedì, tra le 10 e le 14. Il corpo dello Sheikh Abdel Wahed Yahia, trasportato per alcune centinaia di metri a braccia, fu poi accompagnato alla moschea d’El-Azhar. Dopo la preghiera dei morti, il corpo, riportato a braccia, fu accompagnato al cimitero di Darrassa, nella collina di Mokattam, e lì, ora riposa nella tomba della famiglia Mohammed Ibrahim.

Così finì questa vita semplice e modesta, libera da tutte le ambizioni che sollecitano abitualmente gli uomini. La vita si confonde qui con l’opera. Quale migliore elogio potremmo farne?

René Guénon non ha lasciato opere inedite, ma ha espresso l’augurio che fossero riuniti in volumi i numerosi articoli apparsi in varie pub­blicazioni e che non aveva integrato nelle sue opere già composte. Un primo volume è già pronto, Initiation et Réalisation spirituelle, che costituisce un seguito agli Aperçus sur l’Initiation. Ha lasciato materia­le per molti altri volumi, d’ineguale importanza, sul simbolismo uni­versale e sul simbolismo massonico, sul simbolismo cristiano e sulle dottrine iniziatici cristiane, sulla cosmologia sacra, su vari aspetti del­l’induismo, sull’esoterismo islamico e sulla Massoneria. La prepara­zione di queste opere è uno dei compiti lunghi e delicati che lascia ai suoi amici colui che è stato giustamente definito il più grande maestro intellettuale che l’Occidente abbia conosciuto dalla fine del Medioevo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Ricordi e prospettive su René Guénon *

 

Gonzague Truc

 

Di tutte le figure che mi è stato dato d’osservare durante una carrie­ra, d’altronde più preoccupata alle opere che alle persone, ecco una delle più curiose e accattivanti nel suo mistero. Ho conosciuto René Guénon ai tempi della nostra maturità. Aveva appena pubblicato la sua Introduction générale à l’étude des doctrines hindoues e ci legarono prima delle relazioni tra critici, oltre a vedute concordanti sullo stato o la natura del mondo attuale. Lo vedo ancora, nel mio studio in rue Guy-de-la-Brosse – seduto su un pouf davanti al camino, e questo, combinato con la sua alta statura e il suo viso allungato, gli conferiva un’aria orientale perfettamente adatta alla sua filosofia, ma ben strana in uno della Turenna. Andai anche da lui in una di quelle vecchie case signorili o clericali dell’Île Saint-Louis sistemate in appartamenti e la cui scala stretta e buia, stranamente tortile, conserva il profumo un po’ polveroso delle meditazioni di un’altra età. Viveva lì in un alloggio d’altronde comodo e senza niente di straordinario tra sua moglie e la nipote, e s’aveva l’impressione che tutto, in quel posto pacifico e soli­tario, fosse solo ordinato per la meditazione.

Raramente ho incontrato una fisionomia pura come questa. Non ci si confonda a riguardo. Quando parlo così di purezza, intendo la perfetta integrità dell’animo e l’assenza di qualsiasi compromesso. Quale fu l’uomo intimo, se non l’uomo interiore, in René Guénon? Questo ha riguardato solo lui, e non ha lasciato trasparire nulla. È stato, nella spe­cie dotata di linguaggio, uno di quegli esseri infinitamente rari che non dicono mai io. Tutto quel che possiamo affermare, è che era d’umore stabile e benevolo e incapace di fare del male. Ciò non è poco. Que­st’uomo che ha avuto degli avversari passionali, dei nemici che cono­sceva e di cui sapeva che poteva aspettarsi il peggio, non è stato il ne­mico di nessuno e ha pensato di rispondere alla violenza e alle vio­lenze solo con la ragione. E potrebbe anche darsi che abbia preferito la fuga a un’altra sorta, più diretta, di difesa.

Non che gli sia mancata la sensibilità, e si sarebbe potuto anche scommettere per il contrario. Dritto e senza deviare dalla sua linea, senza perdere nulla della sua lucidità o della sua forza, e aumentandoli piuttosto alla contraddizione, soffriva le astiose opposizioni, gli effetti delle manovre sorde e conservava mille preoccupazioni sull’opera che perseguiva e il modo di perseguirla, raddoppiando lo scrupolo nella ricerca o nella documentazione, dibattendosi tra le difficoltà materiali dell’editoria. Era attento nel quotidiano, perdendo sua moglie, separato dalla nipote. La profondità del colpo poté misurarsi dalle sue conse­guenze. La ferita lo spingeva in qualche lontano ritiro, e queste furono le cause determinanti della sua partenza.

Ciò che lo lasciava completamente indifferente – e va a suo unico onore – era l’altezzosa riserva tenuta dall’insegnamento ufficiale nei suoi riguardi, atteggiamento il cui scandalo alla lunga finì per scoppia­re. Mentre questi avversari che egli feriva a morte colpendoli al cuore, vale a dire nello stesso principio della loro dottrina, si scatenavano contro di lui, i dottori patentati tacevano, e abbiamo visto degli “spe­cialisti” della filosofia indù non citarlo nelle loro opere. Quello che ne diciamo non è per vendicarsi, mostrare indignazione o esalare una va­na lagnanza. Ma considerando qui l’atteggiamento di René Guénon e l’insieme del suo carattere, forse tocchiamo il suo stesso essenziale.

È un uomo che ha vissuto in funzione della sua opera e della dottrina espressa da tale opera, e tutto è lì.

Ha cancellato tutto, e s’è cancellato davanti a quella primaria preoc­cupazione. Vi ha rivolto le sue discipline individuali. Vi ha subordina­to la sua azione e vi ha conformato l’economia della sua vita pubblica o privata. Niente lo ha scalfito a tale riguardo, alcuna considerazione di convenienza o di compagnia, alcuna eccessiva preoccupazione per il suo temporale che doveva tuttavia sottomettere a una vigilanza severa, nessuna ambizione propria e nemmeno una preoccupazione eccessiva delle necessità d’ordine materiale. Alcuna questione di partito o di po­litica sorgeva naturalmente per lui, e ignorava i pubblici poteri come ne era ignorato. E certamente l’idea d’andare nel “mondo” gli è parso uno scherzo. La sua conversazione restava seria, senza mai essere noiosa, passionale, al contrario, per quanto nutriente nella sua lucidità, respingendo senza sforzo qualsiasi futilità e mostrando talvolta la sfu­matura di una grave ironia o di un contenuto entusiasmo. Insensibil­mente, con lui, si lasciava il mondo per entrare nel mondo vero e pas­sare dalla “rappresentazione” al principio. Il suo discorso, infine, tutto affabile e sempre familiare malgrado la sua densità, non era che la sua parola parlata … Forse si capisce ora perché abbiamo parlato di “pu­rezza”. La ritroveremo, questa purezza, su un altro piano.

Ero, allora quando incontravo René Guénon, direttore letterario alle edizioni Bossard. A questa circostanza è dovuta la pubblicazione, da parte di questa casa, de La Crise du Monde moderne e de L’Homme et son devenir selon le Vêdânta. Posso rivendicare, a proposito di questo primo libro, La Crise …, una sorta di paternità tutta occasionale. L’idea nacque nel corso dei miei incontri con l’autore. Ci accordammo en­trambi, io forse più indiscretamente, lui con una giustezza o una giusti­zia più profonda e più spietata nell’esecrazione di questo “mondo mo­derno” che, con un orgoglio stupido, ogni giorno anticipava la sua se­poltura, e dove lo spirito sembrava sprofondarsi per sempre sotto la materia e il numero. Gli dicevo: «Fate qualcosa al riguardo». Fece quest’opera, ispirato e molto velocemente. Era nel suo senso e nel sen­so di un movimento che aumentava e dove dev’essere tenuto in uno dei primi posti. Si sa che riprese il tema, approfondendolo ancora, con Le Règne de la Quantité.

Non è mia intenzione ritornare sulla sua dottrina. Conviene tuttavia ricordarne l’essenziale per meglio cogliere il carattere o la natura di quel pensiero, per trovare anche qualche chiarimento su un problema che è sembrato porre una sorta d’evoluzione o di mutazione di cui al­cuni sono parsi sorpresi.

Quella dottrina è una metafisica, e la parola va presa nel senso asso­luto che lo stesso Guénon le dava. La metafisica pone una realtà spiri­tuale – intelligibile – che sarebbe, in fondo, l’unica realtà, mentre la realtà corrente e accessibile – la realtà sensibile – è solo apparenza e “manifestazione”. È Platone, è anche la filosofia indù, ed è ogni filoso­fia spiritualistica o puramente idealistica fintantoché non è religione.

Ma è qui che occorre stare attenti e osservare da molto vicino l’at­teggiamento di René Guénon. Tra le varie forme che prende la metafi­sica nel corso delle età e secondo le genie, le confessioni, i popoli e i luoghi in cui essa si spiega e s’esplicita, ha mai scelto, o ha soltanto voluto scoprire, sotto figure diverse, la figura iniziale e invisibile? Possiamo supporre – e certi punti rimasti un po’ oscuri della sua bio­grafia ci autorizzano – che abbia in primo luogo cercato la verità là dove si lusingava d’apparire, e conosciamo il risultato: la lotta precisa e terribile che ha condotto contro le pseudo-verità che ha denunciato ne Le Théosophisme e le varie forme dello spiritismo. Ma dopo il negativo arrivava il positivo, dopo l’eliminazione del falso, la scoperta del vero. Sembrava trovare nelle dottrine indù il punto in cui la tra­dizione metafisica – giacché per lui si trattava proprio di una tradizione – appariva con la massima trasparenza e certezza. Perché non vi s’è attenuto, ed è morto nell’Islam?

Era perché faceva alla sua maniera delle distinzioni che noi faccia­mo abusivamente e vedeva nella storia degli uomini una presenza e una continuità che si sottrae a un pensiero superficiale.

I sistemi, le religioni e persino le istituzioni sono ambiti plasmati da una realtà spirituale iniziale e dove questa realtà s’inserisce con più o meno evidenza o efficienza, e più o meno mascherata. È così che v’è una verità o una parte di verità nascosta sotto i miti, nei misteri dei di­versi culti, e che bisogna saper discernere leggendo i Libri sacri dei popoli. In certi luoghi, in certi casi, l’affioramento è più marcato; Dio, giacché è proprio di Dio che si tratta, emerge in una luce più radiosa. Ma fin nell’umile tribù che venera il suo feticcio rimane un contatto con il sacro.

Perché René Guénon non s’è limitato al Cristianesimo, che era la sua religione nativa e dove questa realtà dello spirito, questa presenza di Dio, si manifesta con la massima forza, profondità e magnificenza? Eccoci, forse, sulla soglia del segreto dell’amico scomparso. Non ho mancato di porgli la domanda. Mi ha sempre risposto che ciò che lo infastidiva in questa religione era il suo carattere sentimentale. A cui vanno aggiunte le difficoltà derivanti da una dogmatica che ha acquisito, nella sua incomparabile ricchezza, e malgrado la sua flessibilità, una ri­gidità che la sottrae alle arditezze e agli azzardi dell’interpretazione.

Confessione, in ogni caso, infinitamente preziosa e quanto rivelatri­ce della natura della dottrina e di questo particolare spirito. Diviene fin troppo evidente qui che la realtà spirituale ricevuta, difesa da René Guénon, è d’ordine intellettuale, che il suo Dio – se parliamo ancora, per maggior comodità di Dio – è un Dio dell’intelligenza, se non la stessa Intelligenza, pura, assoluta, che non lascia più nulla al di fuori quando ritira in sé le sue “manifestazioni”, e di cui ci si può domanda­re persino che cosa possa avere in comune con queste manifestazioni.

Una tale concezione trova la sua più perfetta illustrazione nella filo­sofia indù e si vede allo stesso tempo il contrasto che fa con la religio­ne di un Dio personale e di una creazione fondata sull’amore: è la di­stanza della Bhagavad-Gîtâ dal Vangelo secondo San Giovanni. Non v’è tuttavia, e approfondendolo in questa metafisica orientale, qualco­sa d’inumano, e il “seno” di Brahma non è troppo lontano dalla Croce di Cristo?

Abbiamo il coraggio d’azzardare un’ipotesi? René Guénon, alla lun­ga, non sarebbe stato un po’ toccato o stanco di queste altezze o di queste vertiginose profondità? Non avrebbe cercato un aspetto della verità prestantesi di più ai movimenti del cuore; non l’avrebbe scorto nell’Islam? Trovava lì un dogmatismo abbastanza ampio da prestarsi senza troppi disagi ai commenti storici o filosofici, una mistica ardente e immaginosa, e tuttavia non fino ad arrivare a quella sorta d’ardore o d’immagini di Santa Teresa o di San Giovanni della Croce. La stessa realtà, la stessa verità interiore restavano; l’esterno, se così si può dire, di tale verità, appariva meno desertico, al tempo stesso, e meno segna­to dalla passione del cuore. Allora? Ancora una volta, questa è solo un’opinione, nemmeno una supposizione …

Non avremmo reso piena giustizia all’uomo se non dicessimo due parole dell’opera, della forma stessa dell’opera. Abbiamo indicato co­m’era la conversazione di René Guénon: seria con piacere, sobria, e tutta sostanziale. Le stesse qualità si ritrovano nella sua prosa, insieme ad altre, e conviene insistervi. Si sbaglia a trascurare lo stile dei filoso­fi con il pretesto che sono filosofi. Bergson fu uno scrittore eccellente. René Guénon non ha l’immaginazione o le immagini di Bergson: an­che lui è uno scrittore. Il suo stile, che insegna così bene, non è affatto uno stile da professore; è uno stile che analizza, taglia, dettaglia, chiari­sce, tutto perseguendo, imperturbabile, una marcia dove ci si sente sempre nel suo cammino. Sa tuttavia variare questo cammino e aprirvi delle prospettive orientate verso quel misterioso orizzonte che custodi­sce le verità ultime. Analizza o dogmatizza, ma con tale chiarezza, una tale misura, un movimento così sicuro e regolare, in una sottile dialet­tica, che arriva a una sorta d’eloquenza. E se deve entrare nella pole­mica – non è mai una polemica diretta contro le persone –, ha un’in­cisività e degli argomenti di cui non è straordinario che gli avversari si siano risentiti. Si sbaglierebbe dunque, ammirando in René Guénon lo stesso fondo e la sostanza, a sorvolare troppo in fretta sull’espressione.

L’azione di questo pensatore segreto e discreto, malgrado la cospira­zione del silenzio, si mostrava con una crescente forza nel corso degli anni, e se non gli si rendeva ancora piena giustizia, se non raggiungeva delle porzioni abbastanza ampie di pubblico, si stava attenti a lui e lo si seguiva nella sua doppia preoccupazione di denunciare un mondo che andava ogni giorno svilendosi e di ritrovare una via che lo ripor­tasse, se poteva essere, nel senso di una vita autentica. Non avrebbe desiderato di più, e continuerà a fruttificare. Ma non sarà l’ultimo dei suoi insegnamenti l’esempio che ha dato di un’opera e di un’esistenza che sono continuati senza venir meno al servizio di un unico pensiero.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


In memoriam René Guénon *

 

Frans Vreede

 

René Guénon era francese di nascita. Nell’ambiente orientale in cui ha trascorso gli ultimi venti anni della sua vita è restato francese – almeno agli occhi dei suoi lettori stranieri – per l’irresistibile logica dell’espressione verbale.

Questa traduzione logica di un pensiero tradizionale era tuttavia ai propri occhi solo una modalità d’espressione tra molte altre ugualmente verbali che gli erano meno familiari: artistica, poetica, pragmatica …

René Guénon non era, infatti, molto “geniale” nel senso che s’attri­buisce oggi a questo termine; la sua originalità consisteva al contrario nel fatto che, in un mondo infatuato di un modernismo superficialmen­te internazionale, si sia sforzato di rimanere strettamente fedele all’an­tica tradizione di un’autentica universalità di spirito.

Il suo inflessibile attaccamento ai principi, di cui aveva riconosciuto una volta per tutte l’immutabilità, faceva di lui una guida sicura e im­perturbabile attraverso il dedalo dei movimenti d’idee e di teorie con­temporanee dalle denominazioni spesso fuorvianti.

Bisogna dire che i giudizi precisi e intransigenti, che alcuna accusa turbava e che erano piuttosto propensi a chiarire l’intendimento di co­loro che ne erano l’oggetto, non tenevano conto delle reazioni da prevedere da parte delle persone che potevano sentirsi prese di mira.

Se la carità propriamente cristiana sembrava fargli difetto, la sua intelligenza, che conosceva solo la passione per la verità, non mancava certo del luminoso calore che emana da ogni superiorità veramente umana

Mi sia consentito di menzionare qui alcuni ricordi personali:

Nel corso degli anni già lontani quando, a Parigi, lo vedevo quasi ogni giorno, ho assistito parecchie volte a casa sua a dei prolungati incontri a notte fonda, durante i quali, malgrado la fatica, rispondeva con un’instancabile e lucida pazienza alle questioni intelligenti o strambe poste dai visitatori in visita: Indù, Musulmani, Cristiani …

Più tardi, al Cairo, dove ho trascorso due inverni consecutivi con lui, questa lungimirante facilità d’accoglienza sembrava aver ritrovato la sua cornice naturale nel favorevole ambiente dell’ospitalità orientale e tradizionale.

Pochi mesi prima della sua morte, ricevetti di questa larghezza d’animo una conferma sorprendente che non sapevo allora dovesse restare per me l’ultimo segno di vita di quest’intelligenza eccezionalmente aperta:

Avendo scritto A Brief introduction to Hindu Philosophy, destinato ai miei studenti, gliene comunicai il testo a lui prima ancora d’inviare il manoscritto all’editore.

Quando si ricorda la sua inappellabile condanna della moderna “fi­losofia”, si sarà forse sorpresi di sapere che, dopo alcune iniziali riser­ve, aveva finito con l’ammettere senza alcuna difficoltà che in inglese tale termine “filosofia” poteva essere accettato per rendere ciò che nel­le proprie opere scritte in francese, aveva costantemente cercato di suggerire con il termine “metafisica”.

L’universalità delle sue vedute oltrepassava infatti da ogni lato i limiti del suo temperamento individuale e rimarrà, per coloro che han­no avuto il privilegio d’accostarlo, un ricordo prezioso e ispiratore, che completa felicemente l’immagine data dai suoi libri, immagine fedele della sua intelligenza, ancorché parziale della sua personalità.

Ed è proprio per questo che la scomparsa di René Guénon è, per i suoi amici personali, una perdita irreparabile.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


René Guénon precursore *

 

Mario Meunier

 

Tutti coloro che hanno conosciuto René Guénon e che, con la loro attenta e fervida comprensione, hanno ottenuto d’udirlo conversare e parlare, tutti costoro possiedono meglio di altri il privilegio raro e pre­zioso di poter ritrovare, rileggendo la sua opera, tutti gli aspetti di un pensiero che fu e che rimane costantemente collegato all’inalterabile essenza di quei supremi principi immutabilmente contenuti, come egli stesso scrive, «nella permanente attualità dell’intelletto divino». Basta, infatti, aprire uno dei suoi libri e leggerlo a caso, per rendersi conto di quanto René Guénon avesse il senso dell’armonia universale e totale, di quell’armonia che riflette nella diversità molteplice del mondo e della vita, la presenza eterna dell’unità immobile. Così posto nel vero “Centro del Mondo”, nel cuore vivente di ogni valida iniziazione, René Guénon, con una fermezza di pensiero, una solidità di dottrina, una chiarezza d’espressione e una rara potenza di logica e di penetra­zione, ha dedicato la sua la vita per facilitarci l’accesso a tutti i templi dove ancora si conserva nell’intero universo la luce dello Spirito e della Conoscenza.

Ora, per accedere a questa Conoscenza trascendente e divina, René Guénon non cessa di ripetere, ed è questo uno dei punti essenziali che danno al suo messaggio il suo effettivo valore, che essa può essere ottenuto solo con uno sforzo strettamente personale. Gli istruttori, le parole e gli scritti possono senza dubbio guidarci, servirci come “sup­porti”, ma, rigorosamente incomunicabile, la Conoscenza iniziatica e suprema può essere raggiunta soltanto da se stessi. Per l’iniziato per­fetto, la vera saggezza non consiste quindi nel coltivare la vanità illu­soria del sapere profano, nel riempire la sua memoria d’idee più o meno false colte nell’altrui campo, ma nello sviluppare quel potere di conoscenza interiore contro il quale nessuna forza bruta può prevalere. Questo potere è superiore all’azione e a tutto ciò che accade. Estraneo al tempo, è la coscienza vivente dell’infrangibile e serena unità e il garante della nostra eternità.

Quindi, René Guénon dev’essere salutato come un precursore, nel mondo occidentale, di quella rinascita delle forze spirituali di cui esso ha tanto bisogno per rigenerarsi, per purificarsi da tutti gli errori che accumula nelle anime, quell’infernale artefice di disordine, di nausea e di disperazione che è il materialismo del pensiero moderno.

Conosciamo tutta l’enorme influenza che ha l’opera guénoniana per contribuire a formare questa nuova élite intellettuale la cui azione può ancora assicurare la salvezza dell’uomo e la liberazione del mondo minacciato.

«Non v’è dunque motivo di disperare, scrive René Guénon; e, se pu­re non vi fosse alcuna speranza di raggiungere un risultato sensibile prima che il mondo moderno sprofondi in qualche catastrofe, non sarebbe una valida ragione per non intraprendere un’opera la cui reale portata s’estende ben oltre l’attuale epoca. Coloro che sarebbero tentati di cedere allo scoraggiamento devono pensare che nulla di ciò che è compiuto in quest’ordine può mai essere perduto, che il disordine, l’er­rore e l’oscurità possono prevalere solo in apparenza e in modo del tut­to momentaneo, che tutti gli squilibri parziali e transitori devono ne­cessariamente concorrere al grande equilibrio totale, e che nulla può prevalere alla fine contro la potenza della verità; il loro motto dev’es­sere quello che avevano adottato una volta certe organizzazioni inizia­tiche dell’Occidente: Vincit omnia Veritas».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


L’ultima veglia della notte *

 

Jean Reyor

 

E adesso?

Tale è la domanda che non possono non porsi tutti coloro per i quali l’Opera di René Guénon fu l’evento fondamentale della loro esistenza.

Ora che l’opera “personale” di René Guénon è compiuta, quali sono le sue possibilità di un’effettiva conclusione? Alcun segno precursore di una rivivificazione tradizionale in Occidente s’è manifestato. Il messaggero, dopo aver consegnato il suo messaggio, è scomparso dal nostro orizzonte e non è destinato a essere sostituito. La funzione di René Génénon – che non oseremo definire, ma che qualcuno può in­travvedere – non è di quelle che implicano una successione ininterrotta di rappresentanti umani.

Adesso, il messaggio è davanti a noi, come un testimone, come un giudice.

Alcun segnale precursore … Eppure, da un oceano all’altro, degli uomini e delle donne d’Occidente hanno scorto una “luce nel cielo”. Quanti? Mille? Duemila? forse. Cinquemila? sicuramente no. E su queste povere migliaia, quanti hanno deciso di sacrificare tutto per la cerca di verità, quanti, per parlare il gergo moderno, si sono “impe­gnati” totalmente? Diverse centinaia? sarebbe una congettura ottimi­stica. Ma il numero, soprattutto all’inizio, importa poco, ci viene detto. Sia. Infatti, non è questo il punto più grave.

Il più grave, è questo: né l’una né l’altra delle due grandi organizza­zioni tradizionali del mondo occidentale, la Chiesa cattolica e la Mas­soneria, ha dato un segno di “buona volontà”. L’appello di Guénon le “invitava” espressamente, nominalmente, soprattutto la prima. René Guénon ha atteso trent’anni. È morto senza aver ricevuto risposta. Ha ricevuto, a titolo individuale e privato, delle “adesioni” di Cattolici – anche di altri Cristiani – e di Massoni. Pubblicamente, durante la sua vita e dopo la sua morte, ha ricevuto solo dei rifiuti, a volte delle in­giurie. Oh! si può dire che critiche e ingiurie erano pure semplici rea­zioni individuali che impegnavano solo i loro autori. Certamente. Ma com’è che solo o quasi le reazioni ostili siano venute alla luce? Curioso. Questo deve però significare qualcosa.

Siamo esatti. Dalla scomparsa di René Guénon, un noto teologo ha tenuto, ci viene detto, sulla sua opera, una conferenza elogiativa, per­lomeno nella sua parte iniziale che verteva sulla critica del mondo mo­derno, per il resto, vale a dire lo stesso fondo dottrinale e il suo valore dal punto di vista cristiano, il conferenziere s’è trincerato purtroppo dietro l’ordinaria posizione teologica. D’altronde, un articolo su Gué­non pubblicato in seguito dallo stesso non riesce in nessun modo a da­re un’idea appena puntuale della profondità e dell’intellettualità vere dell’opera di Guénon, di modo che non si vede davvero in che cosa, per l’autore, quest’opera superi il caso di qualsiasi pensatore profano. Meglio ancora, un religioso della stessa “famiglia” ha scritto in una grande rivista cattolica un articolo che è una presa di posizione nega­tiva e ostile, mentre il più grande giornale cattolico francese mostrava per l’autore de La Crise du Monde moderne solo che un impietosito disprezzo, raccomandando, come “antidoto” … la lettura di Bergson.

S’è dimenticato che Guénon ha “fatto delle conversioni” e provocato numerosi ritorni alla fede e alla pratica cattolica[70]? – Il disprezzo che gli è dedicato ricade così su figli autentici della Chiesa. Si manca forse di carità oltre che di comprensione? Quanto ai furtivi elogi, da cui sia­mo certamente toccati, hanno oggi la stessa portata che se fossero stati pronunciati prima del 7 gennaio 1951? Fiori su una tomba.

Dal lato massonico, v’è stato un pubblico segnale – oh! senza impe­gnare alcuna Obbedienza – che può parere più netto nel senso dell’a­desione, ma che perde terribilmente il suo valore quando si sappia che quest’adesione comporta delle riserve finalizzate a niente di meno che a distruggere uno dei fondamenti dell’opera guénoniana, ossia la neces­sità dell’exoterismo. I Cattolici rifiutano l’esoterismo; i Massoni l’exo­terismo. Ci sarebbe proprio, secondo l’espressione di Matila Ghyka, un inevitabile “duello di maghi”? Guénon non lo credeva. La sua ope­ra dottrinale, che va oltre le opposizioni temporali, s’accetta o si rigetta in blocco. Ed è un punto di dottrina che ogni uomo abbia una religione. Ve n’è un altro che dev’esserci, a fianco dei credenti, dei “conoscenti”. L’opera dottrinale di Guénon respinge i tiepidi: quelli che sono pres­sappoco d’accordo, quelli che ne prendono e che ne lasciano, quelli che mantengono un pregiudizio o un veto in un angolo della loro testa, quelli che hanno delle opinioni.

Allora?

Quindi il caso era previsto, in cui «l’élite, per costituirsi, dovrebbe contare solo sullo sforzo di coloro che sarebbero qualificati, per la loro capacità intellettuale, fuori da ogni ambito definito, e anche, beninteso, sull’appoggio dell’Oriente; il suo lavoro ne sarebbe reso più difficile e la sua azione potrebbe esercitarsi solo a più lunga scadenza, poiché dovrebbe crearne essa stessa tutti gli strumenti, invece di trovarli già pronti come nell’altro caso; ma non pensiamo affatto che queste diffi­coltà, per quanto grandi possano essere, siano tali da impedire ciò che dev’essere compiuto in un modo o nell’altro»[71].

La fine della frase è “ottimistica”. Coloro che sono scoraggiati pos­sono rileggerla.

Si fa allusione all’appoggio dell’Oriente. È un leitmotiv di René Gué­non quando considera il raddrizzamento tradizionale dell’Occidente. Egli menziona pure, senza troppo credervi, lo si vede bene, «un ritorno diretto (dall’Occidente) alla propria tradizione, ritorno che sarebbe co­me un risveglio spontaneo di possibilità latenti», il che «implica l’esi­stenza in Occidente di un punto almeno in cui lo spirito tradizionale si sarebbe conservato integralmente»[72].

Esistono certamente, al di fuori della Massoneria e del Compagno­naggio, di cui non è davvero possibile credere che abbiano conservato la totalità del loro deposito, delle filiazioni iniziatiche occidentali e specificamente cristiane, ma niente permette di pensare che esse abbia­no conservato di più. Eppure una d’esse, molto chiusa, fa pensare a un “Centro spirituale”. Nel gennaio 1929, nella rivista Regnabit, L. Char­bonneau-Lassay scriveva: «… alcuni, tra questi gruppi ermetici, erano in perfetto accordo con l’ortodossia più rigorosa, pur custodendo a vol­te per essi dei secolari segreti stranamente sconcertanti; è il caso del­l’Estoile Internelle, che non ha mai avuto più di dodici membri, e che esiste ancora con i manoscritti originali del XV secolo, dei suoi scritti costitutivi e di dottrina mistica». Più tardi, in Le Rayonnement intellec­tuel, lo stesso autore precisava che il principale simbolo di quell’orga­nizzazione era un ciborio nel quale dev’essere posta una pietra rossa, un “Santo Graal” … Non pensiamo che Charbonneau-Lassay ne abbia mai detto molto di più, anche in privato. Né crediamo che prima di lui si sia menzionato pubblicamente l’Estoile Internelle. Come credere che sia “per caso” che ne sia stata fatta menzione per la prima volta nel momento dello sviluppo dell’opera guénoniana, due anni dopo la pubblicazione de La Crise du Monde moderne? Era una “risposta”? Non sembra che René Guénon vi si sia soffermato …

La seconda eventualità relativamente favorevole sarebbe quella in cui «certi elementi occidentali compiranno questo lavoro di restaura­zione con l’aiuto di una certa conoscenza delle dottrine orientali, cono­scenza che tuttavia non potrà essere assolutamente immediata per loro, poiché devono rimanere Occidentali, ma che potrà essere ottenuta per una sorta d’influenza al secondo grado, esercitata attraverso degli in­termediari … in questo caso, sarebbe vantaggioso, benché questo non sia una necessità assoluta, che l’élite in formazione potesse prendere un punto d’appoggio in un’organizzazione occidentale che abbia già un’ef­fettiva esistenza; ora, sembra proprio che in Occidente vi sia ormai so­lo un’unica organizzazione che possieda un carattere tradizionale e che conservi una dottrina suscettibile di fornire una base appropriata al la­voro in questione: è la Chiesa cattolica»[73].

Esiste pure un’altra “organizzazione occidentale che abbia già un’ef­fettiva esistenza” e che possieda un carattere tradizionale, ma essa non conserva più alcuna dottrina: questa sarebbe da restituire interamente a partire dai riti e dai simboli. Difficoltà supplementare che sarebbe sen­za dubbio “compensata” dal fatto che quest’organizzazione, la Masso­neria, ha conservato una trasmissione iniziatica dipendente dall’attri­buto divino di “potenza” e suscettibile d’essere rivivificata, come ab­biamo lungamente spiegato nei nostri precedenti articoli del 1950.

Soltanto, l’abbiamo visto poco fa, né la Chiesa cattolica né la Mas­soneria – o, più esattamente, i corpi costituiti e gli organismi ammini­strativi che li rappresentano – sembrano disposti, per il momento, a fornire il “punto d’appoggio”.

Non dimentichiamo che certe possibilità menzionate da René Gué­non nel 1924 e 1927 erano da lui considerate per un “lontano futuro”. Che intendeva esattamente con ciò? Se, come pensava, diversi dati tra­dizionali sembrano convergere per porre la fine dell’attuale ciclo verso la fine di questo secolo o poco prima, un “lontano futuro” nel 1951 non può che essere relativamente vicino poiché, così, saremmo al­l’ultima veglia della notte.

Non bisognerebbe, allora, fare ciò che si può con ciò che si ha?

Non vogliamo coprirci di ridicolo pretendendo di “costituire l’élite” e di annoverarvici noi stessi. Parliamo solamente di accostare gli “uo­mini di buona volontà”. Si ritorna alla soluzione “fuori da ogni ambito definito”. E qui, ciò che è grave, è che le individualità “toccate” dal­l’opera di René Guénon sono, per la maggior parte, isolate e s’ignora­no. Anche questo pericolo è stato indicato: «Non v’è dubbio che lo spirito moderno, che è veramente diabolico in tutti i sensi della parola, si sforzi con ogni mezzo per impedire che questi elementi, oggi isolati e dispersi, riescano ad acquisire la necessaria coesione per esercitare una reale azione sulla mentalità generale[74]; è quindi a coloro che hanno già, più o meno completamente, preso coscienza dello scopo verso il quale devono tendere i loro sforzi, di non lasciarsene sviare da qualsi­voglia difficoltà che s’ergerà di fronte a loro»[75].

Gli Études Traditionnelles che, per vent’anni, hanno riportato la maggior parte dell’attività di René Guénon, potrebbero senza dubbio costituire un primo nesso – altri devono essere possibili – tra gli uomi­ni ai quali alludevamo sopra, ed è per questo che René Guénon deside­rava che proseguissero il loro corso. Negli ultimi mesi della sua vita, siccome aveva alluso all’eventualità della sua scomparsa, ci siamo per­messi di domandargli se riteneva che dopo di lui avremmo dovuto sforzarci di continuare la rivista. E il 30 agosto 1950 ci rispondeva: «Per quanto riguarda la rivista, penso che sarebbe bene continuarla se fosse possibile». Perché sia ”possibile” occorre, tra altre condizioni, che la fede e la speranza persistano tra coloro che la leggono e coloro che la fanno. Ma il fatto stesso che René Guénon ritenesse auspicabile la continuazione di questo sforzo, non è in se stesso una ragione per credere e sperare, poiché presuppone che la messe potrà spuntare dopo la morte del seminatore?

***

Nello scrivere queste righe, in cui alcuni si rammaricheranno forse di non trovare quell’impassibilità cara ai metafisici teorici – ma possia­mo rimanere di ghiaccio quando si tratta di colui cui dobbiamo tanto? –, nello scrivere queste righe, riviviamo la sera del 1928 in cui René Guénon ci accolse. Gli anni, la lontananza non hanno potuto indebolire il ricordo della sua gentilezza, la sua benevolenza, la sua delicatezza, la cura che metteva per cancellare le distanze tra l’autore de L’Homme et son devenir selon le Vêdânta e de Le Roi du Monde e il giovanissi­mo ricercatore che eravamo all’epoca.

Da allora, quante volte abbiamo udito ripetere che Guénon era “fred­do”, che era “privo d’amore”? Coloro che parlavano così non l’aveva­no mai avvicinato, ma la sua opera da sola non implica forse una carità immensa, che è la più alta forma dell’amore? Secondo la frase di Leo­nardo da Vinci, «l’amore è figlio della conoscenza. L’amore è tanto più fervente quanto la conoscenza è più certa».

René Guénon aveva la conoscenza più certa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

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A. C. Pardes

 

 



* Ananda K. Coomaraswamy, Sagesse orientale et savoir occidental, in Études Traditionnelles, n. 293-294-295, Numéro spécial consacré à René Guénon, 1951. Traduzione dell’articolo pubblicato nel 1943 dal nostro compianto collaboratore con il titolo Eastern wisdom and western knoledge, in Isis, An International Review devoted to the History of Science and Civilization, primavera 1943, n. 96, vol. XXXIV.

[1] Études Traditionnelles riprese le pubblicazioni dopo la guerra con il n. 247 d’ottobre-novembre 1945. [N.d.T.]

[2] Il che significa in realtà che le nazioni più giovani devono aiutare le più antiche a industrializzarsi! giacché l’America è ancora adolescente, dal punto di vista indù o cinese, e in effetti lo è.

* Leopold Ziegler, René Guénon et le dépassement du monde moderne, in Étu­des Traditionnelles, n. 293-294-295, Numéro spécial consacré à René Guénon, 1951.

[3] Nel Deutsche Rundschau, 60o anno, n. di settembre. Una traduzione fran­cese di quest’articolo è stata pubblicata ne Les Cahiers du Sud, 22o anno, n. di luglio 1935.

* Michel Vâlsan, La fonction de René Guénon et le sort de l’Occident, in Étu­des Traditionnelles, n. 293-294-295, Numéro spécial consacré à René Guénon, 1951.

[4] Orient et Occident, p. 122. Questa citazione e le successive sono tratte dal­l’edizione del 1948. [N.d.T.]

[5] Introduction générale à l’étude des doctrines hindoues, p. 332. Questa cita­zione e le successive sono tratte dall’edizione del 1939. [N.d.T.]

[6] Introduction générale à l’étude des doctrines hindoues, p. 332. [N.d.T.]

[7] Introduction générale à l’étude des doctrines hindoues, p. 333. [N.d.T.]

[8] Introduction générale à l’étude des doctrines hindoues, pp. 335-336. [N.d.T.]

[9] Orient et Occident, pp. 184-185.

[10] Coloro tra gli Occidentali che avranno aderito direttamente a delle forme tradizionali dell’Oriente non rientrano dunque in questa nozione d’“élite occi­dentale”, anche se vivono in Occidente; costoro, per via del loro ricollegamento tradizionale, dovendo assimilarsi direttamente all’Oriente sotto l’aspetto intel­lettuale, operano propriamente un’“assimilazione al primo grado” di tale inse­gnamento. Dovremo tornare più avanti sul ruolo che costoro possono svolgere nello sviluppo delle relazioni tra l’élite occidentale e le élites orientali.

[11] Orient et Occident, pp. 179.

[12] Orient et Occident, pp. 179-180.

[13] Orient et Occident, p. 201.

[14] Orient et Occident, pp. 200-201.

[15] Orient et Occident, p. 195.

[16] Orient et Occident, p. 199.

[17] Orient et Occident, pp. 201-202.

[18] Orient et Occident, pp. 229-230. [N.d.T.]

[19] La Crise du Monde moderne, p. 128. Questa citazione e le successive sono tratte dall’edizione del 1946. [N.d.T.]

[20] La Crise du Monde moderne, pp. 128-129.

[21] Orient et Occident, pp. 194-195.

[22] Études Traditionnelles, nn. 278, 279, 280, settembre-dicembre 1949.

[23] Art. cit., in Études Traditionnelles, n. 280, p. 346, nota 1. [N.d.T.]

[24] Art. cit., in Études Traditionnelles, n. 280, pp. 346-347. [N.d.T.]

[25] La Crise du Monde moderne, pp. 130-131.

[26] La Crise du Monde moderne, p. 131.

[27] A questo proposito, una delle incomprensioni più significative ma che, a dire il vero, non è particolare a questa “contro-dottrina”, poiché la si ritrova anche presso alcuni che ammettono peraltro la nozione di un’iniziazione come condizione preliminare a una via di realizzazione, è quella riguardante la na­tura e i mezzi dell’iniziazione cristiana. Si considera così che questa è conferi­ta mediante i sacramenti ordinari della Chiesa, in considerazione di uno spe­ciale privilegio che avrebbe il Cristianesimo d’essere un’“iniziazione offerta a tutti”! Ciò è affermato per alleggerire una certa difficoltà incontrata nel dimo­strare l’esistenza d’altri riti puramente esoterici per l’iniziazione cristiana. Non potremmo trattare qui tale questione, ma poiché molti di coloro che professano quest’opinione sono d’accordo, peraltro, sul fatto che l’esicasmo è una via ini­ziatica, sappiano che questo ha, anche ai nostri giorni, come mezzo di ricolle­gamento, un rito speciale e riservato, analogo a quel che si conosce del rito di ricollegamento nelle iniziazioni islamiche; ma per sapere come stiano le cose esattamente, non è ai teologi o ai preti, e neppure a un monaco qualsiasi, che lo si potrebbe domandare; in questo campo bisogna d’altronde sapere che la risposta dipenderà eminentemente dalla retta intenzione del cercatore e dalla sua buona volontà.

[28] Aperçus sur l’Initiation, p. 40, nota 1. Questa citazione e le successive sono tratte dall’edizione del 1946. [N.d.T.]

[29] La Crise du Monde moderne, pp. 131-132.

[30] La Crise du Monde moderne, p. 130. [N.d.T.]

[31] Aperçus sur l’Initiation, p. 40, nota 1.

[32] Una difficoltà d’ordine particolare sussiste in una certa misura nel fatto che i Massoni, per avere una condizione integralmente tradizionale, dovrebbero partecipare a un ordine exoterico che, per l’Occidente, sarebbe normalmente quello del Cattolicesimo; ora, se dal lato massonico la questione dell’appartenenza e della pratica religiosa potrebbe essere una faccenda individuale, non è lo stesso quanto alla loro ammissione ai sacramenti cattolici, di modo che, finché i rap­porti tra Roma e la Massoneria saranno quelli che sono, i Massoni d’Occidente non avranno altra risorsa che quella di un ricollegamento all’Ortodossia o all’Islam; se non altro, non v’è in ciò una difficoltà insormontabile.

[33] La Crise du Monde moderne, pp. 130-131.

[34] Orient et Occident, p. 181.

[35] Aperçus sur l’Initiation, pp. 249-252.

[36] Orient et Occident, p. 181.

[37] La Crise du Monde moderne, p. 128.

* Frithjof Schuon, L’œuvre, in Études Traditionnelles, n. 293-294-295, Numéro spécial consacré à René Guénon, 1951.

[38] Ma contiene per forza di cose degli elementi di questo genere, per la sem­plice ragione che la distinzione tra la dottrina e il metodo, o più in generale tra la teoria e la realizzazione, non può essere assoluta; così, L’Homme et son de­venir selon le Vêdânta dà, come di sfuggita, queste fondamentali indicazioni: «Con questa parola “incantazione” … bisogna intendere essenzialmente un’a­spirazione dell’essere verso l’Universale, avendo per scopo d’ottenere un’illu­minazione interiore, qualunque siano d’altronde i mezzi esteriori … che pos­sono essere impiegati accessoriamente come supporto dell’atto interiore, e il cui effetto è di determinare delle vibrazioni ritmiche che hanno una ripercus­sione attraverso la serie indefinita degli stati dell’essere. …» (Nota 4, p. 205). «E si trovano infatti nel Vêda molti esempi di persone che hanno trascurato il compimento di tali riti … o cui è stato impedito di farlo, e che tuttavia, a causa della loro attenzione perennemente concentrata e fissata sul Supremo Brahma (il che costituisce l’unica preparazione realmente indispensabile), hanno acquisito la vera Conoscenza che Lo riguarda …» (p . 230).

[39] Sappiamo benissimo che il “genio” non è niente da solo, ma ciò non può impedire che le grandi menti hanno per forza del genio, lo vogliano o no.

[40] Ci si può stupire, con Coomaraswamy, dell’esclusivismo tavolta eccessivo della terminologia guénoniana; questo tratto probabilmente non manca d’analo­gia con un certo carattere “matematico” – e non “visivo” – del pensiero di Gué­non, per quanto concerne, non il contenuto intellettuale, ma il modo d’operare.

[41] Se l’intelletto è, per così dire, sovrano e infallibile sul proprio terreno, non può esercitare il suo discernimento sul piano dei fatti se non in maniera condi­zionale; inoltre, Dio può intervenire su questo piano con delle volontà parti­colari e talvolta imprevedibili, di cui la conoscenza principiale non può render conto che a posteriori. Ecco un esempio tra molti altri: gli Apostoli dovevano, conformemente al principio dell’irraggiamento evangelico, “predicare a tutte le nazioni”; ma, in realtà, essi furono “impediti dallo Spirito Santo d’annuncia­re la parola in Asia” e, arrivati a Misia e volendo recarsi in Bitinia, “lo spirito di Gesù non glielo permise”; ora, alcuna considerazione di “regolarità tradizio­nale” può render conto a priori di questa derogazione sul piano dei fatti al principio evangelico

[42] Si potrebbe far notare che tale è appunto il caso dei Profeti, ma qui v’è un’“eminente” differenza di grado.

[43] Dovevano nondimeno esservi, in ogni epoca, delle funzioni intellettuali ana­loghe, mutatis mutandis.

[44] Quest’ultimo tratto sarebbe stato contrario alla ragion sufficiente dell’opera, senza parlare del fatto che un riadattamento, e quindi una sintesi originale, esi­ge un determinato terreno tradizionale; tuttavia, qualsiasi opera di trasmissione comporta ovviamente un aspetto secondario di riadattamento, e viceversa.

* Luc Benoist, Perspectives générales, in Études Traditionnelles, n. 293-294-295, Numéro spécial consacré à René Guénon, 1951.

* André Préau, René Guénon et l’idée métaphysique, in Études Traditionnelles, n. 293-294-295, Numéro spécial consacré à René Guénon, 1951.

[45] Per il suo spirito e le sue conclusioni, tale rigore può essere paragonato a quello di Simone Weil quando scrive che importa poco sapere se il Bene esiste o no, poiché in ogni modo «ciò che non è lui non è bene», o ancora che la questione delle ricompense non dev’essere posta, poiché implica un ritorno dell’anima a se stessa, un rilassamento del suo sforzo verso il Bene (vedi La connaissance surnaturelle, pp. 284 e segg. e p. 321).

[46] Presso i tomisti, il postulato che non può essere messo in discussione è il “realismo” derivato dalla concezione aristotelica dell’“essere” e che fa consi­derare il platonismo, e ogni forma d’“idealismo”, come una tossina intellettuale.

[47] Le formule e le definizioni dogmatiche, scrive Simone Weil, devono essere accettate, «non come verità, ma come qualcosa dietro cui si trova la verità» (Lettre à un religieux, p. 41).

* Jean Thamar, Comment situer l’œuvre de René Guénon, in Études Tradi­tionnelles, n. 293-294-295, Numéro spécial consacré à René Guénon, 1951.

[48] Tra i pensatori della Germania “romantica”, Schelling, Fichte, Schlegel e Novalis meritano d’essere citati in quest’ordine d’idee. Cf. a questo proposito, le ultime pagine di Mystique d’Orient et Mystique d’Occident, la cui traduzio­ne francese è stata appena pubblicata da Payot.

[49] Si potrà misurare l’ampiezza di veduta di R. Guénon confrontando i suoi scritti al già citato lavoro dell’indianista e teologo tedesco R. Otto, opera che apparve circa nello stesso tempo de La Crise du Monde moderne.

[50] Émile Bréhier pensa che la sorgente di ciò che chiama l’“orientalismo di Plotino” debba essere cercata «oltre il vicino Oriente della Grecia, fin nelle speculazioni religiose dell’India …» (La Philosophie de Plotin, p. 118).

* J. C., Quelques remarques à propos de l’œuvre de René Guénon, in Études Traditionnelles, n. 293-294-295, Numéro spécial consacré à René Guénon, 1951. Questo studio ci è stato inviato nel 1944 da un lettore degli Études Tradition­nelles che ha avuto l’opportunità di contatti diretti con varie scuole orientali. All’epoca – in cui non avevamo comunicazioni con René Guénon – delle critiche di certi punti importante dell’opera di René Guénon s’erano manife­state da parte di certi Indù più o meno occidentalizzati e dei loro discepoli europei, segnatamente su quanto concerne la “reincarnazione”. Le circostanze non hanno permesso allora la pubblicazione di quello studio, ma esso ci pare non aver nulla perduto del suo interesse nel tempo.

[51] Ci riferiamo qui a tutto ciò che René Guénon ha avuto in vista nella re­dazione del Capitolo X e della conclusione de L’Erreur Spirite, testi ai quali preghiamo di riferirsi.

[52] Apocalisse, XIII, 16 e 17; XIV, da 9 a 13.

[53] L’Erreur spirite, p. 314.

[54] Che si tratti dell’India, della Cina o anche dell’Islam.

[55] Teniamo a precisare che noi constatiamo un fatto, e che se questo fatto concerne gli “anglosassoni” ciò non esclude affatto che l’azione della contro-iniziazione prenda appoggio, secondo le circostanze, su qualsiasi altro popolo della Terra. Non possiamo sviluppare qui le considerazioni che si collegano con quest’ordine di questioni.

[56] E ristampate in Le Voile d’Isis ed Études Traditionnelles.

[57] È detto “necessario di necessità di mezzo relativo”, vale a dire che è neces­sario nel corso ordinario delle cose ma che può esservi supplito da altri mezzi quando certe condizioni particolari sono soddisfatte.

[58] Ad esempio ne L’Introduction générale à l’étude des doctrines hindoue, p. 159, e Orient et Occident, p. 229 e 230 della I edizione, le restrizioni formulate nell’ultimo passaggio si riferiscono non tanto ai riti, ma all’Insegnamento tra­dizionale organizzato.

[59] Matgioi indica, per il caso del Taoismo verso il 1900 le corrispondenze di questo genere, nella sua opera La Voie Rationnelle, capitolo VII.

[60] Impieghiamo qui di proposito una formula il più descrittiva possibile del processo considerato (giacché si è qui nel divenire temporale), ma aggiun­giamo immediatamente che le parole così assemblate sono logicamente incom­patibili, quindi la formula assurda. Inoltre succede in generale la stessa cosa per la maggior parte delle formule filosofiche dell’Occidente il cui contenuto è effettivamente “impensabile”, dunque assurdo o illusorio.

[61] Esempio di parole incompatibili.

* N.d.T: Islamisme ésotérique nell’originale, tuttavia, come indicava R. Gué­non: «[…] l’esoterismo è essenzialmente altro dalla religione, e non la parte “interiore” di una religione come tale, anche quando prende la sua base e il suo punto d’appoggio in essa come accade in certe forme tradizionali, nell’Islam ad esempio; […]», aggiungendo in nota: «È per ben marcare questo ed evitare qualsiasi malinteso che è opportuno dire “esoterismo islamico” o “esoterismo cristiano” e non, come fanno certuni, “Islamismo esoterico” o “Cristianesimo esoterico”; è facile capire che v’è qui più di una semplice sfumatura» (cf. Aperçus sur l’Initiation, Éditions Traditionnelles, Paris, 1946, cap. III).

[62] Impieghiamo questa parola in mancanza di meglio. Si tratta di quel che l’Abidharma chiama Caittas “le cose” (dharmas) associate al pensiero.

* Marco Pallis, René Guénon et le Bouddhisme, in Études Traditionnelles, n. 293-294-295, Numéro spécial consacré à René Guénon, 1951.

[63] Dobbiamo, per il lettore francese, aggiungere alcune spiegazioni relative al primo paragrafo dell’articolo del sig. Marco Pallis. Poiché l’Introduction géné­rale à l’étude des doctrines hindoues non è stata ristampata in Francia dal 1939, i lettori di lingua francese non hanno avuto l’opportunità di conoscere interamente le modifiche apportate da René Guénon al suo punto di vista concernente il ruolo del Budda e il Buddismo originario. Nell’ultimo stato del suo pensiero sul tema, il Buddismo originario è considerato come pienamente ortodosso e soltan­to in certe branche del Buddismo Hinayâna hanno potuto introdursi più o meno tardivamente delle dottrine eterodosse; è d’altronde questo Buddismo eterodosso che gli orientalisti dell’epoca presentavano come il Buddismo originario, il che spiega, in una certa misura, l’opportunità dell’atteggiamento di Guénon. [N.d.R.]

* Paul Chacornac, La vie simple de René Guénon, in Études Traditionnelles, n. 293-294-295, Numéro spécial consacré à René Guénon, 1951.

[64] Cf. La Gnose, dicembre 1909, p. 20.

[65] Abdul Hâdi era il nome musulmano d’Ivan Gustave Aguili (o Aquili); era d’origine finlando-tartara ed era nato nel 1863. Era un ex ufficiale di marina che aveva lasciato il servizio per dedicarsi alla letteratura e alla pittura. Era anche molto versato in filologia. Verso il 1890, andò in India. Lo si ritrova in seguito al Cairo nel 1908 e a Parigi tra il 1910 e il 1911. Morì a Barcellona nel 1917.

[66] L’inizio di quest’opera è stato pubblicato in La Gnose. Vista l’estrema rarità di questa rivista e l’interesse di tale lavoro, sebbene incompiuto, pensiamo di riprodurlo nel 1952 negli Études Traditionnelles.

[67] Il sig. Jean Herbert, in un recente opuscoletto, Yogas, Christianisme et Civi­lisation, scrive molto giustamente: «Rileviamo anzitutto che non si corre il ri­schio d’essere un giorno chiamati a “convertirsi” (all’induismo) come si può esserlo essendo fortemente attratti dall’Islam o dal Buddismo, per esempio. In­fatti, si può nascere Indù, e si può anche perdere questa qualità, ma non si può diventare Indù né ridiventarlo se s’è cessato d’esserlo – come non si può di­ventare negro. È vero che da qualche anno certi monaci indù modernisti hanno voluto imitare le pratiche di conversione cristiane e musulmane e fabbricare una sorta di battesimo, che include, credo, un bagno nel Gange e la recitazione di alcune formule sacre, ma è unicamente per consentire a degli ex-Indù trasci­nati, con mezzi sovente discutibili, in altri gruppi religiosi, di tornare all’ovile. E nessuno si nasconde che questo sotterfugio sia lui stesso piuttosto fallace».

[68] Oltre ai redattori già menzionati, La Gnose aveva per collaboratori A. Tho­mas (Marnes) e l’autore che firmava Mercuranus.

[69] Abbiamo intenzione di ripubblicare i più importanti tra questi lavori.

* Gonzague Truc, Souvenirs et perspectives sur René Guénon, in Études Tra­ditionnelles, n. 293-294-295, Numéro spécial consacré à René Guénon, 1951.

* Frans Vreede, In memoriam René Guénon, in Études Traditionnelles, n. 293-294-295, Numéro spécial consacré à René Guénon, 1951.

* Mario Meunier, René Guénon précurseur, in Études Traditionnelles, n. 293-294-295, Numéro spécial consacré à René Guénon, 1951.

* Jean Reyor, La dernière veille de la nuit, in Études Traditionnelles, n. 293-294-295, Numéro spécial consacré à René Guénon, 1951.

[70] Non lasceremo obiettare che Guénon ha fatto delle “conversioni” in senso inverso, per il fatto che alcuni dei suoi lettori hanno aderito a delle forme tradi­zionali orientali. Innanzitutto, quegli stessi erano spesso dei non credenti o al­meno dei non praticanti prima d’incontrare l’opera di Guénon, e in ogni caso non crediamo che ve ne fossero molti tra loro che erano dei ferventi Cattolici. D’altra parte, questi casi d’Occidentali orientalizzati sono suscettibili d’entrare nella prospettiva di una rivivificazione tradizionale occidentale, nel senso che alcuni di loro potrebbero forse, se necessario, rappresentare quegli “interme­diari” cui Guénon faceva allusione, come vedremo più avanti.

[71] La Crise du Monde moderne, pp. 130-131. Questa citazione e quelle che si troveranno più avanti sono tratte dall’edizione del 1946.

[72] Ibid., p. 128.

[73] Ibid., p. 128.

[74] E per la realizzazione di condizioni più favorevoli per il lavoro spirituale di ciascuno (Nota di J. R.).

[75] Ibid., p. 132. – Dev’essere ben chiaro che lo “scopo” cui René Guénon allu­de qui è lo scopo d’ordine generale e cosmologico verso il quale tende la sua opera, lo “scopo” per ciascuno nel suo singolo, potendo essere solo la propria realizzazione spirituale, considerata indipendentemente dalle conseguenze che possono risultarne per l’ambiente. Ma le due cose non s’escludono, nel senso che la partecipazione al lavoro tendente allo scopo generale può diventare per coloro che vi si dedicano, un “mezzo” tra altri per il raggiungimento dello scopo spirituale, qualsiasi azione conforme alla Volontà del Cielo potendosi integrare nel karma-yoga che inevitabilmente comporta ogni realizzazione iniziatica.



Lettera e Spirito

Rivista di Studi Tradizionali

 

No 3 – giugno 2018

  

A. C. Pardes

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